Quando a collezionare sono le aziende

«Arte contemporanea: costo o investimento?». Così si intitolava il libro di Karine Lisbonne (economista) e di Bernard Zürcher (storico dell’arte) dato alle stampe nel 2009 dall’editore milanese Johan&Levi: uno dei pochissimi testi dedicato al cosiddetto collezionismo corporate. La ferita lasciata nell’economia internazionale dal crollo della Lehman Brothers era ancora fresca e il tema trattato dai due autori francesi poteva apparire allora come inadeguato, in un momento drammatico, caratterizzato da continue chiusure di aziende e licenziamenti a catena. In realtà, invece, l’argomento affrontato da Lisbonne e Zürcher era di stringente attualità, offrendo alle imprese una preziosa ancora di salvezza. «Per uscire dalla crisi – scriveva, a tal proposito, Pier Luigi Sacco nella prefazione del libro – servono le idee e la capacità di trasformarle in innovazione, in capacità competitiva, in valore aggiunto». «Per le imprese – proseguiva -, l’arte contemporanea rappresenta un percorso innovativo potenzialmente molto più attraente e carico di connotazioni pragmatiche di quanto poteva esserlo nei momenti in cui tutto andava bene operando secondo le logiche del business as usual».

Ivona Ivkovic, fondatrice dello Studio IIAA | II Art Advisory

Ivona Ivkovic, fondatrice dello Studio IIAA | II Art Advisory

Il 2009 sembra, ormai, lontanissimo ma le crisi si sono susseguite senza, per questo, aver intaccato minimamente l’appeal dell’arte contemporanea e, oggi più che mai, il collezionismo corporate (ossia il collezionismo delle aziende) può rappresentare una risorsa preziosa sia per la competitività del nostro tessuto produttivo che per la crescita del nostro sistema dell’arte. Per conoscere meglio questa forma particolare di collezionismo abbiamo incontrato Ivona Ivkovic, art advisor tra i primi in Italia ad aver lavorato con le imprese per creare delle collezioni d’arte aziendali. Una pratica, spiega Ivkovic, che «è arrivata in Europa dagli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta e che ha iniziato ad affermarsi anche in Italia, in modo significativo, da circa una decina di anni».

Nicola Maggi: Cos’è il collezionismo corporate e quali sono i presupporti per la nascita di una collezione d’arte aziendale?

Ivona Ivkovic: «Quello corporate è una particolare forma di collezionismo messo in atto da aziende e liberi professionisti attivi nei più diversi settori. Di fatto nasce là dove c’è un fondatore, un presidente o un CEO che abbia una forte sensibilità per le istanze dell’arte contemporanea e ne capisca il valore in termini di investimento. E questo non solo per fini unicamente speculativi o legati alla sola immagine della propria impresa. Ci sono aziende che decidono di avvicinarsi all’arte contemporanea per migliorare la propria percezione da parte del pubblico ma anche chi lo fa per motivi interni. Penso al caso TESECO, una delle più importanti azienda italiane di smaltimento rifiuti industriali, che ha dato vita ad una collezione d’arte aziendale per promuoverei propri valori e la propria Corporate Social responsibility, ossia la propria volontà di gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al proprio interno e nelle zone di attività. Ci sono poi delle realtà come, ad esempio, alcune banche, che creando una collezione d’arte, puntano a sottolineare e rafforzare il proprio legame con un determinato territorio. Esistono, poi, casi più sofisticati in cui l’azienda si avvicina all’arte contemporanea per evidenziare l’esclusività del proprio prodotto».

Una sala riunioni di Teseco decorata dall'artista inglese Liam Gillick

Liliam Gillick ( collezione Fondazione Teseco per l’arte )

N.M.:  Volendo fare una sintesi, quali sono i motivi principali per cui un’azienda dovrebbe valutare  l’idea di dar vita ad una collezione d’arte?

I.I.: «Creare una collezione d’arte può rappresentare, per un’azienda italiana, un elemento strategico per la propria competitività. Un modo innovativo per rafforzare la propria immagine aziendale e presentare la propria mission nei confronti degli stakeholder, distinguendosi, così, dalla concorrenza. Se sfruttata con criterio, una collezione d’arte può essere un valido strumento di comunicazione e di marketing, in grado di aumentare la stessa notorietà di un brand. Oltre a questo, una collezione corporate può influire in modo positivo sulle condizioni lavorative dei propri dipendenti e collaboratori. È quello che ha fatto, per prima, la Deutsche Bank con il progetto Art at Work che, non solo ha avvicinato i dipendenti all’arte,  ma li ha anche spinti verso una maggior creatività e innovazione nella risoluzione dei problemi e nella stessa gestione aziendale. Senza dimenticare che la presenza di opere d’arte negli uffici, o nelle sale riunioni, rende gli ambienti lavorativi più piacevoli. Non mancano, poi, casi, come quelli di alcuni istituti bancari romagnoli, che si sono avvicinati all’arte contemporanea per manifestare il proprio impegno e il proprio legame con un territorio e la sua comunità. Un obiettivo perseguito legando il proprio marchio anche a premi o ad eventi espositivi».

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Vista del corridoio della Deutsche Bank London con l’opera ‘Icy Prospects’ di Jorma Puranen

N.M.: Tutto questo, immagino, senza perdere di vista i vantaggi anche economici che investire in arte può portare…

I.I. : «Certamente. Per quanto le collezioni corporate non nascano con fini meramente speculativi, queste rappresentano, per un’azienda, un’importante risorsa economica. Si tratta di un investimento a lungo termine che può rivelarsi estremamente utile come riserva di liquidità da sfruttare in momenti di necessità. Non dobbiamo dimenticare, d’altronde, che il valore dell’investimento in arte, se fatto in modo oculato, si rivaluta nel tempo. Per non parlare del risparmio fiscale di cui può godere un’azienda che crea una collezione d’arte contemporanea. Anche se in Italia abbiamo un regime fiscale particolarmemte pesante, esistono delle zone grigie che permettono ad un’impresa, in modo del tutto legale, di scalare per intero i costi delle opere acquistate, con un risparmio fiscale del 35% in 5 anni, a patto che queste siano esposte nei locali di rappresentanza dell’azienda. I liberi professionisti, invece, possono dedurre l’1% come spese di rappresentanza. Anche in questo caso semplicemente esponendo in pubblico le opere possedute. Queste sono tutte opportunità e vantaggi spesso ignorati dagli stessi operatori di settore».

Plessi ( Collezione Targetti Light Art Collection )

Plessi ( Collezione Targetti Light Art Collection )

N.M.: I vertici di un’azienda possono avere una forte sensibilità per l’arte contemporanea, ma non per questo essere in possesso di quelle competenze e conoscenze necessarie per dar vita ad una collezione degna di questo nome. È in questo caso che entra in gioco l’art advisor. In cosa consiste il vostro intervento?

I.I.:  «Per prima cosa credo sia necessaria una precisazione: in Italia la maggior parte dei servizi di art advisory è legato al mondo bancario e si ha a che fare con persone che hanno principalmente competenze di tipo finanziario ed economico più che storico-artistiche. Questo non è il nostro caso. Detto ciò, il lavoro a fianco dell’azienda che vuole creare una collezione d’arte contemporanea non è poi così diverso da quello che facciamo con il collezionista privato. Il primo passo è definire assieme gli obiettivi della collezione: rafforzare la corporate identity, oppure migliorare il clima lavorativo e la produttività. Tanto per fare degli esempi. A questo punto si crea il progetto di collezione e si avviano le acquisizioni. Si tratta di progetti di affiancamento che durano dai 2 ai 3 anni ma con una prospettiva di investimento sia economico che culturale per i successivi 5-7 anni, dopo i quali è possibile fare un primo resoconto della collezione.  E, infatti,  anche dopo il periodo di affiancamento, il rapporto con il cliente non si interrompe: annualmente si torna in azienda per monitorare e aggiornare il valore della collezione. Parallelamente, poi, diamo vita ad un programma di formazione, della durata di 1-2 anni, dedicato al personale interno all’azienda che dovrà occuparsi della collezione e che, nella maggioranza dei casi, non ha le conoscenze necessarie».