Passeggiando per Art Basel

Felix Gonzalez-Torres, A complete set of individual puzzles, 1987-92

Basel, 13.06.2019 – Basilea si è appena trasformata nella capitale mondiale dell’arte. Difficile non rendersene conto. Il daig (l’élite locale) ha già fatto la sua elegante e sobria comparsa nei due, intensi, giorni dedicati alle visite private, accompagnato dal jet-set internazionale del collezionismo e dalla crème della critica. Oggi la 49° edizione di Art Basel si è aperta anche al grande pubblico e non potrebbe trovare cornice migliore del borgo che ospitò la prima collezione d’arte europea accessibile a tutti (il Kunstmuseum, quasi quattro secoli fa).

La fiera quest’anno vede la partecipazione di 290 gallerie provenienti da 34 paesi diversi, di cui 19 alla prima partecipazione. Il contenuto artistico della fiera è stato stimato, in miliardi di dollari: quattro. Oltre quattromila gli artisti coinvolti. Cifre da capogiro, per la regina delle fiere d’arte. La stessa sensazione facilmente coglierà il visitatore che la voglia perlustrare in maniera esaustiva.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1965 da Hauser and Wirth

Nonostante la sua forte e consolidata tradizione, la fiera è ancora in grado di rinnovarsi e, anzi, di proporre novità importanti anche per gli operatori, provando ad affrontare sfide e difficoltà del presente. Ad esempio, per favorire le piccole e medie gallerie, è stato implementato un nuovo modello, a “scala mobile”, per i costi di partecipazione degli espositori: alle gallerie più piccole sono state proposte tariffe più vantaggiose, mentre gli spazi più grandi sono stati tassati maggiormente.

Art Basel è suddivisa in sezioni che ruotano attorno a Galleries, il caposaldo, cuore della fiera, che ospita le gallerie più importanti e significative nel mercato dell’arte. Feature dà spazio a progetti curatoriali specifici in forme diverse (personali, mostre tematiche etc.), mentre Statements accoglie i lavori di artisti emergenti da tenere sott’occhio. Nella sezione di Edition sono esposti stampe e multipli, la sezione Magazines raccoglie invece le più quotate riviste internazionali di settore. Film offre una curata programmazione di pellicole d’artista (tra cui, quest’anno, Dragonfly Eyes, il primo film composto unicamente da video di sorveglianza) e documentari.

L’ingresso della sezione Unlimited ad Art Basel 2019

Immancabile, anche per questa edizione, Unlimited – curata per l’ultimo anno dal newyorkese Gianni Jetzer (nel 2020 il testimone passerà a Giovanni Carmine). Unica nel suo genere, è la pionieristica piattaforma espositiva per progetti che trascendono i limiti fisici del classico stand. A completare l’offerta, le sculture site-specific e le performance di Parcours, diffuse nei quartieri storici della città, e Conversations (a cura di Julieta Aranda) che contiene un ricco programma di conferenze e dibattiti.

Incominciando la nostra visita al piano terra della Messe troviamo alcune nuove presenze: si distingue lo stand ben curato di Sprovieri (Londra, C2), con lavori concettuali che invitano a una riflessione sulla memoria, i confini e la migrazione. Opere storiche di Jannis Kounellis, Ilya ed Emile Kabakov dialogano con le più giovani sculture di Francesco Arena e Giorgio Andreotta Calò.

Aazaard (2018) di Jimmie Durham nello stand di Sprovieri

Al centro dello stand, Aazaard (2018) di Jimmie Durham (Leone d’Oro alla carriera di quest’anno), un assemblage di ossa, plastica e parti di automobili, genera un imprevisto cortocircuito che sostiene l’intero percorso dello stand: l’incontro di materiali organici e sintetici crea un finto equilibrio, con continui rimandi di significato, che rimangono piacevolmente irrisolti.

Societé (Berlino, M1) ha un piccolo spazio, piuttosto saturo; si tratta però di una delle gallerie più innovative in fiera, definita da una forte identità e un focus preciso: gli artisti di Société esplorano attraverso nuovi linguaggi l’identità e la storia culturale in un’epoca altamente condizionata dalle nuove tecnologie.

I lavori della giovanissima Bunny Rogers nello stand della galleria Societé ad Art Basel 2019

Gagosian, Hauser & Wirth, David Zwirner e Pace: al piano terra troviamo anche tutte le cosiddette megas. Difficile, in questi stand, individuare una visione, un fil rouge che leghi, in maniera univoca, le opere esposte. L’impostazione commerciale scoraggia la ricerca, e favorisce l’esposizione di frammenti – molti dei quali di tutto rispetto – degli autori più quotati, dando più spazio a quelli che, nelle ultime aste, hanno raggiunto cifre record. E l’interesse dei collezionisti non ha tardato a mostrarsi: David Zwirner ha incassato la vendita più importante finora riportata in fiera, con Versammlung, olio su tela del 1966 di Gerhard Richter, ceduto a un collezionista privato statunitense per 20 milioni di dollari.

Versammlung, olio su tela del 1966 di Gerhard Richter, ceduto a un collezionista privato statunitense per 20 milioni di dollari da David Zwirner

Zwirner ha intermediato anche, tra gli altri, un Sigmar Polke del 1986 per 10 milioni di dollari e Laundry Man di Kerry James Marshall (2019) per 3,5 milioni di dollari. Tra le vendite di Hauser & Wirth spiccano due sculture inedite di John Chamberlain: Comeover, per 3 milioni di dollari e Parisian Escapade, per 750.000 dollari.

Il luccicante Sacred Heart di Jeff Koons è forse l’opera più fotografata della fiera. Gagosian ha rifiutato di rivelarne il prezzo, ma secondo diverse fonti sarebbe da stimare tra i 14 e i 15 milioni di dollari; alla sua destra, non senza ironia, è esposto un grande dipinto di Andy Warhol su cui campeggia il simbolo del dollaro.  La piazza elvetica deve davvero portare fortuna (e fortune) al colosso internazionale, che ha infatti annunciato l’apertura di una nuova sede permanente – la diciassettesima, proprio a Basilea.

Il luccicante Sacred Heart di Jeff Koons nello stand di Gagosian

Il Direttore di Pace Gallery, Marc Glimcher, ha dichiarato di aver venduto il 70% delle opere allo stand prima dell’inaugurazione. Complice delle vendite anticipate è la tendenza di quest’anno ad avvalersi di strategie alternative e complementari alla semplice presenza allo stand: pop-up store e appartate viewing rooms private, un catalogo di offerte pubblicato in anticipo rispetto ad Art Basel e piattaforme online.

Proseguendo il nostro tour tra le gallerie del piano superiore dell’edificio centrale, colpisce lo stand di kurimanzutto (Città del Messico, New York, R1), che emana un bagliore soffuso: più di 1.000 candele rosa fluttuano, appese al muro, nel Jardín con palomas al vuelo (2018) di Danh Vō. Un lavoro enigmatico e poetico, per riflettere su temi quali colonizzazione e globalizzazione attraverso i cambiamenti indotti dalla “migrazione” di un oggetto da un contesto ad un altro. L’installazione è stata venduta ad un’istituzione di Taiwan ad un prezzo non divulgato.

Il Jardin con Palomas al vuelo di Dan VO nello stand della messicana Karimanzutto

Fresco e ben curato anche lo spazio di A Gentil Carioca (Rio de Janeiro, S19), tra le pareti color Papaya risuona un’eco della Fontana di Duchamp. Dall’Aguardente (2019) del collettivo artistico Opavivará, zampilla però della cachaça. Gli ospiti sono invitati a servirsi con i bicchieri di plastica praticamente disposti sul bordo del sanitario.

Allo stesso piano sono raggruppate le gallerie della sezione Statements, tra le quali compare, per la prima volta in fiera, Spazio A (Pistoia, N15) che ospita una suggestiva personale di Giulia Cenci (Cortona, 1988, vive ad Amsterdam). Con l’opera Territory, un oscuro environment costituito da sculture e frammenti di diversa provenienza (parti di macchine, motori, elementi tecnologici o provenienti da contesti urbani mixati con elementi naturali, come polvere di marmo e argilla), Cenci si è aggiudicata il Premio Baloise.

Una vista dello stand della brasiliana A gentil Carioca

Il prestigioso riconoscimento dedicato all’arte emergente viene così assegnato a un artista italiana per la prima volta in 21 anni. Oltre al premio di 30mila franchi all’artista, sono state registrate diverse acquisizioni, tra le quali, un gruppo di opere entrerà a far parte della collezione del MUDAM di Lussemburgo, mentre un altro gruppo è stato acquisito da un’importante fondazione italiana.

Nella sezione Features, vi è una galleria che non vende nessuna opera. Si tratta dello stand della newyorkese Essex Street (T6). Le opere di Cameron Rowland sono, infatti, esclusivamente in affitto. In mostra vi sono anche alcune opere già precedentemente affittate. Sempre nella sezione Features troviamo il toccante racconto di Benode Behari Behari Mukherjee – Vadehra Art Gallery (New Delhi, J5). Diventato cieco nel 1957, ha proseguito la sua opera artistica. I lavori esposti sono tutti scaturiti da questo ultimo periodo della sua carriera. Composizioni vibranti di carte di recupero, forme semplici e luminose. Nel 2015, la Tate Modern ha acquisito pezzi simili, accostandoli ai famosi ritagli di Matisse (due opere della serie sono state vendute nei primi giorni di fiera, con prezzi tra i 30 e i 25 mila dollari).

Alcune opere di Tetsumi Kudo nello stand di Christophe Gaillard

Da non mancare, inoltre, la Galleria Christophe Gaillard (Parigi, J1): presenta una personale di Tetsumi Kudo, autore giapponese che intorno agli anni settanta sosteneva un’aperta critica al consumismo e una maggiore consapevolezza ambientale. I piccoli assemblaggi di objets trouvés, sparpagliati suggestivamente nello spazio dello stand, rievocano un mondo minuscolo e sospeso in una metamorfosi senza tempo, i giardini di un futuro mai arrivato. L’opera di Tetsumi Kudo si inserisce nella tradizione neo-dada, con i colori psichedelici degli hippies e del Pop, ma nel contesto della fiera risulta sorprendentemente attuale e vicina al linguaggio di alcuni tra gli artisti più giovani.

Nella sezione Unlimited l’occhio è catturato dalle mega-istallazioni che quest’anno mettono la donna al centro di una serie di interessanti riflessioni. Tra le opere più discusse della fiera, Open Secret (2018) di Andrea Bowers documenta lo sviluppo di #MeToo e Time’s Up, movimenti internazionali contro le aggressioni alle donne, diffusisi in maniera virale a seguito delle pubbliche rivelazioni contro il produttore Harvey Weinstein, nel 2017. Un impressionante archivio di circa 200 stampe fotografiche su sfondo rosso, riporta il nome e l’occupazione della persona accusata, la risposta alle accuse mosse nei loro confronti, i dettagli delle accuse e le azioni legali che ne sono derivate.

Andrea Bowers, Open Secret, allestita nella sezione Unlimited

Il progetto è promosso da kaufmann repetto, Andrew Kreps Gallery e Susanne Vielmetter, in collaborazione con Capitain Petzel. Si muove nel territorio dei diritti delle donne anche Alicia Framis, presentata dalla Galleria Juana de Aizpuru. LifeDress, (2018) unisce elementi di “artivismo”, performance e tecnologia: nove manichini indossano abiti realizzati con la tecnologia degli airbag, ognuno progettato per proteggere le donne da una specifica molestia.

Anche il lavoro di Liliane Lijn, presentato alla Biennale di Venezia del 1986, intitolato Conjunction of Opposites: Woman of war and Lady of the Wild Things (1983-86) merita di essere citato. Realizzato ai tempi con una tecnologia di assoluta avanguardia, esplora le nozioni di genere e propone un’immagine della femminilità come accadimento cosmico fluido. Lo presenta ad Unlimited la galleria Rodeo.

L’opera LifeDress (2018) di Alicia Framis, presentata dalla Galleria Juana de Aizpuru

Poetico e politico, il lavoro di Felix Gonzalez-Torres, A complete set of individual puzzles, viene presentato da David Zwirner per la prima volta con tutti i 55 pezzi della serie. I puzzle fotografici, realizzati tra il 1987 e il 1992, rappresentano le opere con il più lungo impegno per l’autore; sono scatti personali, ma anche fotografie di fotografie commerciali. Ogni singolo puzzle è un’opera completa, a sé, di piccole dimensioni. Quasi fuori luogo. Eppure, la presentazione di tutta la serie, riempie lo spazio con convinzione, in un grande e toccante ritratto dell’artista.

Infine una pausa meritata sull’installazione di Franz West, Test (1994), co-presentata da David Zwirner e Hauser & Wirth e composta da 28 divani, sui quali i visitatori sono invitati a sedersi. Con cautela, però, nella serata di presentazione sembra che l’opera sia stata venduta ad una fondazione europea per 3,8 milioni di dollari.

2 Commenti

  • Giuseppe Violetta ha detto:

    Articolo pregevolissimo. Bellissimo contributo

  • marcoflomeneguzzo ha detto:

    onestamente per la prima volta mi sono sentito a disagio da Kurimanzutto e da Unlimited qualche pregevolissimo intervento ma altri sotto tono per il resto……….tutto splendido as usual

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