Professione Registrar: dietro le quinte dell’arte

Non ha una giornata “tipo”, è attento ai dettagli, versatile e il suo compito è quello di far sì che la complessa macchina del prestito o dell’organizzazione di una mostra funzioni senza intoppi.  Stiamo parlando del Registrar, una delle figure professionali più importanti all’interno del mondo dell’arte, ma ancora poco conosciuta

Negli Stati Uniti questa figura è attiva nei maggiori musei sin dagli anni Cinquanta. Mentre in Gran Bretagna nasce
nei primi anni Settanta. Solo da qualche anno, invece, il Registrar fa la sua comparsa anche nei maggiori musei di Francia, Germania, Danimarca, Olanda, Belgio, Spagna e Italia dove più di 20 anni fa si sono riuniti nell’associazione Registrarte,l’Associazione Italiana dei Registrar di Opere d’Arte nata del 2000

Per saperne di più sul ruolo del Registrar abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Linda Pacifici, Senior Registrar della Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze e presidente di Registrarte.

 

Nicola Maggi: Tra le tanti professioni dell’arte quella del Registrar è forse tra le meno conosciute. Ci spieghi di cosa si occupa?

Linda Pacifici: «Il Registrar ha l’importante ruolo di garantire la sicurezza delle opere d’arte, specialmente quando esse devono essere movimentate, vuoi per una mostra o per altre ragioni.

Non solo quindi si occupa della gestione delle collezioni permanenti, siano esse pubbliche o private, ma nel caso delle mostre lavora con il curatore e i prestatori per tradurre i desiderata scientifici in un’esposizione che assicuri la tutela delle opere d’arte in tutti i passaggi.

Le sue mansioni dipendono dalla dimensione e dall’entità della struttura dove opera, ma vanno dall’elaborazione di accordi di prestito alla preparazione di documentazione per l’acquisizione o il trasferimento, dalla scelta di coperture assicurative ad hoc a quella di imballaggi e trasporti idonei etc., fino anche alla redazione di istruzioni alla ditta delle pulizie. Si può dire che il registrar sia l’angelo custode delle opere d’arte».

 

Linda Pacifici, Senior Registrar della Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze e presidente di Registrarte.

N.M.: Come nasce questo ruolo così particolare?

L.P.: «Il registrar nasce nel mondo anglosassone negli anni Cinquanta ed è la sua natura tecnica e la visione a 360 gradi a renderlo un ruolo fondamentale all’interno dell’organizzazione museale.

Il registrar infatti ha un punto di vista che non è specifico, come ad esempio quello del restauratore, ma coglie allo stesso tempo tutti gli aspetti che caratterizzano la vita di un’opera in un museo, una collezione o una mostra temporanea.

Questo lo rende anche essenziale nelle analisi che si definiscono “risks assessment”: in altre parole il registrar fa una sorta di premonizione di tutte le sventure che potrebbero abbattersi su un’opera e mette in atto procedure per evitarle, come un genitore premuroso».

 

N.M.: Come hai deciso di diventare una Registrar?

L.P.: «Inizialmente quando lavoravo a Palazzo Strozzi, prima ancora che nascesse la Fondazione, i ruoli all’interno dell’organizzazione non erano definiti, ma già sentivo un’affinità per una professione che da dietro le quinte permetteva di essere parte attiva nella produzione delle mostre. Con la nascita della Fondazione la struttura si è definita, abbiamo iniziato a confrontarci col lavoro dei colleghi all’estero e un giorno ho proprio esclamato “Io sono una registrar!”».

 

Un momendo di lavoro alla Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze

N.M.: Tu oggi sei Senior Registrar della Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze. Ci racconti la tua giornata tipica?  

L.P.: «Il bello di fare questo lavoro è che non esiste una giornata tipo, e quindi non ci si annoia. Il ritmo della giornata è inversamente proporzionale alla distanza temporale della mostra: più è vicina e più ci sono da fare tante cose insieme. L’importante è restare calmi per trovare le soluzioni migliori ai problemi e avere sempre chiaro l’insieme. Quando invece si è più distanti da un allestimento ci si può concentrare sulle liste dei prestiti, si fanno riunioni con i curatori, si esaminano contratti, si preparano i budget».

 

N.M.: C’è qualche differenza tra lavorare in un museo o, come te, in una Fondazione che organizza mostre temporanee?  

L.P.: «Certo, innanzitutto io ricopro il ruolo di Exhibition registrar perché non abbiamo una collezione permanente. Purtroppo la vicinanza con le opere qui non è quotidiana come quando si lavora in un museo, e bisogna aspettare gli allestimenti per un contatto ravvicinato. Inoltre i tempi delle mostre sono più concitati rispetto a quelli di gestione di una collezione permanente. Quando sono andata a lavorare in musei esteri che avevano il dipartimento mostre e quello collezione separati, ho sempre osservato questa differenza di passo nel ritmo di lavoro dei due dipartimenti».

 

Un momendo di lavoro alla Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze

N.M.: In questi giorni, a Firenze, avete inaugurato l’installazione di JR. In un caso come questo come si svolge il tuo lavoro?

L.P.: «La cosa più singolare è che in questi casi bisogna innanzitutto individuare in cosa consiste l’opera d’arte. L’opera di JR è tale fintanto che è installata sulla facciata di Palazzo Strozzi, ma al termine i materiali verranno disassemblati e quell’unicum non esisterà più. Il mio lavoro è stato quello di individuare i rischi, che erano tendenzialmente legati al preservare la facciata quattrocentesca del Palazzo stesso, trovare le mitigazioni in accordo con lo Studio dell’artista e coordinare il lavoro e la tempistica del gruppo tecnico che ha progettato e montato la struttura. Tendenzialmente penso comunque che la capacità di analisi di un registrar non cambi davanti ad un capolavoro del Rinascimento o a un’installazione contemporanea».

 

N.M.: Il momento più delicato che hai dovuto affrontare nella tua carriera?

L.P.: «Più che un momento penso ad una mostra, quella di Carsten Höller nel 2018, perché mi sono dovuta reinventare. Avevo già avuto diverse esperienze con l’arte contemporanea a partire dalla grande mostra su Ai Weiwei nel 2016, ma questa volta ci siamo dovuti occupare direttamente della produzione, dai semi delle piante di fagiolo al grande scivolo doppio nel cortile.

Ma ricordo anche la tensione di quando una cassa troppo grande non è entrata nell’ascensore che porta al piano mostra. Erano le 10 di sera e non avevamo altro modo per farla salire. L’accompagnatrice del museo era giovane e non voleva prendere decisioni delicate, ma a quell’ora non poteva trovare nessun collega che la confortasse. Alla fine abbiamo trovato la soluzione grazie alla professionalità e ai rapporti di fiducia che ci legano a tanti colleghi in Italia e all’estero».

 

JR, La ferita, 2021

N.M.: Ormai 20 anni fa è nata l’Associazione Italiana dei Registrar di Opere d’Arte di cui sei presidente. Ce ne parli?

L.P.: «L’associazione è nata in analogia con quelle di tanti altri Paesi e il suo scopo è quello di condividere aggiornamenti e standard di lavoro. Oggi conta più di 120 associati, tutti professionisti pluriennali del settore. Siamo parte dell’European Registrars Group, nato nel 2015 e tramite esso ci interfacciamo con i gruppi nord americani e asiatici. All’interno di questo gruppo è nato un manuale per corrieri che abbiamo tradotto in italiano e pubblicheremo sul nostro sito www.registrarte.org. Oltre alla conferenza europea biennale le occasioni di incontro sono costituite dalle giornate di studio, in cui trattiamo temi diversi inerenti alla professione. Purtroppo in questo anno di pandemia tutto si è spostato su piattaforme virtuali e devo dire che mi manca il rapporto con i colleghi».

 

N.M.: Che caratteristiche deve avere un Registrar per poter essere un buon professionista?

L.P.: «Essenzialmente tre: attenzione ai particolari, capacità di fare e/o pensare più cose contemporaneamente, precisione (che a volte rasenta la pignoleria). Un po’ di creatività nel trovare certe soluzioni poi non guasta. Sono forse queste caratteristiche che rendono gli animi femminili (ma non per forza di sesso femminile) più tagliati per questa professione»