Report Aste 2018: l’Italia rallenta, ma non molla

Oltre 10.300 opere vendute in 60 aste tradizionali che hanno generato, complessivamente, un fatturato di 108.204.193 euro, facendo registrare un calo, nonostante un secondo semestre in crescita, del -7% rispetto al 2017. E’ questo il bilancio 2018 del mercato italiano delle aste di arte moderna e contemporanea che emerge dai dati delle 19 case d’asta monitorate da Collezione da Tiffany.

Un bilancio che, tutto sommato, fa tirare un sospiro di sollievo anche se gli scenari futuri sono decisamente incerti e il momento delicato, con il nostro mercato dell’arte stretto tra un calendario sempre più congestionato e una congiuntura economica certamente non felice per l’Italia.

 

Troppe aste e incertezze economiche pesano sul mercato…

 

Il dato negativo con cui si chiude il 2018 del nostro mercato delle aste di arte moderna e contemporanea era, tutto sommato, prevedibile. In particolare dopo un 1° semestre che, in stretta continuità con il 2017, si era chiuso con un -15%. Lo scenario è però cambiato nel corso del tempo e deve essere analizzato per poter capire a quale futuro stiamo andando incontro.

Fino a giugno la contrazione dei fatturati era attribuibile, in primo luogo, ad una riduzione dei lotti proposti in vendita (-37%), frutto di una maggior selezione che aveva fatto comunque crescere i prezzi medi di aggiudicazione (+32%), calare il tasso di invenduto e, in prospettiva, avrebbe potuto dare una bella iniezione di fiducia e far risalire anche i fatturati. Questo effetto “rigenerativo”, però, si è manifestato solo a metà e anche se il secondo semestre si è chiuso, a fronte di un numero di aste e di lotti proposti stabile, con un +6%  sullo stesso periodo dello scorso anno, questo risultato non deve farci sottovalutare la situazione.

Nella seconda parte dell’anno, infatti, alle motivazioni indicate come causa della contrazione del primo semestre, è infatti subentrata una politica economica nazionale che ancora oggi sta gettando non poche incertezze sul futuro del nostro Paese. Incertezze che hanno fatto calare, a fine 2018, di circa 1.2 punti percentuali la fiducia di consumatori e imprenditori nella nostra economia (fonte: Istat), facendo crescere, di riflesso, la propensione al risparmio e alla cautela. Tutto ciò ha avuto fin da subito riflessi tangibili sul nostro mercato dell’arte, già dalla fase di raccolta delle opere da parte degli operatori.

L'andamento del mercato italiano delle aste di arte moderna e contemporanea 2015-2018. © Collezione da Tiffany

L’andamento del mercato italiano delle aste di arte moderna e contemporanea 2015-2018. © Collezione da Tiffany

 

Da una lettura dei cataloghi messi all’incanto nella seconda parte dell’anno, salta subito all’occhio, infatti, come sia mancata, a livello generale, la consegna, da parte dei collezionisti, di opere di grande pregio, in attesa (forse) di tempi migliori. Eccezioni ce ne sono state, ovviamente, ma hanno privilegiato, sempre, gli operatori in grado di dare maggiori garanzie di vendita.

Nella scelta degli operatori, oltre alla fiducia, ha avuto anche un peso notevole la programmazione delle aste. Non sono poche, infatti, le Case rimaste penalizzate da un calendario sempre più congestionato e da una programmazione che le ha viste battere i propri cataloghi nei momenti che, in previsione, si prospettavano come i più critici per la nostra economia, tra rallentamento della crescita e mercati finanziari italiani interessati da forti tensioni, connesse con l’incertezza degli investitori sull’orientamento delle politiche economiche e finanziarie del nostro Paese.

Basti pensare che su 18 case d’asta che hanno batutto in autunno, solo 6 hanno fatto registrare performance migliori rispetto al secondo semestre 2017. In alcuni casi si è trattato di flessioni fisiologiche – d’altronde l’arte non è un bene standardizzato -, ma in alcuni casi si sono avuti cali tra il -20 e il -50% determinati proprio da cataloghi senza grandi punte di pregio e messi all’incanto in giornate troppo “fitte” di eventi.

Mentre, in generale, sono state premiate quelle case d’asta che fin da subito hanno fissato le loro aste nella seconda metà di dicembre. Periodo che da “difficile” sta diventando la “comfort zone” dei nostri operatori anche se il calendario dell’ultimo mese dell’anno si sta congestionando pericolosamente.

 

…ma i prezzi medi tornano ai livelli pre-crisi (o quasi)

 

Se quello appena descritto è lo scenario in cui si è mosso il nostro mercato tra settembre e dicembre, è anche vero che le migliori performance si sono registrate solo dove i cataloghi sono stati frutto di un rigida selezione. Come si era già visto nel primo semestre, infatti, la quantità da sola non paga più e qualità e selettività sono ormai elementi fondamentali per la buona riuscita delle vendite. Qualità che, il più delle volte, sta anche nell’opera di primo piano di un artista ancora sottovalutato dal mercato ma che presenta ampi margini di crescita, più che nel lavoro “minore” dell’artista di “brand”. Ma grande attenzione è posta, dai collezionisti, anche sulla documentazione che accompagna l’opera.

Un caso per tutti, giusto per citare una realtà italiana: la casa d’aste Il Ponte di Milano che batteva a metà dicembre e che ha chiuso il 2018 realizzato il suo primato con circa 12 milioni di fatturato, ben 11 record d’artista, e un tasso di vendita del 90% in lotti e del 190% in valore. Dati che ad oggi la fanno essere la prima casa d’aste italiana per il settore dell’arte moderna e contemporanea.

Andamento dei prezzi medi di aggiudicazione nelle aste italiane di arte moderna e contemporanea. © Collezione da Tiffany

Andamento dei prezzi medi di aggiudicazione nelle aste italiane di arte moderna e contemporanea. © Collezione da Tiffany

Al suo fianco va poi citata la casa d’aste Cambi, il cui dipartimento di arte moderna e contemporanea è in costante crescita tanto da aver chiuso l’asta autunnale (sempre a dicembre) con oltre il 100% di venduto in valore e il 2018 con un +71% rispetto al già ottimo 2017. E bene sono andate anche le due aste di Martini Studio d’Arte, in particoalre quella di fine dicembre, come, a suo modo, nonostante un catalogo dimezzato dalla “Notifica”, è stata positiva anche quella di Pandolfini. Ma fondamentale, per la chiusura positiva della seconda parte dell’anno, è stato anche il risultato di Sotheby’s che dopo periodi di difficoltà, grazie ad un catalogo stupendo, ha chiuso la sua asta autunnale con un fatturato superiore del +65% rispetto a quella del 2017.

Senza Sotheby’s, Cambi e Il Ponte, d’altronde, il  secondo semestre 2018 si sarebbe chiuso con un drammatico -44% e l’anno con un -23%. A conferma del peso che le due italiane, oltre che le major operanti nel nostro Paese, hanno oggi sul nostro mercato e che se i cataloghi presentano pezzi eccellenti il nostro mercato dà segni comunque di grande vivacità. E proprio l’innalzamento generale della qualità media dei nostri cataloghi sta dietro alla costante crescita dei prezzi di aggiudicazioni registrati nelle sale room italiane che tornano ad avvicinarsi  alle aggiudicazioni medie pre-crisi, attestandosi, a fine 2018, sui 10.482 euro. Un segnale positivo che deve indurre a proseguire sulla strada intrapresa della qualità e della selezione.

 

Cosa aspettarsi dal 2019

 

Fare previsioni è difficile e, talvolta, anche dannoso. Ma lo scenario che si pone davanti ai nostri occhi non è certo dei più confortanti. Nonostante l’Italia sia riuscita, infatti ad evitare la procedura d’infrazione da parte dell’UE, il primo semestre 2019, per la nostra economia non sarà facile. Ci aspettano 6 mesi sotto stretta osservazione da parte di Bruxelles che potrebbero aprire agli sviluppi più diversi, ma che al momento, complici le previsioni di recessioni globale, certo non invogliano a spendere. In particolare in beni voluttuari come l’arte.

Come ha messo in evidenza l’ultimo sondaggio condotto da Assiom Forex tra i suoi associati in collaborazione con il Sole 24 Ore Radiocor, reso noto il 29 dicembre scorso, «dopo un 2018 che ha già fatto registrare un significativo rallentamento rispetto all’anno precedente, nel 2019 l’economia italiana va incontro a una brusca frenata». Ad esserne convinto è il 65% degli operatori.

«Secondo questa maggioranza – si legge nella sintesi del sondaggio -, i segnali di un chiaro rallentamento sono già visibili ora e il contesto è destinato a peggiorare considerato che anche l’economia europea sta premendo sul freno e la Bce ha avviato la manovra di uscita dall’attuale politica monetaria ultra-accomodante».

Qualcosa di più lo sapremo il 31 gennaio, quando sarà resa nota dall’Istat la stima preliminare del Pil nel quarto trimestre del 2018, fondamentale per capire se la crescita del Pil all’1% nel 2019, stimata dal governo, sarà raggiungibile o dovrà essere rivista al ribasso. Time will tell…