#responsabilità condivisa. Costruire memorie: azioni, pensieri, parole per il paesaggio culturale che verrà.

Amo profondamente l’Appennino marchigiano e l’opera di delicato cesello che il fiume Metauro disegna tra le sue colline. Linee leggere, colori armoniosi e il corso del fiume che pare accarezzarle sinuosamente. Borghi piccoli, paesi di elegante periferia; una texture urbana che gioca a frazionarsi in micro-presenze antropiche distanti e sparpagliate in un ondeggiante fazzoletto verde.

Ogni campo la sua coltivazione, ogni sentiero il suo nome, ogni casa la sua famiglia, ogni oggetto la sua storia. Ritmi lenti che si ripetono ciclicamente, con cura e permettono a tutti noi che viviamo qui di spalancare gli occhi ed osservare il paesaggio da sopra i pendii con quotidiana rinnovata ammirazione.

Incagliata su un paio di cime una città in forma di nave che fluttua perpetuamente: Urbino, sacello ideale di storia, bellezza e pensiero. Potrebbe essere un seme. Un’armonia che fa il pari con le opere conservate dentro il suo iconico palazzo ducale; una bellezza che non riesce ad esser distorta neppure dallo sfregio su un’opera che si trova in lei conservata.

Un’immagine ferita, che come nel giapponese kintsugi, illumina la frattura e la rilancia in un nuovo contesto di lettura. Il miracolo dell’ostia profanata (1467-1468) di Paolo Uccello. Una predella lunga 351cm e alta 43 suddivisa in sei parti da rossi balaustri dipinti, raffigurante sei episodi legati al miracolo dell’ostia profanata avvenuto a Parigi nel 1290 e raccontata dal Villani nel XIV secolo.

Nella tavoletta, procedendo da sinistra verso destra, la narrazione incalzata dallo spazio prospettico, architettonico e dai paesaggi notturni ci mostra una donna che vende a un mercante ebreo l’ostia per riscattare un mantello, l’ostia viene bruciata e incomincia a sanguinare, una processione la riporta in chiesa per riconsacrarla, la donna viene condotta al supplizio, il mercante ebreo e la sua famiglia sono condannati al rogo e infine due demoni e due angeli si contendono l’anima della donna.

Se si presta nemmeno troppa attenzione si noterà che i diavoli son stati sfregiati. I profili sono ancora riconoscibili ma, un fitto groviglio di penetranti segni son stati inflitti alle figure dai fedeli in un momento non pervenuto della storia, nel tentativo apotropaico di scacciare il maligno.

Incisioni che in un tempo solo deturpano le forme, accentuano le note malefiche rendendo i demoni ancor più inquietanti, sono esse stesse nella loro azione riprovevole atto vandalico. Il demone va sconfitto, aggrediamo il demone.

Ora potremmo parlare per più di qualche minuto di iconoclastia (dal greco eikonoclastès ovvero “frantumatore d’immagini”), ma preferirei cambiare prospettiva senza trascende completamente dal concetto stesso.

L’azione brutale verso una tavoletta in legno dipinta con della tempera e raffigurante un’immagine, in questo caso un gesto apotropaico, ma più in generale da cosa deriva?

Quanto le idee che abbiamo e la nostra identità di uomini condiziona il rapporto con le immagini?

Quanto la questione è strettamente personale o condivisa con una comunità a cui ci sentiamo di appartenere ed è lì che si stabilisce più o meno volontariamente il nostro rapporto con l’arte e con il paesaggio?

Una questione culturale regola il rapporto tra opera e fruitore e la questione culturale, a differenza di ciò che si crede, non ha sempre a che fare con il grado d’istruzione di una comunità.

L’opera è collezionata, conservata, esposta, deturpata, salvaguardata, restaurata, idolatrata, venduta, curata, ignorata, depositata, oscurata, valorizzata, tutelata in proporzione alla capacità del singolo e della comunità di riconoscersi nei suoi contenuti e nel suo valore.

Una comunità che ha accesso ai contenuti tramite narrazioni plurali delle opere sedimenta nel tempo consapevolezza, costruisce identità e memoria. Allora la dimensione diventa quella di un paesaggio culturale depositario di cura e identità. Un patrimonio culturale.

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio art.2 comma 1 e 2 dice che il patrimonio culturale è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici. Sono beni culturali le cose immobili e mobili che […] presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.

Aggiungo, inoltre, che è solo quando le cose individuate per interesse artistico, storico archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico raggiungono e incontrano l’interesse di un’intera comunità il bene ha garanzia di sopravvivere, essere una risorsa, ed esser traghettato verso il futuro, lui ed a volte anche i valori che rappresenta. La tutela di un bene culturale e paesaggistico è responsabilità condivisa. Costruire memoria è affinare consapevolezza.