L’impronta del #restauratore

Ne è passata di acqua sotto ai ponti da quando il conte Secco Suardo scriveva che il perfetto restauratore “debb’essere un uomo dotato di un numero non comune di cognizioni, e che aver deve disposizioni speciali per tutti i rami nei quali dividesi l’arte sua”.

Certo, il tipo di restauratore a cui si fa riferimento in queste parole è quello di dipinti, essendo la tela dipinta, in quegli anni, l’oggetto artistico più diffuso e con più mercato.

“Il miglior ristauro è quello che meno si scorge”, proseguiva l’introduzione al suo manuale. Un concetto dalla formulazione ambigua, sospeso tra l’istanza del minimo intervento e quella della riconoscibilità del restauro. La scuola italiana di restauro ha messo a punto una serie di dispositivi, nel dopoguerra, perché il ritocco pittorico fosse al contempo leggero ma subito individuabile: dal rigatino alla selezione cromatica, croci e delizie dei restauratori più o meno in erba.

La storia del restauro potrebbe essere romanzata come storia di una mano, indecisa tra il mostrarsi, il nascondersi o lo sparire del tutto.

È l’impronta del restauratore, il tocco che traduce il restauro e le sue formulazioni teoriche sulla materia dell’opera.

Perché la materia dell’opera è tradizionalmente il “campo di battaglia” del restauro, che è una pratica concreta. Ma laddove la materia si dissolve sospendendo l’opera in un luogo virtuale tra memoria e oblio, qual è il compito della mano?

Abbiamo pensato a questa rubrica come a una mappa sentimentale della conservazione, concatenando una serie di riflessioni disimpegnate, sebbene impegnative, sui concetti chiave, gli attori, i processi. Abbiamo parlato di ciò che ruota attorno alla conservazione come il saper raccontare o il saper coinvolgere nel processo decisionale.

Abbiamo parlato di videoarte, arte effimera e new media art. Nuove frontiere sono aperte da NFT e crypto art, forme d’arte che spiazzano integralmente ogni concetto di materialità dell’opera.

In questa storia, la professionalità del restauratore a cosa si riduce? Quale futuro per una professione sostanzialmente manuale laddove la mano non avrà niente su cui agire?

Il restauro, come l’economia, non è una scienza esatta. La teoria ha proposta qualche tentativo di assioma. Vengono studiati, ma la realtà vera è che essi sono più frutto di convenzione che di altro.

Il restauro si regge come un rampicante all’evoluzione dell’arte e della tecnica, rinnovandosi con esse e mostrando grandi capacità di adattamento e riplasmazione dei propri paradigmi.

Mi rendo conto, cari lettori, di aver posto molti quesiti senza dare alcuna risposta convincente. Ma sono un restauratore anch’io, di quelli che hanno ricevuto una formazione accademica decisamente “tradizionale” e mi faccio domande ogni giorno sul mio ruolo in questa storia.

Uscite dalle braccia rassicuranti della formazione, ci si accorge che la professione non è mai granitica come può sembrare a uno studente. Vale per chi studia medicina, giurisprudenza, qualunque altra materia. Vale anche per il restauratore.

È un bel viaggio, difficile, ma bello. Non buon viaggio, ma avanti, viaggiatori, diceva Eliot.