Premio Michetti 2018: ma che Arte fa oggi in Italia?

Un momento dell'inaugurazione del Premio Michetti 2018. Courtesy: Premio Michetti. © Matteo Pantalone
Un momento dell'inaugurazione del Premio Michetti 2018. Courtesy: Premio Michetti. © Matteo Pantalone

Il Premio Michetti nasce nel 1947 organizzato dalla Fondazione dedicata al pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti (Tocco da Casauria, 1851 – Francavilla al Mare, 1929) e ha la sua sede nel Museo intitolato all’artista, all’interno di Palazzo S. Domenico nella parte alta di Francavilla al Mare, in provincia di Chieti ma in realtà collegata a Pescara quasi senza soluzione di continuità.

Di fatto il più antico concorso d’arte a cadenza annuale in Italia, il Premio vede presenti nel suo albo d’oro nomi quali Enrico Prampolini, Mauro Reggiani, Bruno Cassinari, Aligi Sassu, Maria Lai, Piero Dorazio, Riccardo Licata, Walter Valentini, Alberto Biasi, Mario Ceroli, Piero Gilardi, Marco Tirelli, ma — considerando esposizioni, omaggi e alcune edizioni in cui i premi furono aboliti — si può dire che tutti i più importanti artisti italiani degli ultimi settant’anni siano passati nelle sale del Museo, in alcuni casi anche ricevendo visibilità agli esordi della loro carriera. L’edizione del 1969, una di quelle in cui non furono assegnati premi, vantava ad esempio opere di Burri, Capogrossi, Fontana, Turcato, Vedova nonché di quasi tutto il gruppo della cosiddetta “Arte Povera”, e anche di un giovane e ancora poco conosciuto Ettore Spalletti. Nel 1992, d’altro canto, l’edizione a cura di Renato Barilli schierava giovanissimi come Airò, Cingolani, Marisaldi e Pessoli.

Negli anni si sono alternate edizioni di sicuro prestigio — a volte con curatori “di tendenza”, altre volte con uno sguardo decisamente più “conservatore” (da Achille Bonito Oliva a Vittorio Sgarbi; da Angela Vettese a Philippe Daverio; da Luciano Caramel a Luca Beatrice) — a edizioni di interesse più regionale oppure focalizzate su nazioni poco sotto i riflettori (come la Yugoslavia nel 1973 o la Bulgaria nel 1988); alcuni anni hanno visto omaggi e retrospettive sostituirsi al Premio vero e proprio. In generale, il Premio Michetti ha sempre cercato di coniugare e alternare ricerca artistica con linguaggi della tradizione pittorica, tendendo forse — perlomeno statisticamente — a privilegiare questi ultimi.

Un momento dell'inaugurazione del Premio Michetti 2018. Courtesy: Premio Michetti. © Matteo Pantalone

Un momento dell’inaugurazione del Premio Michetti 2018. Courtesy: Premio Michetti. © Matteo Pantalone

Negli ultimissimi anni il Premio ha rischiato la chiusura definitiva per problemi di bilancio: l’edizione 2015 è stata sostituita da una mostra di opere della collezione e l’edizione 2016 fu salvata solo in extremis. Nel dicembre del 2014 erano state anche messe all’asta una trentina di opere di artisti finalisti e vincitori del Premio, acquisite dalla Fondazione nel corso delle varie edizioni. Nel 2017, infine, il Premio non ha avuto luogo, dopo una lunga ed estenuante querelle riguardante anche la vendita di ulteriori pezzi della collezione del Museo effettuata con trattativa privata e in ogni caso insufficiente a ripianare il deficit della Fondazione. Il tutto si è alla fine concluso con l’arrivo alla Presidenza della Fondazione di Carlo Tatasciore, subentrato a Vincenzo Centorame. Nel dicembre dell’anno passato la nuova gestione ha organizzato una mostra per celebrare il 70° anniversario del Premio.

Torna quindi, quest’anno, il Premio Michetti con un’edizione nuovamente curata da Renato Barilli e l’ambizioso titolo Che Arte fa oggi in Italia (finissage il 30 settembre): in mostra 33 artisti, di età media attorno ai quarant’anni. Il tema della produzione artistica delle ultime generazioni italiane ricorre in quest’ultimo periodo: vedi la desolante mostra in corso a Bologna That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine curata da Lorenzo Balbi (56 tra artisti e collettivi nati dagli anni Ottanta in poi: si salvano in pochissimi); altro “punto della situazione” ha cercato di proporlo la mostra svoltasi a Todi fino al 1° luglio scorso De Prospectiva Pingendi. Nuovi scenari della pittura italiana, a cura di Massimo Mattioli, ove alla constatazione della mancanza di tendenze dominanti, scuole o esperienze corali nell’arte italiana degli ultimi vent’anni è stato contrapposto il ritorno alla pittura trasversale che sta effettivamente avendo luogo, a volte con un saccheggio di modelli d’ispirazione che nei fatti prosegue una tradizione postmoderna…

Cristina Treppo - Sito (con vasi e mele), 2015-16

Cristina Treppo – Sito (con vasi e mele), 2015-16

Anche questo Premio Michetti non dipinge (scusate il calembour) un panorama confortante: poche le opere notevoli in un’atmosfera generale che, per citare una frase colta al volo di una visitatrice, «non innesca neanche alcuna discussione» (lo stesso problema della mostra al MAMbo). Nella parte dedicata a sculture e installazioni (dove brillano in negativo gli accrocchi multimateriale di Anna Galtarossa e le sculture in finta ceramica del duo Bounty Killart, soprattutto Guitar hero: una riproduzione del Discobolo di Mirone che porta a tracolla una chitarra elettrica) l’unica opera degna di nota è l’installazione di Cristina Treppo Sito (con vasi e mele), un lavoro stilizzato e pulito, in linea con l’interessante produzione dell’autrice. Meglio la situazione della parte pittorica, ove segnalo gli oli su tela di Lorenzo Di Lucido, Butterfly flight trajectory #5 di Elisabetta Di Maggio, e il polittico di Giorgia Severi Once there was the Ocean — Mt. Zeil, West Macdonnell Range, influenzato dai rapporti dell’autrice con l’arte e la cultura degli aborigeni australiani, presso le cui comunità la Severi ha soggiornato e lavorato.

Giorgia Severi, Once there was the ocean, 2016

Giorgia Severi, Once there was the ocean, 2016

Gli organizzatori hanno deciso di non assegnare il Premio Michetti propriamente detto, ma si è preferito acquisire due opere per la collezione permanente: La luce domani di Matteo Montani e La stanza addosso di Lucia Veronesi.

Matteo Montani - La luce domani, 2012

Matteo Montani – La luce domani, 2012

Le opere migliori della mostra, a mio parere, sono tuttavia Paesaggio su sfondo bianco di Alex Bellan (un lavoro costituito da quattro parti tre delle quali realizzate — a mo’ di Achrome manzoniano — con i fogliettini bianchi di un blocchetto, esposto in una teca, sul cui contorno è dipinto un paesaggio boschivo) e il disegno — grafite su carta — di Lucilla Candeloro Paesaggio senza titolo

Alex Bellan - Paesaggio su sfondo bianco, 2018

Alex Bellan – Paesaggio su sfondo bianco, 2018

Artista decisamente interessante, la Candeloro, che in questo stesso periodo (fino al 25 agosto) ha anche in corso una bella personale dal titolo Brushwood al Museolaboratorio di Città Sant’Angelo, cittadina che dista una trentina di chilometri da Francavilla. Reduce da una recente residenza artistica in New South Wales in Australia presso il Bilpin International Ground for Creative Initiatives, già presente in passato in rassegne e collettive come il Premio di incisione “Giorgio Morandi” alla GAM di Bologna, Murri Public Art (dove nel 2005 vinse il 1° premio per artisti under 30), Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi, Fuori Uso a Pescara, l’artista ha avuto in questi anni una costante e coerente evoluzione che, da un iniziale figurativo al servizio di suggestioni di impronta romantica legate alla natura e al paesaggio, approda ora ai limiti dell’astrazione. Il tutto però sempre con un segno molto personale, lontano da ogni tipo di retorica e dalla rivisitazione di modelli passati.

Lucilla Candeloro - Paesaggio senza titolo, 2013

Lucilla Candeloro – Paesaggio senza titolo, 2013

P.S. La situazione della giovane arte italiana, comunque, non è poi così paralizzante come può apparire dalle mostre di cui si è parlato, basti pensare al Padiglione Italia dell’ultima Biennale di Venezia e ai dati anagrafici degli artisti selezionati: Roberto Cuoghi (1973), Giorgio Andreotta Calò (1979) e Adelita Husni-Bey (1985), presente — quest’ultima — anche nella mostra al MAMbo. Della Husni-Bey è anche in corso una retrospettiva presso la Galleria Civica di Modena (Adunanza, fino al 26 agosto).

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2 Commenti

  • stefano armellin ha detto:

    Non credo ai premi e trovo penoso definire l’arte fra giovane e meno giovane, Baglioni insegna : via i giovani si compete tutti insieme, anagrafe stop, please. E’ certamente una competizione fra sconosciuti, io stesso che qualcosa leggo da quarant’anni, questo premio non lo avevo mai sentito ! in Veneto ho trovato artisti bravi classe 1960, perfettamente sconosciuti come io sono sconosciuto a loro. Naglia, farei un articolo su noi invisibili. In quanto al Padiglione Italia alla Biennale siete troppo generoso, ma capisco che anche un cesso, soprattutto se d’oro, abbia un suo fascino : $. Stefano Armellin

  • Roberto Vaggi ha detto:

    Non sono artista, ma un semplice appassionato d’arte, perciò mi sento di poter in parte condividere con sufficiente distacco quanto affermato dall’artista Stefano Armellin (che non conosco). Catalogare l’arte per età è un evidente limite, tuttavia gli organizzatori ed i curatori di un premio o di una mostra possono ben porre dei paletti ad libitum, ci mancherebbe. Il mondo dell’arte è complesso ed altamente inquinato dal valore venale che viene attribuito alle opere d’arte (il valore artistico è altra cosa). Gli artisti che conosco ed apprezzo hanno un’età media attorno ai settant’anni e, non avendo partecipato alla Biennale veneziana o ad altri prestigiosissimi eventi consimili, né essendo legati a prestigiosi carri, hanno una notorietà limitata. Sic transit gloria mundi… basta saperlo.

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