Riccardo Gattolin e la ricerca del collezionismo, passando per Cherasco

Identikit: Riccardo Gattolin, Square Comunicazione e collezionista, Torino

La storia di Riccardo Gattolin emana energia positiva e ci fa capire che tutto è possibile, anche e soprattutto collezionando arte. Si può cambiare idea, procedere a naso o logicamente, essere pigri o proattivi a settori e periodi alterni, perfino organizzare fior fiore di mostre con un team di esperti. Pronti, partenza, via!

Alice Traforti: Sei cresciuto in un nido felice, tra l’ambiente dei post macchiaioli toscani dall’ala materna e la frequentazione di studi e case d’artista, accompagnando i primi passi da collezionista di tuo padre, nella Torino degli anni ’70.  Mi hai detto di aver incontrato l’arte “per osmosi”. Se non fosse stato così, oggi riusciresti a immaginare una vita senza l’arte contemporanea?

Riccardo Gattolin: «La mia vita senza la contemporaneità sarebbe vuota. Non sono un malato dell’arte, credo che nel giusto equilibrio delle cose della vita stia la ricetta per meglio apprezzarla. Nasco in una famiglia dove l’arte è sempre vissuta, con mio padre, mia madre e i miei due fratelli abbiamo sempre dialogato e respirato d’arte. Oggi condivido la passione con mia moglie Emanuela e spero un giorno con i miei tre figli… vedo delle potenzialità! Confido che il paradigma dell’osmosi possa continuare anche per le future generazioni: è un patrimonio genetico di noi italiani che abbiamo il dovere e l’obbligo di mantenere e tramandare».

Gianfranco Barucello, Gordon Dearest, 1967

A.T.: Terminati gli studi, ti sei naturalmente avventurato verso la palestra milanese di fine millennio, iniziando un tuo percorso collezionistico in modo “discontinuo e disordinato, alla ricerca delle cose belle”, per citare sempre le tue parole.  Vuoi parlarci della tua collezione?

R.G.: «Non amo gli assolutismi, le persone che non hanno dubbi, che non si pongono criticamente di fronte al proprio operato. La mia collezione riflette questo mio animo. Parto sempre dalla biblioteca, dal leggere e dal farmi “l’occhio” sulla produzione dell’artista che mi interessa o che desidero indagare. E poi il mio percorso prosegue nella ricerca del “pezzo perfetto”, quello che mi rassicura e che mi rende felice, compatibilmente con le disponibilità economiche (sempre scarse).

Non è mai facile… diciamo che la ricerca è spesso più appagante del possesso. È un processo, ripercorrerlo mi rende migliore. In questo senso non mi piace ghettizzarmi in un collezionismo di corrente o di un unico stile magari di moda. Mi piace riconoscere il bello, anche se non risiede in un’opera della mia collezione.

Il bello non ha confini stilistici, diciamo che cambiano i codici per riconoscerlo. Ovvio i miei gusti si sono probabilmente raffinati nel corso del tempo. La componente di pensiero è aumentata rispetto all’istintività, ma credo sia un processo naturalmente collezionistico. E poi, sì, lo riconosco, non sono un illuminato. Ho bisogno di studiare, assaporare, rimuginare e rivedere per capire…in questo senso il mio approccio è disordinatamente ordinato».

Alighiero Boetti, Normale e Anormale, 1975

A.T.: Torino e l’arte contemporanea nel secolo scorso, nel nuovo millennio, nel 2019. Com’è cambiata la città e come sei cambiato tu all’interno di questa relazione?

R.G.: «Il mio rapporto con Torino è particolare, odio-amore. Ho sempre abitato fuori città e poi per amore ho deciso di fare il grande passo verso il centro. Torino è una città magnifica, dalle grandissime potenzialità creative e intellettive, ma che spesso per esprimersi appieno devono esiliare. Io non mi sono mai sentito parte integrante di questo mondo, non so perché, l’ho sempre vissuto con grande rispetto, ma anche un attimo di distacco referenziale.

Artisticamente è una città che mi affascina, mai banale, sempre uno scorcio nuovo. Però non va aggredita, non va presa alla leggera, non sarebbe il modo giusto per leggerla. Bisogna mettersi occhiali particolari per saperla gustare, così come i suoi artisti, per me immensi, come Boetti e Mondino».

Dadamaino, Volume a Moduli Sfasati, 1960

A.T.: Contrariamente all’andamento del tuo collezionare bellezza senza un ordinamento troppo definito, tra il 2017 e il 2018 a Cherasco è andata in scena la mostra “Lucio Fontana e l’annullamento della pittura. Dal Gruppo Zero all’arte analitica” con il tuo zampino: quello metodico, rigoroso, storiografico, curatoriale, manageriale.  Vuoi condividere con noi gioie e dolori, croci e delizie, ostacoli e vittorie di questa esperienza dall’altro lato delle barricate?

R.G.: «Un’esperienza unica e veramente formante. Dirigo un’agenzia di comunicazione e quasi per gioco sono stato coinvolto in questa bellissima avventura. Una sede storica e dalla lunga tradizione espositiva, Palazzo Salmatoris a Cherasco, compagni di viaggio, veramente propositivi, e il gioco è fatto. Un grande sforzo, ma siamo riusciti a realizzare una mostra, un percorso che ci ha soddisfatto molto e a sentire i commenti ha soddisfatto molto anche i visitatori. D’altronde in sedi decentrate, anche se di prestigio e con una tradizione espositiva alle spalle, è d’obbligo puntare sulla qualità del percorso, delle opere esposte, sul quoziente di pensiero oltre che a quello scenico.

Devo dire grazie a tutti gli amici collezionisti che hanno prestato le opere e ci hanno sostenuto con simpatia: veramente un apporto preziosissimo e unico che va al di là della mostra. Diciamo che quasi 10.000 visitatori paganti e tutto il lavoro fatto con le scuole mi gratifica e rincuora come risultato. Il mio sogno è un network di collezionisti, non egoisti, che vogliano, con persone e curatori seri, rendere fruibili da più grandi pubblici le opere in loro possesso. Lo vedo come dovere morale».

Una vista della mostra “Lucio Fontana e l’annullamento della pittura. Dal Gruppo Zero all’arte analitica”

A.T.: Ci sarà un Picasso 2019. Possiamo avere un piccolo anticipo?

R.G.: «Certo! Il sottoscritto, Cinzia Tesio e il dott. Tacchella (i curatori) abbiamo pensato, con il supporto delle autorità locali, a un percorso di Mostra che prendesse il via dal viaggio di Picasso in Italia del 1917, il suo ridefinire l’approccio cubista, che lo pone in confronto e in rapporto con l’arte italiana da quel momento in poi. Un confronto diretto con gli artisti coevi con cui sicuramente è venuto in contatto personalmente o per via epistolare e con la sua eredità artistica con le generazioni successive… penso all’utilizzo del collage, dei diversi materiali, alla scomposizione della forma. Proviamo a raccontare, a catturare l’attenzione, a narrare: un progetto ambizioso, ma dopo Fontana non poteva che esserlo».

A.T.: Sono curiosa: credi di essere lo stesso collezionista di prima, o la tua visione è mutata in qualche modo dopo le recenti esperienze organizzative?

R.G.: «Forse tutto ciò mi ha aiutato, come collezionista, a voler essere più selettivo, più rigoroso ma, al tempo stesso, ho meglio compreso che l’arte non è fatta a compartimenti stagni. Quindi per questa ragione sono anche più permeabile a rivisitare periodi o autori che non sono, a volte, nelle mie corde».

Una vista della mostra “Lucio Fontana e l’annullamento della pittura. Dal Gruppo Zero all’arte analitica”

A.T.: Nella tua sfera professionale sei titolare di un’agenzia di comunicazione. Quanto pesano immagine e comunicazione nella valutazione di una ricerca artistica, lato agenzia e lato collezionista?

R.G.: «Sicuramente il gusto estetico che si sviluppa in agenzia aiuta e performa, ma cerco di tenere separati i due mondi. Sarebbe stressante non staccare mai da uno o dall’altro. Anche perché sennò in sede di brief i miei creativi mi dicono ”ma parli di nuovo di arte?”. E ne parlo già abbastanza. Quello che mi piace è parlare ai giovani, nelle scuole, vedere il loro entusiasmo, non costruito teoricamente o da fattori mercantili. Si vedono cose incredibili. Ci proviamo, l’educazione al bello è fatta anche di allenamento, di studio, di analisi, di tensioni emotive e forse, ripeto, potrà essere la maggior risorsa economica del nostro paese in futuro».

A.T.: Vedi meglio il web per diffondere la conoscenza dell’arte e amplificarne la portata, o per la compra-vendita?

R.G.: «Entrambi, ci sta. Il web dà delle opportunità conoscitive incredibili, anche di trading. Diciamo che il racconto diretto degli artisti, dei galleristi, dei collezionisti, dei curatori, di chi ama l’arte è impagabile e insostituibile. Tastare, annusare, gustare di persona un’opera è e rimane un’esperienza unica. Confesso: mi pace talmente tanto la materia che se ne avessi avuto le possibilità e le capacità mi sarebbe piaciuto fare il restauratore! È un mondo che mi affascina da morire. Per questo amo gli artisti che, oltre a esprimere la loro profondità, hanno una profonda conoscenza dei materiali e su di essi effettuano una ricerca continua. E l’Arte Povera torinese, poi divenuta di fama mondiale, ha insita molta di questa esperienza e sapienza alchemica».

Ben Vautier, If it is in the Evening, 1975

A.T.: Sul panorama italiano si diceva qualcosa su questioni di mercato, imprenditorialità e format, ma soprattutto sulla responsabilità che a volte latita…

R.G.: «Personalmente vedo tanta confusione: di ruoli, di qualità, di filosofia del collezionare. Credo che negli anni abbiamo assistito a un impoverimento della classe collezionistica, del modo e le finalità con le quali si colleziona, ma anche dell’offerta e del modo di strutturare l’offerta da parte delle gallerie, per non parlare dell’offerta fieristica.

Credo che presto si potrà assistere a una rivisitazione di questi paradigmi, soprattutto dopo l’abbuffata modello “borsistico” della compravendita di opere d’arte. La crisi porta a riflettere e spesso questo porta novità. Almeno io sono stanco di questo percorso speculativo. Spero di non essere un pensiero isolato».

Hsiao Chin, Senza titolo, 1961

A.T.: Infine, prima che il suono del mio campanello interrompesse la nostra telefonata, stavamo parlando della tua insoddisfazione sul versante artisti emergenti. Nel frattempo, sono riuscita a convertirti verso una visione più rosea?

R.G.: «Non sono insoddisfatto degli artisti emergenti, ma ci sono due fattori: sono un collezionista conservatore con poca “intelligenza proattiva” e quindi lento a capire certi meccanismi; credo che se volessi, in maniera seria, affrontare il tema giovani, dovrei vedere qualche fiera internazionale in più. I figli crescono, spero di poterlo fare presto. Non demordo. Quindi verso di loro sono un po’ pigro. Vedremo, ho margini di miglioramento, o almeno spero».