La Perizia: una questione di metodo

L’elaborazione di una perizia è un’operazione complessa che spesso va eseguita in un ristretto lasso di tempo e con risorse finanziarie contenute. La sfida è, appunto, quella di saper dare una risposta, saper fornire un servizio al committente, sia in sede giudiziale che stragiudiziale, utilizzando tutti gli strumenti che il nostro percorso formativo e le nuove tecnologie ci mettono a disposizione.

Prima di tutto ritengo, e qui tocco subito un nervo scoperto, che uno storico dell’arte debba aver studiato un metodo e che questo metodo lo possa applicare a quasi tutte le opere che gli si possono presentare quali oggetto di perizia, al di là della sua specializzazione.  Insomma, è difficile immaginare che la redazione degli elaborati peritali sia esclusivamente affidata all’esperto di un periodo o di un pittore: questo studioso sarà forse più veloce nel dirci se l’opera oggetto di perizia afferisce o no al suo artista eletto, ma anche un gruppo di lavoro formato da tecnici e storici deve poter arrivare ad una conclusione sensata, e magari con un alcune prove tecnico-scientifiche in più. Anzi, non è raro che questi studiosi superspecializzati possano, come è umano, sbagliare: il mese scorso in una perizia redatta in collaborazione con Stefano Liberati, presidente dell’UEEA – Unione Europea Esperti d’Arte, ci siamo visti costretti, con nostra somma amarezza, a dare in sede giudiziale un parere discordante da quello del compianto prof. Maurizio Marini su un’opera da lui periziata nel 2001. Le prove tecnico-scientifiche raccolte e i confronti con le opere autografe dell’artista preso in esame non ci hanno lasciato altra scelta.

La firma "Morandi 1961" appare fotografata alla luce naturale nella parte inferiore dell'immagine, nel riquadro superiore un ingrandimento macrofotografico ci mostra come la firma sia stata stesa a pennello quando il quadro aveva già "crettato" visto che il colore nero è all'interno della crettatura. Questo ci dice che il dipinto è stato firmato almeno una decina di anni dopo la sua esecuzione. Questo non esclude a priori che la firma sia originale dell'artista bolognese, ma getta fortissimi dubbi, visto che è deceduto nel 1964.

La firma “Morandi 1961” appare fotografata alla luce naturale nella parte inferiore dell’immagine, nel riquadro superiore un ingrandimento macrofotografico ci mostra come la firma sia stata stesa a pennello quando il quadro aveva già “crettato” visto che il colore nero è all’interno della crettatura. Questo ci dice che il dipinto è stato firmato almeno una decina di anni dopo la sua esecuzione. Questo non esclude a priori che la firma sia originale dell’artista bolognese, ma getta fortissimi dubbi, visto che è deceduto nel 1964.

Una condizione fondamentale per la riuscita di una corretta perizia è quella di fornire prove difficilmente confutabili a fondamento della tesi che si sostiene, siano esse prove tecnico-scientifiche che congetturali; in breve: allontanarci dal “mi sembra” per entrare nel “questi dati portano a”. Per questo motivo alla fine degli anni ’80, pioniere durante il mio corso di studi, ho sentito la necessità di mettere a punto, partendo dalla tecnologia analogica, e oggi con quella digitale, un essenziale laboratorio portatile per analisi ottiche non distruttive, che accompagna tutt’oggi il mio gruppo di lavoro, e che fornisce sempre spunti e a volte più che spunti, per avvalorare o per confutare una data tesi. Come nella scienza medica, è necessaria la presenza del perito che sappia leggere i risultati di tali analisi e abbia la capacità di incrociare i dati che da esse scaturiscono, e qui la mia esperienza nel restauro dei dipinti aiuta, e non poco.

Altro punto fondamentale per la redazione di una corretta perizia è l’apparato bibliografico pubblicato sull’artista o sul periodo oggetto di studio ed è quindi importantissima la frequentazione delle biblioteche specializzate (meravigliosa, per noi, romani quella di Palazzo Venezia, come anche la Giulio Carlo Argan alla Sapienza), dove consultare, scoprire, ideare, confrontare dati.

Quanto ho appena affermato, naturalmente, mi conduce ad asserire che un o una “erede di artista” non abbia la benché minima idea di come il processo peritale porti ad affermare se un’opera è autentica o no, tranne naturalmente che non sia un perito d’arte; egli o ella, nel caso in cui abbia vissuto con l’artista, può dare un parere personale, del tutto privo di una validità, non dico scientifica, ma almeno oggettiva. Solo un parere. Non parliamo poi delle seconde o terze generazioni. L’erede potrebbe ricordare un dipinto, ma non avrebbe i mezzi per sapere se l’opera che gli si sottopone è una copia o l’originale. Spesso sono chiamati a certificare l’autenticità di opere d’arte eredi di artisti che non hanno neanche mai conosciuto il proprio avo.

 

Lo stesso dipinto preso in esame sopra e una pennellata nera originale ripresa in macrofotografia. Si noti come la crettatura interessi il colore e lo divida mostrando la preparazione, diversamente da quanto accade alla firma.

Lo stesso dipinto di Morandi preso in esame sopra e una pennellata nera originale ripresa in macrofotografia. Si noti come la crettatura interessi il colore e lo divida mostrando la preparazione, diversamente da quanto accade alla firma.

 

È bene ricordare che la legge n. 633 del 22 aprile 1941 non dice che uno studioso non abbia il diritto di periziare un dato artista, dice semplicemente che gli eredi hanno diritto a gestire l’archivio di quel dato artista deceduto. Un breve esempio: in una causa che prevede la perizia di un’opera di un artista morto, i cui eredi gestiscono l’archivio, se questi eredi periziassero per una parte, si negherebbe la possibilità alla controparte di mettere in campo un perito che difenda un’altra tesi. In altre parole, la frase che si vede spesso nei siti di queste fondazioni “siamo gli unici a poter periziare il nostro artista”, non è vera; vero è che queste fondazioni sono le uniche a poter inserire, a loro piacimento, un opera all’interno dell’archivio: un meccanismo perverso alimentato dalle case d’asta che sono sempre restie a vendere opere che non siano archiviate.

La realtà è che se le fondazioni fossero mosse da sincero amore per l’arte risponderebbero come mi rispose la nipote della scultrice statunitense Louise Nevelson (1899-1988), Maria, fondatrice della Fondazione dedicata a sua nonna, quando le sottoposi un’opera di cui stavamo studiando l’attribuzione: «L’opera non è nei nostri repertori, ma lascio a voi studiosi l’onere di analizzare e giudicare. Tenetemi al corrente delle risultanze della perizia». L’opera fu poi venduta con successo in un’asta a New York con una nostra perizia in italiano! Ricevemmo anche i complimenti da parte della fondazione per il lavoro svolto.

3 Commenti

  • Stefano Armellin ha detto:

    Qui si mette in luce l'importanza dell'onestà di tutti coloro che ruotano intorno ad un'opera d'arte ; ma si sa che più il prezzo diventa forte e più l'onestà diventa debole, al punto che ci sono artisti che producono più da morti che da vivi ! SA http://armellin.blogspot.com

  • Loretta Eller ha detto:

    Il problema delle Fondazioni e degli Archivi d'artista che si arrogano il diritto di essere gli unici Enti a poter certificare l'autenticità delle opere degli artisti che rappresentano, è un problema che investe il mondo dell'Arte e che, solo in parte, la legge n. 4 del 2013 ha evidenziato. Ora che, in base a questa legge, viene riconosciuta la figura professionale del Perito d'Arte, questo monopolio dovrà finalmente terminare.

  • Gianfranco Magri ha detto:

    Pubblico molto volentieri questo interessante articolo ricevuto come news da Collezione da Tiffany

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