Private Sales: se Web e App fanno impazzire il mercato

Private Sales: se web e app fanno impazzire il mercato

9… 13… 16 milioni di dollari. No, non si tratta dei rilanci nel corso di un’asta londinese, ma dei prezzi a cui una stessa opera può essere offerta contemporaneamente da più parti attraverso le vie carsiche delle cosiddette private sales: le vendite d’arte che avvengono tra privati al di fuori dei “canali ufficiali” del mercato. Il tutto, molto spesso, senza che il legittimo proprietario ne sappia nulla e con il rischio di rendere un’opera letteralmente invendibile. Ma come può accadere una cosa del genere? E, soprattutto, come può difendersi un collezionista da quello che potremmo definire come un vero e proprio cortocircuito mercantile?

La storia che sto per raccontarvi parte da un fatto che mi è accaduto di recente. Il Nu Cuché aveva da poco stabilito il nuovo record d’asta per Amedeo Modigliani e, con mia grande sorpresa, vengo contattato, tramite il sito, da una persona che ha per le mani un’opera importante dello stesso autore, proprietà di un collezionista che la offre a 16 milioni di dollari. Non essendo del mestiere, contatto un conoscente che so occuparsi di questo tipo di trattative. Scopro così che lo stesso lavoro gli era stato proposto, da un’altra persona, a 13 milioni e che in precedenza altri lo avevano offerto a 9. Incuriosito, inizio ad indagare su come sia possibile che, in un mercato così delicato come quello delle private sale, possa esserci tanta confusione e il quadro che emerge è tutto tranne che rassicurante.

 

Private Sale: cosa sono e quanto valgono

 

Spiegare cos’è una private sale è abbastanza semplice. Di fatto si tratta di una transazione d’arte che, come si capisce dallo stesso nome, avviene privatamente, ossia in modo “diretto” tra due collezionisti. Con l’affermarsi dell’arte come forma di investimento, questo tipo di trattative sono ormai uno dei canali privilegiati dai grandi collezionisti per vendere le proprie opere in totale riservatezza. Sedi di questi scambi possono essere le grandi case d’asta, come Sotheby’s o Christie’s, ma molto più spesso i collezionisti preferiscono usare altri canali per evitare di essere indotti ad inserire la propria opera nel catalogo di un’asta con il rischio di un invenduto.

Ecco allora che molti di questi passaggi di mano si svolgono ai margini del “mercato ufficiale”, generalmente presso grandi banche di investimento con base in uno dei tanti freeport del mondo. Tanto che questo fenomeno sfugge al monitoraggio dei vari Report sul mercato dell’arte, anche se i dati divulgati da società come la Wealth-X, leader per quanto riguarda gli studi sulla ricchezza globale e le informazioni di business, equivarrebbe oggi al 50% delle transazioni d’arte che avvengono nel mondo. Percentuale che fa raddoppiare quei 63.8 miliardi di dollari dichiarati come il valore del mercato dell’arte nel 2015 dall’ultimo TEFAF Art Market Report. Il dato del rapporto di Arts Economics, d’altronde, registra solo le transazioni che si sono svolte alla luce del sole, in realtà come le grandi case d’asta internazionali che hanno bilanci pubblici. Ma non è il nostro caso. Le private sales di cui stiamo parlando si svolgono esclusivamente in quello che potremmo definire come il “mercato ombra dell’arte”.

 

Private Sale: il lato “oscuro” del mercato

 

New York, Principato di Monaco e Lussemburgo. Sono queste le capitali più importanti per il mercato mondiale delle private sale. A cui andrebbero aggiunte Ginevra, Zurigo e Lugano anche se, ultimamente, la Svizzera sta perdendo un po’ di appeal a causa di una normativa sempre meno vantaggiosa, in particolare per quanto riguarda l’anonimato che, in questo tipo di transazioni, costituisce un elemento fondamentale. E in discesa, dopo la Brexit, sono anche le quotazioni di Londra. Ma al di là delle note di “colore” è questa la geografia delle private sale ed è nelle grandi Banche d’Investimento di queste città che arrivano le opere dei collezionisti e i soldi degli acquirenti una volta firmato quello che, tecnicamente, si chiama Escrow Account o Acconto di Garanzia: un negozio giuridico praticamente sconosciuto in Italia e che vede cedere, temporaneamente e contemporaneamente, alla Banca dove si svolgerà la trattativa finale, il diritto di proprietà su opera e soldi, in modo che nessuna delle due parti in causa possa ritirarsi all’ultimo momento o giocare al rialzo. A questo punto il trust della Banca incaricato della transazione verifica l’effettiva corrispondenza dell’opera con i dati contenuti nell’accordo preliminare di vendita e se tutto coincide l’affare si conclude: l’opera passa all’acquirente e i soldi al venditore, oppure su uno o più conti esteri.

Gli attori principali di questi passaggi di mano sono mercanti, galleristi, art advisor e collezionisti che, generalmente, si affidano a procuratori specializzati o a mandatari. Poche centinaia di individui e operatori altamente qualificati a cui però, negli ultimi anni, con l’avvento del web e il diffondersi delle applicazioni di messaggistica istantanea per dispositivi mobili, si è aggiunta una platea di soggetti improvvisati – spesso avvocati e commercialisti – in cerca di guadagni apparentemente facili, ma che in realtà inquinano questo mercato, facendo circolare troppo le opere che, seppur buonissime e originali a questo punto non sono più fresh to the market, tanto da risultare invendibili. Senza parlare della lievitazione folle dei prezzi che questi individui causano. E quel che è peggio, tutto ciò avviene all’insaputa del collezionista.

 

Da riservate a virali: il cortocircuito delle private sale

 

«In una settimana una stessa opera ti può arrivare con tre stime diverse tra loro anche di svariati milioni –  mi spiega un Art Advisor che per motivi professionali preferisce rimanere anonimo -. E questo causa un effetto di svalutazione dell’opera anche peggiore del tanto temuto unsold in asta». Colpa di tanti, troppi “mandatari fantasma” e del web che sta portando ad una vera e propria circolazione virale delle opere e così le trattative si arenano.

Non di rado, infatti, queste immagini che girano come impazzite da un indirizzo email all’altro e rimbalzano di smartphone in smartphone, sono foto “rubate” dal legale di turno che, avendo saputo che un cliente sta riflettendo sulla possibilità di vendere o meno un’opera, scatta un’immagine col cellulare e la fa circolare per trovare un possibile acquirente. Peccato che non abbia in mano nessuna autorizzazione, ma sia mosso solo dalla speranza di mettere il collezionista davanti dal fatto compiuto, così da ottenere il mandato e guadagnare soldi facili. Ma questo giochino raramente funziona mentre, molto spesso, fa danni incalcolabili: un’opera “bruciata” con questi sistemi arriva a svalutarsi anche del 15-20% rispetto al valore originario.

«Ci sono opere – mi racconta ancora il mio contatto – che girano da oltre 20 anni e che ormai non le vuole più nessuno anche se sono belle». «D’altronde – conclude – quando un’opera ti viene proposta da più parti crescono i timori di una possibile fregatura, perché ad un certo punto non si sa più se si tratta della stessa opera o se ci viene proposto un falso».

«Per cercare di porre rimedio a questa situazione –  mi confida un altro mercante – ormai si chiede sempre anche la foto del retro, ma oggi ci sono tanti “maghi di Photoshop” che le falsificano, prelevando dal web quelle di altre opere e riadattandole alle dimensioni e alle proporzioni di quella proposta. E allora l’unica soluzione per chi lavora in questo settore è quella di richiedere all’offerente, oltre ai documenti che attestano la provenienza e l’autenticità di un’opera, anche un esame diagnostico, in particolare per gli Old Masters e i contemporanei storicizzati».

Ma oltre al pericolo di incappare in un falso, il problema grosso di questa viralizzazione nella circolazione delle opere messe in vendita privatamente, sono i prezzi. In queste trattative, d’altronde, ogni volta che alla filiera si aggiunge un “mediatore fantasma” il prezzo sale  e, come mi dice uno dei miei contatti, “son dolori”. Basti pensare che quando il valore originario, e legittimo, dell’opera è superiore, più o meno, ai 2 o ai 3 milioni di euro ognuno di questi “mediatori fantasma” aggiunge direttamente un milione. E’ così sufficiente che un’opera faccia, in un paio di mesi, un giretto su diverse scrivanie perché il prezzo sia decuplicato.

 

La soluzione: vendere solo su procura

 

Per contrastare questo fenomeno c’è però una soluzione piuttosto semplice ed è quella di evitare il “semplice” mandato a vendere. Il mandato, infatti, non garantisce nessuna esclusività nella trattativa e può essere sottoscritto dal proprietario, dal procuratore o, a sua volta, da un altro mandatario. Meglio, quindi, usare la procura a vendere, documento legale che può essere sottoscritto esclusivamente dal proprietario dell’opera e solo nei confronti di un unico soggetto che, conseguentemente, ha il potere di rappresentare il collezionista nella vendita di un’opera entro i limiti posti dal documento stesso. Anche se, con molta probabilità, saranno gli stessi professionisti del settore, se seri, a chiedervi di adottare questa strada per tutelarsi dai soliti furbetti del quartierino il cui comportamento ha ricadute pesanti sulla loro attività.