I “racconti” di Martina Antonioni

Martina Antonioni

Martina Antonioni

“Il lilla che avanza”, recita la pubblicità della nuova linea della metropolitana milanese. Un nuovo percorso sotterraneo che recentemente ha collegato la Stazione Garibaldi al nuovo quartiere Isola. Qui, fino a qualche anno fa, sorgeva la Brown Boveri, fabbrica abbandonata che, negli ormai lontani anni Ottanta, è stata l’incubatore di una nuova stagione dell’arte italiana che, per dirla con Luca Beatrice, ha messo “in cantina l’epica Transavanguardia”, dando voce ad una nuova generazione di artisti: quella di Stefano Arienti, per capirsi. Ed è proprio tra le “ceneri” di questo edificio, che ormai non esiste più, che inizia l’avventura di Martina Antonioni. Nata nel 1986, Martina si è diplomata nel 2012, anno in cui, dopo alcuni workshop e collettive, la Galleria Bellinzona le dedica la prima personale, dal titolo Dentro la stanza, a cura di Emanuele Beluffi. Lo scorso anno, poi, la collettiva Summer Show da Federico Rui Arte Contemporanea, che la presenta anche a SetUp Art Fair a Bologna. Ed è qui che ho incontrato il suo lavoro, caratterizzato da una rete di immagini attraverso la quale suggerisce la lettura di un racconto sempre nuovo, in cui il “lettore” può immaginare storie sempre diverse. Ma cominciamo dall’inizio…

Martina Antonioni, Perché il tempo mangia i suoi figli, 2011. Opera realizzata all'interno del progetto LOASI

Martina Antonioni, Perchè il tempo mangia i suoi figli, 2011, serie di 17 polaroid montate su poliplat, progetto a cura di Claudia Sabbatini. Opera realizzata all’interno del progetto LOASI

Nicola Maggi: Mentre studiavi alla NABA di Milano hai fatto parte del collettivo temporaneo LOASI. Ce ne parli?

Martina Antonioni: «”LOASI” è un progetto artistico-curatoriale di cui ho fatto parte durante il mio percorso di studi alla NABA. Nel 2011 abbiamo sviluppato una mostra, in cui il lavoro di ciascun artista si mimetizzava all’interno di uno spazio o di un’attività commerciale del quartiere Isola. “LOASI” è anche l’anagramma della parola “Isola”. In questo quartiere sorgeva una fabbrica: la Brown Boveri. Abbandonata per molti anni, venne ridata alla vita dagli studenti di Corrado Levi che dal 1984 ci lavorarono per circa due anni e attraverso l’arte, cercarono di rilegittimare lo spazio e di donargli un nuova dignità. Successivamente, diversi artigiani si sono trasferiti qui e, nel 2003, parte della vecchia fabbrica è stata occupata e trasformata in un centro per l’arte e per il quartiere, chiamato Isola Art Center. Il centro voleva sviluppare cultura e condivisione, metodi alternativi rispetto a quelli utilizzati da musei o centri per l’arte che, solitamente, una volta introdotti in quartieri popolari, diventano spesso essi stessi strumento o innesco di gentrificazione. Nel 2007, l’edificio che ospitava l’Isola Art Center, conosciuto come “Stecca degli artigiani”, e le sue aree verdi, sono state sgomberate e consegnate alla multinazionale Hines, che ha prima demolito e poi costruito. Anche per questo, come collettivo abbiamo scelto di intervenire all’interno di luoghi alternativi al circuito convenzionale dell’arte, per trasformare l’Isola in un’oasi almeno apparente».

N.M.: Cosa ti è rimasto di questa esperienza?

M.A.: «Quello che mi è rimasto è il ricordo di una genuina condivisione di spazi e di idee».

Martina Antonioni, Pensavo fosse un sasso invece era un mattone, 2011

Martina Antonioni, Pensavo fosse un sasso invece era un mattone, 2011, acrilico e matita su tela, cm 108,5x 93

N.M.: Quando ho visto i tuoi lavori, quello che mi ha colpito è la tua capacità di fermare in pochi tratti uno stato d’animo. I tuoi grafismi e le immagini sintetizzate, che fermi sui vari supporti, sono quasi un appunto tracciato distrattamente, in un momento di trance, come quando ci si incanta a fissare qualcosa, il pensiero viaggia e la mano con lui…

M.A.: «I miei lavori sono il risultato di una successione di fasi in cui il pensiero prende forma e diventa immagine. Sono frammenti dell’esplosione di un’idea. Quando lo spazio intorno a me, e alle volte dentro di me, diventa pesante, cerco di prendere la rincorsa per volare verso l’alto. È grazie a questo spostamento che riesco a vedere e a sentire il gioco autonomo delle immagini. Quello che faccio è togliere peso alle cose, alle città, agli elefanti. Le figure diventano vive, stando in un silenzio poetico. Recentemente ho letto una frase che ha detto Piero Manzoni: “Non ci si stacca dalla terra correndo o saltando, occorrono le ali, le modificazioni non bastano: la trasformazione dev’essere integrale”. Quello che faccio è trasformarmi, forse in un funambolo che fa di tutto per far dimenticare a chi lo osserva i pericoli che corre, attraverso la bellezza di ciò che esegue sul cavo. Io continuamente alleggerisco il peso delle immagini per far dimenticare la pesantezza del mio ragionamento».

N.M.: Poi c’è il ritorno alla realtà: i titoli che dai alle opere, talvolta estremamente ermetici, ma spesso pieni di ironia…

M.A.: «Per me dare il titolo a un lavoro è come dare un nome al proprio figlio. È un gesto che faccio per proteggerlo, prima di consegnarlo al mondo. Un sorriso prima di andare via, un abbraccio di quelli stretti».

Martina Antonioni, Tutto cambia di continuo (dittico), 2013. Tecnica mista su carta da parati. 42x37,5 cm.

Martina Antonioni, Tutto cambia di continuo (dittico), 2013. Tecnica mista su carta da parati. 42×37,5 cm.

N.M.: Infine, interviene il colore, sempre poco e con una tavolozza molto ristretta, che usi più per evidenziare e dare rilievo ad alcuni aspetti delle tue composizioni…

M.A.: «L’utilizzo del colore nei miei lavori è cambiato del corso tempo. Inizialmente lo usavo senza parsimonia né paura. Oggi, quando lo uso, lo faccio moderatamente e cerco di farlo con estremo rispetto e gratitudine. Scelgo di usarlo per evidenziare quegli elementi della composizione che hanno bisogno di più forza per essere vivi».

N.M.: In tutto questo, sembra esserci una grande ricerca di empatia con chi guarda. Quasi ci concedessi di sbirciare in un quaderno privato, in cui è conservato un tuo segreto. Poi accade qualcosa di strano e, nel tentativo di ricomporre il rebus visivo che ci proponi, scopriamo che in realtà il “segreto” è nostro, come se ci avessi fornito un codice per decriptarlo…

M.A.: «Credo che il “Segreto” di cui parli sia un processo collegato all’arte. Se si è in grado di conservare segreti, allo stesso modo si dovrebbe essere in grado di donarli. Io fornisco una mappa e sono felice se qualcuno scopre il proprio segreto conservato e magari il codice per decriptarlo mentre la osserva».

Questo slideshow richiede JavaScript.

3 Commenti

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Non conoscendo l’artista faccio fatica ad entrare nel suo lavoro.
    Da una prima osservazione mi viene da dire che la “visionarietà” ovvero l’astrazione dal presente è espressa con rigore ed eleganza; lasciando in buona parte la tavolozza libera da segni e cromatismi, l’opera diventa più intrigante assurgendo ad una “surrealità” tutta propria.
    Mi piacerebbe comunque vedere altri lavori, magari suddivisi per periodo o percorso.
    Saluti, Daniele

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Grazie Emanuele. Il suo link arricchisce e completa l’intervista, oltre a dare una risposta alla richiesta di Daniele. Buona giornata. Nicola Maggi

I commenti sono chiusi