Ipotesi per un museo d’arte del XXI secolo

La comunicazione dell’arte contemporanea è un tema spesso molto dibattuto. A volte in musei e gallerie leggendo comunicati e cartelle stampa ci si sente subito avvolti da una nebbia come quella di Lara Favaretto all’ultima Biennale di Venezia.

Per molti collezionisti è poi di importanza fondamentale anche il discorso critico attorno alle opere contemporanee. Un libro interessante, e unico nel suo genere, in questo senso è quello di Vincenzo Trione, “L’opera interminabile”, pubblicato da Einaudi qualche mese fa.

L’autore non solo si è chiesto come si dovrebbe guardare un’opera contemporanea ma si è dato un obiettivo molto ambizioso: dare vita ad un canone dell’arte del XXI secolo.

Trione, ispirandosi a Bloom e al suo controverso lavoro sulla letteratura occidentale, vorrebbe cercare di suggerire confini, criteri, limiti partendo da alcune opere d’arte e da alcuni artisti.  L’ autore però ammette sin da subito di confrontarsi con qualcosa dì non delimitabile, non misurabile e, per assurdo, nemmeno collezionabile e infatti i lavori analizzati “sfidando la logica del mercato e del collezionismo, (…) non possono essere preservati né collezionati nella loro interezza: se ne possono acquistare solo alcune reliquie” si legge nel saggio.

Ogni capitolo de “L’opera interminabile” funziona come un prisma con la luce bianca: le opere e gli artisti cui si avvicina iniziano a rifrangere e a svelare genealogie e ispirazioni, proiettando le intenzioni poetiche e le logiche sottese. Accostamenti arditi e definizioni suggestive arricchiscono il lavoro critico di questo atlante artistico.

Matthew Barney viene definito un Dante postmoderno e il ciclo Cremaster una delirante divina commedia dei nostri tempi. Damien Hirst, probabilmente si è ispirato a Tolkien e ai suoi racconti per Treasure from the Wreck of the Unbelievable.

Kiefer con I sette palazzi celesti è riuscito ad unire mistica ebraica e fantascienza con le sue atmosfere da apocalisse ormai presente nella nostra quotidianità. Peter Greenway con Ten Classic Paintings Revisited sta facendo lo stesso lavoro che Bloom ha dedicato alla letteratura occidentale, riaffermando l’aura dell’arte con la sovrapposizione di pittura e cinema.

In totale sono 15 le opere che vanno a comporre questo canone provvisorio, come ci tiene a sottolineare il critico, dell’arte del XXI secolo. Opere d’arte in cui è stato possibile abbattere e mettere in discussione i confini tra le pratiche artistiche e i media. Per ciascuna di esse l’artista andando oltre la “medium specificity”, è stato capace di mettere in collegamento tecnologie e culture antiche, mondi lontanissimi, continenti distanti.

Nel museo senza mura, immaginato nel canone, ci sono anche Boltanski con “A proposito di Ustica”, Parreno con “Anywhere, Anywhere out of thew world”, Nitsch con “Das orgien Mysterien Theater”, Bjork con “Biophilia”, Devlin con “eXPERIENCE + iNNOCENCE Tour” e Inarritu con “Carne y Arena”.

In quasi tutti i capitoli si viene illuminati, è il caso di scriverlo, dal bagliore della letteratura e per alcune opere d’arte e alcuni artisti il rapporto con la poesia e i romanzi è vitale.  E’ il caso di Kentridge con “The Nose”, Paladino con “Quijote”, Balestrini con “Tristanoil”, Calle con “Prenez soin de vous” fino ad arrivare a Pamuk con “Il museo dell’innocenza”.

Sull’intrinseco rapporto tra gli artisti e la letteratura vale la pena citare Yayoy Kusama che nella sua autobiografia afferma “qualche volta ero persino indecisa su cosa diventare, se artista o scrittrice. Credo infatti che le due forme espressive si fondino sul medesimo principio, ovvero l’anelito alla scoperta di nuovi territori dell’anima”.

L’opera interminabile è uno di quei rari libri che mentre danno delle risposte fa anche scaturire nuove domande, soprattutto sul nostro rapporto con l’arte contemporanea e futura. Un rapporto che svela la natura dinamica, instabile e provvisoria di molte opere presentate nel libro.

Concludendo la lettura di questa originale storia dell’arte contemporanea, non bisogna stupirsi se in copertina c’è la bellissima scultura di Jan Fabre “The Man who measures the clouds”. Un’opera d’arte che rappresenta un atto che in sé contiene già il principio dell’impossibilità e dell’instabilità.  Proprio quei caratteri che si possono associare a questa ipotesi di canone che nel suo proporsi sa già di essere non fisso e mutevole come la forma delle nuvole.

Per restare in ambito letterario dopo aver finito il libro mi è tornata in mente una lunga citazione dello scrittore cileno Roberto Bolaño che nel suo romanzo “I Detective Selvaggi” scrive qualcosa che vale per la Letteratura ma anche per l’Arte: “per un po’ la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnarla. Il viaggio può essere lungo o corto. Poi i Lettori muoiono uno per uno e l’Opera va avanti da sola, sebbene un’altra Critica e altri Lettori a poco a poco comincino ad accompagnarla sulla sua rotta. Poi la Critica muore di nuovo e i Lettori muoiono di nuovo e su questa pista di ossa L’Opera continua il suo viaggio verso la solitudine. Avvicinarsi a essa, navigare nella sua scia è segno inequivocabile di morte certa, ma un’altra Critica e altri Lettori le si avvicinano instancabili e implacabili e il tempo e la velocità li divorano. Alla fine l’Opera viaggia irrimediabilmente sola nell’immensità. E un giorno l’Opera muore, come muoiono tutte le cose, come si estingueranno il sole e la Terra, e il Sistema Solare e la Galassia e la più recondita memoria degli uomini”.