Restoring Rothko: a Londra la TATE costruisce narrazioni che cambiano il punto di vista

Sono bastati pochissimi secondi al giovane russo Vladimir Umanets per consumare la peggior violazione di sicurezza ma subita dalla Tate di Londra e dichiarare, attraverso una sigla sgocciolante, quasi una tag, la sua iconoclasta dichiarazione d’artista: Vladimir Umanets ‘12, A Potential Piece of Yellowism pennarello indelebile nero su tela di Mark Rothko. Erano le 13:25 dell’8 ottobre 2012.

Black on Marron, olio su tela del maestro del Color Field Mark Rothko, realizzato nel 1958 del valore circa di ben 50.000.000 sterline vandalizzato.

Ah… non solo lui, illeggibile anche la famosa serie Seagram Murals a cui l’opera appartiene, un ciclo di nove tele esposte insieme e in sequenza alla Tate e appartenenti, a loro volta, a un gruppo di 30 tele preparate per il celebre Four Season di New York di cui solo 14 troviamo esposte tra TATE, National Gallery of Art di Washington DC, Kawamura Memorial Museum di Sakura. Ed infine  “vandalizzata” anche l’immagine della stessa TATE a cui tutti criticarono le scarse misure di sorveglianza in sala.

Come rispose la TATE?

Con un’importante operazione di conservazione: un’operazione di restauro del dipinto non semplice e la predisposizione di una strategia di comunicazione efficace da affiancare a quella che la cronaca di tutto il mondo diffuse.

La TATE documenterà ogni passaggio della ricerca scientifica e del restauro che si stava svolgendo nel loro dipartimento di conservazione e restauro e dopo poco più di un anno, oltre a far tornare nella sala il quadro, pubblicherà un video che ne racconta le varie fasi.

Protagonisti né lo sfregio né tantomeno l’esecutore che, anzi, ridotto ad “he”, “a man”, “a visitor”, è quasi cancellato dalla trama. Protagonista è invece la ricerca scientifica che dopo nove mesi di prove di laboratorio porta all’individuazione del giusto solvente, l’applicazione di varie e moderne tecniche di restauro, il lavoro lento e certosino, il racconto plurale dei tecnici, dei conservatori, del direttore, del figlio dell’artista, l’inchiostro che se ne va a più riprese dalla tela, il quadro recuperato e riconsegnato alla galleria.

Una narrazione asciutta, priva di dramma o trionfi, che si contrappone nettamente a quella di cronaca diffusa subito dopo l’accaduto e che presenta un ragionato, preciso e meticoloso lavoro di cura intorno all’opera, un processo conservativo plurale e condiviso, un gruppo di lavoro competente.

La TATE sceglie in modo chiaro ed inequivocabile la tipologia di linguaggio e di ricordo che intende affidare alla memoria. Aggiunge alla storia un’altra storia.

Contrappone la lucida e lenta cura al gesto istintivo e doloso. Dichiara che il danno rimarrà sempre al di sotto della superficie dell’opera, ma che quest’ultima è stata riportata alle visibili condizioni migliori al fine di continuare un dialogo con le altre esposte in sala. Lo fa attraverso un video che è stato visualizzato al momento da 492.775 persone.

Un video che è forse un invito alla consapevolezza di alcuni passaggi spesso omessi e che appartengono al mondo della conservazione dei beni culturali e che raccontano cosa sono o cosa dovrebbero esser per prassi tutela e restauro.

Far vivere un’opera è un’operazione che prevede cura costante e responsabilità condivisa. Raccontare ciò che avviene è un modo per render accessibili contenuti e pratiche al fine di creare consapevolezza e valore. Un ultimo inciso: le stanze dei musei vanno sorvegliate.

1 Commento

  • Cristiana Curti Luisa Cristiana Curti ha detto:

    Davvero interessanti sia l’articolo sia la conclusione del fatto doloso recuperato attraverso la drammatica consapevolezza del fatto che l’opera non sarà più la stessa. Mai.
    Sarebbe quindi importante procedere nell’analisi delle conclusioni che per il collezionista (potenziale o già proprietario di un’opera danneggiata) hanno valenza economica. E non si dica che è questione secondaria, purtroppo. Quanto vale nel mercato dell’arte un’opera così seriamente danneggiata? Qual è il contraccolpo economico che riceve da un danno pur riparato ma che presuppone una reintegrazione dell’area colpita? Qual è insomma l’atteggiamento del mercato nei confronti delle opere restaurate (particolarmente di arte moderna/contemporanea)? In questo articolo si mette in luce il fatto che la tela di Rothko avesse un valore di cinquanta milione di sterline. Nei paesi anglosassoni (ma anche da noi, alla fine) questa pare essere una caratteristica che accende i riflettori e suscita l’interesse del pubblico anche non avvezzo alle storie dell’arte. Ma dopo un tale danno, qual è il valore economico (quello artistico non sarà mai messo in discussione, sia chiaro) del grande e meraviglioso Black on Marron?
    Ci sono diverse teorie in proposito, ma un solo atteggiamento a quanto io so. E l’atteggiamento è penalizzante in modo sostanziale. E se per un’opera musealizzata questo (solo in Italia, però, Paese in cui non si procede – quasi – mai all’alienazione del patrimonio pubblico) incide relativamente, a maggior ragione per un’opera privata ciò assume un aspetto rilevante. Lo sa qualsiasi collezionista che, al momento della vendita di una propria opera si sente dire dal gallerista che il valore dipende inevitabilmente dal suo stato di conservazione, soprattutto nel caso di un restauro invasivo o ricostruttivo. Lo sa qualsiasi gallerista che ha subito un caso simile e che ha dovuto sopportare il deprezzamento in percentuale dell’opera che aveva in conto vendita o che aveva addirittura acquistato.
    E’ un argomento importante che merita di essere approfondito. Grazie ancora per l’interessante contributo.

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