Quando Pollock sognava Michelangelo

Un particolare del ritratto fotografico di Jackson Pollock realizzato da Wilfred Zogbaum nello studio di Fireplace road, nel 1947
Un particolare del ritratto fotografico di Jackson Pollock realizzato da Wilfred Zogbaum nello studio di Fireplace road, nel 1947

Michelangelo e Pollock. Pollock e Michelangelo. Con gli occhi pieni di immagini da manuale di storia dell’arte, l’accostamento non potrebbe sembrare più stridente: da un lato il maestro indiscusso del Rinascimento, dall’altro il più celebre esponente dell’espressionismo astratto. L’eccezionalità della mostra “Jackson Pollock – La figura della Furia”, inaugurata martedì scorso a Firenze nella prestigiosa sede di Palazzo Vecchio, sta proprio qui: nell’esaltare la capacità dell’arte contemporanea di aiutarci a comprendere il presente e ad illuminare il futuro, ma anche ad apprezzare maggiormente, grazie ai suoi continui rimandi, la storia dell’arte del passato.

Ecco allora, che nei sei disegni che compongono la prima sezione della mostra di Palazzo Vecchio, assistiamo ad un vero e proprio corpo a corpo tra il giovane Jackson Pollock e l’opera michelangiolesca. L’artista americano, allora allievo di Thomas Hart Benton, non si limita a riprodurre gli Ignudi della Sistina, il profeta Giona o l’Adamo giacente. Si sofferma, analizzandoli, sui volumi, sulle masse, sui pieni e i vuoti, sull’energia psicofisica ed emotiva delle torsioni, delle loro linee fiammeggianti, traducendole in forme che talvolta riecheggiano l’opera di altri maestri del contemporaneo, come il Nudo che scende le scale di Marcel Duchamp.

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Rimandi, commistioni, trasfigurazioni che ci proiettano nel periodo di formazione di Pollock, ancora lontano dai suoi dripping e dalle sue immense tele stese per terra – siamo negli anni Trenta e queste arriveranno solo nel 1947: la mostra fiorentina ci porta all’alba di un mito. Le sedici opere che, complessivamente, compongono l’esposizione sono i semi da cui germineranno i capolavori successivi; sono la testimonianza di una ricerca di sé che trova in Michelangelo un faro guida, un modello non tanto stilistico, quanto di approccio: quell’impegno fisico – come ricorda Sergio Risaliti, curatore della mostra assieme a Francesca Campana Comparini, nel suo intervento in catalogo – «la performance di anima e corpo, il fatto che il furor non precludesse la visione generale dell’opera, il pieno controllo dei mezzi».

E di Michelangelo, infatti, Jackson Pollock assorbe l’esperienza, nella coscienza che «l’arte è un linguaggio e che, come tutti i linguaggi, ha una sua grammatica e un suo vocabolario», come sottolinea in modo calzante Demetrio Paparoni. Una volta tanto, quindi, non ci troviamo di fronte al solito volo pindarico curatoriale che ci propone accostamenti forzati. Oltre ai disegni, è lo stesso artista americano, come ci ricordano le note biografiche, ad aver ammesso più volte, negli anni Trenta, di voler diventare uno scultore come Michelangelo. E il compositore statunitense Morton Feldman, in alcuni suoi scritti, ricorda come lo sconcertasse sentire l’amico fare continui rimandi ai disegni di Michelangelo, proprio lui: un artista che «camminava attorno alla tela, affondando una bacchetta in una latta di colore per poi gocciolarlo sulla tela».

Non è un caso, d’altronde, se già nel 1975, in una conferenza alla Pennsylvania State Univeristy, il critico italiano Eugenio Battisti aveva definito Jackson Pollock come “il maestro più michelangiolesco di tutti” nella cui opera rivive la stessa energia e violenza che caratterizza le creazioni dell’artista italiano. Ma Michelangelo non è l’unico maestro con cui Pollock si confronta e lo si scopre nelle altre opere presenti nella seconda parte della mostra, che richiamano alla mente il Picasso di Guernica – altra opera che ha fortemente impressionato l’immaginario dell’artista americano –, Mirò, il Surrealismo o la pittura murale messicana di Siqueiros e Orozco.

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Poi… poi arriveranno gli anni Quaranta, la svolta verso il dripping, tecnica di matrice surrealista che l’artista americano ingigantì trasformando la creazione pittorica in un gesto irripetibile, una danza sciamanica che fa esplodere sulla tela l’inconscio dell’artista. «La mia pittura – affermerà Pollock alla fine degli anni Quaranta – non nasce sul cavalletto. Sul pavimento mi sento più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del quadro, perché, in questo modo, posso camminarci intorno, lavorare sui quattro lati, ed essere letteralmente nel quadro. E’ un metodo simile a quello degli indiani dell’Ovest che lavorano sulla sabbia. Voglio esprimere i miei sentimenti, non illustrarli. Quando dipingo, ho un’idea d’insieme di quello che voglio fare. Posso controllare la colata della pittura, non c’è casualità, così come non c’è inizio né fine». Emotività e controllo: altri due elementi che accomunano questi due grandi geni dell’arte, così distanti nel tempo e nella resa stilistica eppure così vicini per temperamento e approccio creativo. A separarli, ovviamente, l’essere contemporanei in epoche diverse e un pittore del XX secolo, come dirà lo stesso Pollock, «non può esprime la nostra epoca, l’aviazione, l’atomica, la radio nelle forme del Rinascimento».

La mostra di fiorentina ci lascia un attimo prima, alla metà degli anni Quaranta, quando ogni accenno alla figurazione sembra pian piano scomparire dai dipinti lasciando il campo ad un groviglio sempre più vorticoso di pennellate. E’ del 1946 il dipinto Earth Worms, che chiude il percorso espositivo. Un’opera che preannuncia la concezione compositiva e la tecnica a cui Pollock approderà di lì ad un anno e in cui l’artista traspone sulla tela il brulicante mondo naturale realizzando una distesa ininterrotta di brevi segni curvilinei, realizzati dall’artista applicando il colore direttamente dal tubetto alla superficie del quadro.

Jackson Pollock Earth Worms, 1946 olio su tela Tel Aviv Museum of Art Collection, dono di Peggy Guggenheim, Venezia attraverso l’American-Israel Cultural Foundation, 1954 © Jackson Pollock, by SIAE 2014

Jackson Pollock, Earth Worms, 1946.
Olio su tela. Tel Aviv Museum of Art Collection. © Jackson Pollock, by SIAE 2014

Ecco allora che, usciti dalla mostra fiorentina, si corre ai cataloghi per rivedere, con occhio aggiornato, i capolavori realizzati dall’artista americano tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, caratterizzati da quell’approccio alla pittura che lo ha reso celebre e che apre alla performance, in cui la tela diventa l’arena in cui “combatte” la figura della furia – per riprendere il titolo della mostra fiorentina – evoluzione ideale della “furia della figura” con cui, nel 1584, Giovanni Paolo Lomazzo indicò il precetto michelangiolesco secondo cui «la maggior grazia e leggiadria che possa avere una figura è che mostri di muoversi». Assolutamente da vedere, specie per tutti coloro che davanti all’arte contemporanea pensano ancora “potevo farlo anch’io”.

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Jackson Pollock La figura della furia

SEDE ESPOSITIVA:

Palazzo Vecchio (Sala dei Gigli e Sala della Cancelleria), Piazza della Signoria 1, Firenze

Complesso di San Firenze (Sala della musica), Piazza San Firenze, Firenze

PERIODO DELLA MOSTRA:  16 Aprile – 27 Luglio 2014

ORARIO:

Palazzo Vecchio: 9 – 24 ad eccezione del giovedì 9 – 14; la biglietteria chiude un’ora prima del museo

Complesso di San Firenze: tutti i giorni 10 – 20 escluso il giovedì 10-14; la vendita dei biglietti sarà sospesa un’ora prima della chiusura della mostra

SITO WEB: www.pollockfirenze.it [/box]

4 Commenti

  • Ravecca Massimo ha detto:

    Ciò che caratterizza il genio è la presenza di processi ricorsivi nelle opere, anche in modo inconsapevole. Come il moltiplicarsi all’infinito dell’immagine di un oggetto posto tra due specchi piani paralleli. Pollock aveva elementi ricorsivi nelle sue opere, che hanno permesso di riconoscere i falsi che ne sono assenti. Ciò dovuto alla presenza in piccola scala di frattali nei suoi disegni che sono ricorsivi per definizione e per natura. In Michelangelo è presente direttamente il gioco di specchi.. Nella Cappella Sistina, nella Creazione dell’uomo, le mani del Padre toccano il futuro Figlio dell’uomo, e sono protese verso Adamo, in modo similare. Simili nella Caduta dell’uomo sono l’angelo e il serpente tentatore. L’angelo e il serpente sono speculari. Sembrano dei gemelli. Simili sono Aman crocifisso nella Volta della Cappella Sistina e il Gesù del Giudizio Universale sulla parete d’altare. Gesù morì sulla croce interpretando anche la parte di Aman in un carnevale ebraico? In tal senso il “non finito” di Michelangelo è associabile alla “non forma” di Pollock, perché entrambi frutto, o portatori di processi ricorsivi-speculari. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Carissimo Nicola come puoi vedere entro in discussione nel sabato precedente la Pasqua pertanto doverosi e sinceri sono gli auguri da estendere a tutti i tuoi.
    collaboratori.
    Un post straordinario non solo per la sapienza storica ma per aver accostato due geni, forse il secondo la reincarnazione del primo.
    Non conoscevo gli studi ed i bozzetti di Pollock, davvero potenti nei loro movimenti e nella ricerca dello spazio.
    Due cose mi vengono in mente dopo aver ammirato quei disegni e mi devi scusare dell’ardire, non può essere che il successivo “dripping” di Pollock non sia altro che l’essenza di una sua sperimentazione figurativa dovuta al fatto di non poter riuscire ad eguagliare l’arte di Michelangelo?
    La seconda, anche questa provocatoria, è che l’arte è solo “astrazione”, è un qualcosa che dimora nella profondità dell’animo e della mente e non è da vedere ad alcuno se no che all’artista, non credi?.
    Va di seguito a questo punto che quando parliamo d’arte, parliamo di astrazione, e per semplificare il concetto troveremo l’ ” astrazione figurativa”, l’ “astrazione informale” e l’ “astrazione astratta”, solo per rimanere nella tradizione linguistica!
    Solo in questo modo l’autore può esprimersi raccontando intimamente la realtà, una indagine che non si ferma in superficie, ma va dentro, dentro a quelle che sono le emozioni, le tensioni e i sentimento dell”uomo, cosa ne pensi?
    Con questo post hai rafforzato in me la considerazione che solo l’arte che rimane nel tempo è contemporanea e questo vale per Michelangelo e Pollock che a distanza, il primo di centinaia e centinaia d’anni, il secondo di alcune decine di anni, sono oggi ancora lì ad interrogarci ad emozionarci come non mai.
    Un caro saluto, Daniele.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Caro Daniele,
      non credo che l’adozione del dripping da parte di Pollock possa essere riferibile al fatto di “non poter uguagliare Michelangelo”. Lo stesso artista, d’altronde, come ho riportato nell’articolo affermava che «un artista moderno non può esprime la nostra epoca, l’aviazione, l’atomica, la radio nelle forme del Rinascimento». Quello che Pollock riprende da Michelangelo è semmai l’esperienza della pittura, intesa nel senso più viscerale del termine. Volendo forzare un po’ il paragone, comunque, una cosa che impressione è la vicinanza tra lo stile dell’artista americano e un componimento di Michelangelo che, parlando dei suoi lavori alla Sistina, scrive:

      la barba al ciel, e la memoria sento
      in sullo scrigno, e l’pecto fo d’arpia
      e ’l pennel sopra ’l viso tuctavia
      mel fa, gocciando, un ricco pavimento…

      Quel “ricco pavimento” richiama certamente alla mente il dripping di Pollock anche se dubito che il nostro abbia mai letto il sonetto michelangiolesco. Per quanto riguarda la tua seconda domanda, quello che dici è certamente vero, almeno per gli aspetti più profondi della creazione, poi però l’arte ha sempre bisogno del suo spettatore per completarsi e dischiudersi a pieno. E questo avviene facendo risuonare, in ciascuno di noi, “le emozioni, le tensioni e i sentimenti dell’uomo”: una musica che poi ognuno interpreta in base alle proprie emozioni, tensioni e sentimenti, proprio come i musicisti interpretano i grandi compositori.
      Un caro saluto
      Nicola

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