Prezzi arte: dipinti, foto, opere su carta

Quello dei prezzi delle opere d’arte è con molta probabilità uno degli argomenti più “sentiti” da chi si avvicina al collezionismo. Una curiosità strana, se ci pensate bene, perché quasi nessuno di noi si chiede come nasce il prezzo di un iPad o di una macchina. Per l’arte sembra essere diverso: basta fare una ricerca su Google per rendersene conto. Probabilmente, questo interesse nasce anche da un’informazione che troppo spesso si sofferma solo sui grandi record per cui sorge spontaneo chiedersi come un dipinto o una fotografia possa arrivare a valere anche milioni di euro.

Come ho scritto anche in passato, però, questi record – che ci consegnano un’immagine fuorviante del mercato e del reale valore economico delle opere – rappresentano solo una minima percentuale in un panorama che vede la maggior parte dei lavori, anche di artisti importanti, attestarsi su cifre molto più contenute. Detto questo, avere una minima idea di come nascano i prezzi delle opere d’arte sul mercato primario e, in primo luogo, di quelle realizzate da artisti emergenti, è molto utile per poter procedere ad un acquisto oculato.

Collezionisti in una galleria a Soho

Collezionisti in una galleria a Soho

Esiste una formula universalmente utilizzata per creare il prezzo di un’opera d’arte? La riposta è NO. Vista la moltitudine di medium artistici impiegati oggi nella produzione dell’arte, è praticamente impossibile ridurre tutto all’unità. Rifletteteci un attimo: come si può adottare lo stesso metodo per un’opera su carta e per una scultura? Solo a livello di materiali stiamo parlando di tecniche che hanno costi e tempi di produzione estremamente diversi e, per questo, difficilmente paragonabili.

Esiste, però, una formula – molto nota – che in Italia viene applicata, non meccanicamente e con i dovuti distinguo, ad alcuni media che, per caratteristiche, sono abbastanza assimilabili: dipinti, fotografie e opere d’arte su carta:

 

[(base+altezza) x coefficiente]x 10 = prezzo

 

Una formula apparentemente banale: basta sommare base ed altezza dell’opera, moltiplicare il risultato per il coefficiente e, infine, moltiplicare nuovamente per 10. Tutto facile, se non fosse per questo oggetto misterioso: il coefficiente. Cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta.

 

Il coefficiente

 

In estrema sintesi, il coefficiente è un parametro (o punteggio) che viene stabilito dal gallerista d’accordo con l’artista e si basa sulla solidità di quest’ultimo, cioè sul suo curriculum vitae: mostre personali e collettive, premi e riconoscimenti ottenuti, acquisizioni museali o da parte di collezionisti importanti, recensioni e critiche, pubblicazioni. Fino ad arrivare alla richiesta sul mercato delle sue opere o alle aggiudicazioni in asta.

Per quanto riconosciuto a livello internazionale, la “costruzione” del coefficiente non si fonda su un protocollo definito. Si tratta di una valutazione di ordine economico che mette in gioco elementi certi, ma anche aspettative e desideri. Che venga applicata o meno la formula citata, è bene sapere, però, che tutti gli artisti (italiani e non) hanno un coefficiente: è uno dei dati principali che si “scambiano” i galleristi quando chiedono informazioni su un artista. In particolare, è un punto di riferimento importante quando si parla talenti emergenti.

Oltre al gallerista, è l’artista stesso che garantisce la tenuta del proprio coefficiente, così da non rischiare di essere venduto in giro per il mondo a prezzi diversi. E questa è una buona rassicurazione per il collezionista che, comunque, deve sempre verificare, controllando quali gallerie rappresentano un determinato artista e a che prezzi vengono vendute le sue opere; cercando di capire, nel caso, il perché di certe differenze nei prezzi applicati.

 

Come si evolve nel tempo

 

Come abbiamo detto, il coefficiente di un artista è legato al suo curriculum e, di conseguenza, questo cresce assieme alla sua carriera. Diciamo, in linea di massima, che un giovane, venduto in galleria, ha almeno un coefficiente 1. Tradotto in cifre, significa che un suo dipinto di 100×100 cm vale 2000 euro: visti i costi di promozione sostenuti da un gallerista nella fase di lancio di un artista emergente, è difficile che si parta da un livello inferiore. Questo vale per l’Italia come per la Germania.

1, 2, 2.5: I prezzi si consolidano in galleria e nelle fiere queste valutazioni possono anche crescere. Il tutto in modo molto graduale e legato anche ai tempi: in una crisi come quella attuale tutto è più lento. Non è un caso che molti artisti italiani, anche conosciuti, abbiano prezzi che si aggirano sui 20.000 euro e tra quelli a metà carriera difficilmente si superi questa cifra, anche facendo una verifica sui mercati esteri. Alla resa di conti è il mercato che detta la politica di prezzo da mettere in campo e, infatti, molti galleristi italiani che lavorano con i giovani, pur definendo il coefficiente, preferiscono o non applicarlo – adottando una politica di accessibilità dei prezzi – o utilizzarlo solo per opere di particolare importanza.

Raramente il coefficiente di un artista si abbassa: sarebbe come ammettere un fallimento. Semmai, un artista può avere coefficienti diversi per periodi distinti della sua carriera. Come abbiamo visto nell’articolo di martedì scorso, d’altronde, ogni artista ha la sua storia e raramente questa ha un andamento regolare: è più facile che durante la sua carriera possano essere individuati uno o due periodi di grande creatività, durante i quali verranno realizzate le opere più significative. I lavori di questi periodi avranno, in linea di massima, un coefficiente più alto rispetto a quelli creati in momenti di “stanca”.

La carriera degli artisti: modello della fenice

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Non solo: a seconda del supporto usato si possono avere coefficienti diversi. Questo è particolarmente vero quando ci troviamo di fronte ad artisti che si cimentano con vari medium. Un esempio per chiarire: se un pittore realizza anche opere d’arte su carta, queste avranno, in linea di massima, un coefficiente più basso rispetto ai suoi dipinti su tela. Questo dipende dal ruolo che questi lavori ricoprono all’interno della sua produzione artistica. Nel nostro caso, ovviamente, le tele hanno ruolo centrale mentre i lavori su carta ne avranno uno più secondario. Ciò non avviene, naturalmente, se un artista lavora solo su carta.

Un’ulteriore riduzione del coefficiente, infine, la si può avere quando ci si trova di fronte ad opere prodotte in tirature più o meno ampie. E’ il caso di fotografie e opere su carta: in questo caso, più numerosa è la tiratura più il coefficiente sarà basso. Ovviamente stiamo parlando di opere di artisti emergenti: quando ci troviamo di fronte ai lavori di artisti storicizzati, il discorso cambia anche radicalmente. Ma qui entrano in gioco altri fattori legati, appunto, all’importanza storico-artistica di un artista, alla rarità delle sue opere presenti sul mercato ecc. Resta inteso, ovviamente, che una foto (o un’opera su carta) realizzata in un unico esemplare ha un coefficiente più alto.

 

Quando è il gallerista a finanziare l’opera

 

Come detto, la formula presa in esame non è applicata meccanicamente e ci sono varie eccezioni. Alcune le abbiamo già viste nel paragrafo precedente, altre dipendono dal coinvolgimento del gallerista nella produzione stessa dell’opera. Rimanendo sempre nel nostro ambito di indagine (pittura, fotografia, opere su carta), infatti, quando è direttamente il gallerista a finanziare un lavoro, entrano in gioco inevitabilmente i costi di realizzazione che dipendono, in primo luogo, dalla tecnica o dai materiali impiegati.

Mettiamo che un gallerista finanzi la realizzazione di un’opera fotografica: in questo caso, dovrà essere considerato, ad esempio, il costo del montaggio della foto. Nel caso del Diasec® si parla anche di migliaia di euro. Il prezzo finale, quindi, più che del coefficiente, terrà presenti i costi di produzione, la tiratura, le dimensioni e la quota artista, oltre a quella del gallerista. Ossia, al netto delle spese, il guadagno ripartito in percentuali variabili, tra le due parti in causa.

 

Variabili e libere interpretazioni

 

Nel mercato dell’arte ci sono tante regole non scritte che ognuno, poi, si aggiusta un po’ come gli torna meglio. Una verità che può lasciare interdetti, ma così è e tanto vale averlo presente per riuscire a fare le proprie valutazioni con maggior consapevolezza.

Per le opere su carta, ad esempio, c’è chi sostiene che la Prova d’Artista valga di più delle opere ufficiali dell’edizione o che i primi esemplari di questa abbiano un valore più alto degli ultimi. Una scuola di pensiero che sta perdendo strada, ma che ancora sopravvive e che ha influenzato anche il mercato della fotografia. In quest’ultimo ambito, inoltre, è da ricordare come, di norma, una stampa Vintage, ossia eseguita dall’autore (o da un laboratorio sotto il controllo dell’autore) in un periodo non superiore ai due o tre anni dopo la data dello scatto dell’immagine stessa, venga valutata di più rispetto ad una successiva anche se realizzata sotto la supervisione dell’artista.

Infine, un esempio molto personale: in occasione dell’ultima edizione di SetUp, con mia moglie stavamo valutando l’acquisto di un lavoro di un fotografo italiano. Incerti tra due opere abbiamo chiesto il prezzo di entrambe. La risposta è stata disarmante: «Quello di sinistra costa 1500 euro. Anche quello di destra costava così, ma siccome è l’ultimo esemplare adesso lo vendiamo a 3000». Ecco, questo è un tipico esempio di atteggiamento a mio avviso deprecabile, ma che rispecchia una delle due scuole di pensiero che animano il mercato: da un lato c’è chi afferma che, definita la dimensione di una tiratura e il prezzo di ciascun pezzo, questo debba rimanere invariato anche quando si arriva all’ultimo esemplare. Dall’altro, invece, ci sono galleristi che giocano la carta della rarità, facendo lievitare i prezzi man mano che si arriva al termine di un’edizione.

Ognuno, ovviamente, è libero di applicare la politica di prezzo che preferisce ma, quando si parla di rarità delle opere (variabile che ha un grande peso nei prezzi), normalmente ci si riferisce a quanto è stato prolifico un artista e alla possibilità che i suoi lavori arrivino sul mercato. E’ il caso dei nostri Futuristi che durante la loro carriera hanno prodotto molto poco e le cui opere sono quasi tutte conservate in istituzioni museali che molto improbabilmente decideranno di vederle.

Parlare di rarità per l’edizione di un fotografo nato nel 1966 mi sembra quanto meno un azzardo, anche perché il valore di un’opera non può raddoppiare così, d’emblée, magari solo perché nel giro di pochi mesi hai venduto tutti i gli esemplari: ragionando così, un’opera unica dovrebbe raddoppiare il proprio valore ad ogni passaggio di mano, anche se questo avviene a distanza di poco tempo… pura follia! Ogni aumento di prezzo deve comunque avere una legittimazione da parte del mercato e, allargando il campo, del Sistema dell’Arte.