Il restauro nell’arte contemporanea è dialogo (#approcciodialogico)

Non riesco ad immaginare la conservazione dei beni culturali senza condivisione. Tutto è cambiato dagli anni in cui le istituzioni museali ragionavano in una unica implosione di significati che raramente riusciva a varcare la soglia dei musei. Bellezza che camminava sulle gambe di pochi addetti ai lavori e su selezionate nicchie di pubblico, senza arrivare ad una fruizione di comunità.

La rivoluzione ha attraversato, e sta attraversando, i corridoi dei musei e le definizioni delle nuove professioni con titanici sforzi, in una profonda e stratificata traduzione dei contenuti e dei modi di concepire e vivere gli spazi della cultura.

La creazione di una rete di relazioni tra i professionisti, gli artisti, il patrimonio e la comunità che porti alla conoscenza e alla condivisione di pratiche sociali è la ricerca che si sta attivando al fine di far scoppiare quella bolla che avvolge e spesso soffoca il settore. Apertura, relazione, comunicazione, dialogo.

Non da ultimi ICOM, UNESCO ed anche la recente Convenzione di Faro, pongono le basi e gli inviti per una pratica sempre più condivisa della scienza della conservazione dei beni culturali. Ridurre la qualità della proposta, non è contemplato. 

Puntare al coinvolgimento di tutti gli stakeholders che gravitano attorno a questo mondo è una priorità. Negoziazione e valore sociale degli interventi. Se a questo aggiungiamo i nuovi paradigmi dell’arte contemporanea, come già scritto nell’articolo Passaggio di stato: arte contemporanea e esercizio dell’oblio, vediamo cambiare drasticamente la concezione della conservazione e del restauro.

«Il restauro nell’arte contemporanea? È dialogo», mi disse la Clarenza Catullo, Registrar al MART di Trento e Rovereto, in una nostra chiacchierata sul mondo della conservazione e della comunicazione dell’arte. Questo il motivo per cui pensando di dover scrivere in merito al concetto di conservazione dell’arte contemporanea e approccio dialogico non ho esitato a chiederle un’intervista.

 

Alice Lombardelli: Quella del Registrar è una figura nuova in Italia e sempre più importante all’interno dei musei, dotata di competenze trasversali in più ambiti, dalla conoscenza tecnica dei materiali di cui son fatte le opere, al tener le relazioni con tutti comparti del museo, dal direttore, ai conservatori, ai restauratori, agli artisti o le fondazioni, alle imprese di trasferimenti e allestimenti, la gestione dei prestiti e la logistica dei cantieri espositivi. Quanto è importante nel suo lavoro l’approccio dialogico tra tutti gli stakeholders coinvolti?

Clarenza Catullo: «In effetti la mansione del registrar ha una qualche anzianità professionale. negli USA, dove la museologia come la intendiamo oggi è nata, il registrar esisteva già dal XIX secolo, viene riconosciuto dalla associazione dei musei americani nel 1954 circa. è una figura ‘nuova’ solo nel nostro sistema museale, ma non perché lo sia realmente, solo perché non è una professione riconosciuta dal nostro ministero della cultura.

Ciò detto il registrar è certamente la posizione di un museo che più deve colloquiare con tutti e che quindi deve parlare più idiomi: dal conservatore al restauratore, all’operaio allestitore, al responsabile degli allestimenti, al capo della sicurezza, al trasportatore, all’assicuratore… agli artisti… conoscendo tutto ma non facendo tutto. banalizzando il registrar è un tuttologo di altissimo livello. il tutto finalizzato ad uno solo scopo: la tutela e la conservazione delle opere che al registrar vengono affidate sia per delle mostre temporanee o in comodato».

 

A.L.: Quali sono le priorità e gli obbiettivi del MART in tema di conservazione? Quanto, anche in questo caso, la negoziazione e quindi l’approccio dialogico è incisivo nei processi di conservazione? Penso ad esempio ad opere come Chiaro oscuro /oscuro chiaro di Mario Merz, costituita in parte da ramaglia deperibile nell’arco di poco tempo e ai protocolli che il museo segue per la conservazione in accordo con artisti o fondazioni.

C.C.: «Tutela e conservazione sono aspetti del quotidiano di ogni registrar. al MART cerchiamo di fare attenzione allo stato di conservazione delle opere seguendo un piano di verifica e pulizia regolare delle opere esposte, con verbalizzazione dell’esito di tale attività questa azione, assieme alla verifica a mezzo esecuzione di condition reports per le opere esposte e quelle a magazzino, ci permette di calibrare anche i nostri interventi di restauro/manutenzione. Restauro sul moderno, manutenzione sul contemporaneo.

Il lavoro sul contemporaneo è quello più particolare perché necessita il doveroso confronto con l’artista senza il quale non si può procedere a sistemare gli eventuali problemi. È così che si viene quindi a stabilire un dialogo che, ovviamente, diventa un confronto creativo sempre utile alle parti. anche se si tratta di dover provvedere ad una saldatura o ad una spolveratura su del materiale delicato».

 

A.L.: Come vede il museo di domani e quanto il rapporto con le comunità, torniamo al rapporto dialogico che riesce a coinvolgere socialmente e render consapevoli le persone del patrimonio, sia importante in questa visione.

C.C.: «Il museo del domani dovrà necessariamente fare di necessità virtu’: il periodo ormai purtroppo dilatato che stiamo vivendo ci ha fatto capire che il museo vecchia maniera è a rischio, minacciato da tutto quanto sia prodotto dalla tecnologia avanzata che cambia ogni giorno.

Il museo, quindi dovrà avere le capacità di declinare due versioni, quella digitale e quella umana perché sono certa che nessuno potrà fare a meno di vedere di persona un Tiziano o un Bellini…o anche un Merz o un Pistoletto…per arrivare a ciò bisognerà far crescere molto di più i giovani per inserirli velocemente nel sistema museo.

Si tratterà dunque di stabilire un altro dialogo, fra i giovani professionisti e quelli anziani che potranno veicolare importanti nozioni frutto della loro esperienza».