Alla ricerca della collezione “perfetta”: Dario Traini

Il collezionista abruzzese Dario Traini vicino ad una delle opere della sua collezione.
Il collezionista abruzzese Dario Traini vicino ad una delle opere della sua collezione.

Il collezionismo è una passione strana, in continua evoluzione, un cammino di conoscenza che ci porta alla scoperta del nostro io più profondo e che cambia con noi stessi. «La strada che porta alla conoscenza è una strada che passa per dei buoni incontri», sosteneva Spinoza e Dario Traini, odontotecnico abruzzese classe 1963, il suo primo incontro l’ha fatto tra i vicoli di Dubrovnik a metà degli anni Ottanta. E’ lì, in un mercatino allestito in una viuzza di quella che una volta chiamavamo Ragusa, che assieme alla futura moglie Fedora si imbatte in una tela di Jovan Obican. «Rimasi fulminato – mi racconta -. Rappresentava un omino, molto naïf, su un piede solo, con tanti uccelli sulle braccia e un fagotto portato a spalla. Acquistai così la mia prima tela. Spesi quasi tutto e finimmo la settimana non più andando a mangiare al ristorante ma a panini! Ho avuto quella tela appesa nella mia camera per anni». Nasce così la sua passione per l’arte che va avanti da trentanni e che condivide quotidianamente con la moglie e le figlie Alessia e Giulia.

Nicola Maggi: Dopo questo primo colpo di fulmine cosa è successo?

Dario Traini: «Iniziai ad acquistare opere figurative da Paolo Barbatella a Giangiacomo Spadari, dai Galilei di Sergio Vacchi agli Intarsi in legno di Ugo Nespolo, da Tano Festa  alle Aquile con tulle di Franco Angeli, dai Calciatori della  Titina Maselli agli Argenti della Giosetta Fioroni. Da un viaggio in Francia tornai con una convinzione: i francesi sono meglio di noi. Comperai, così, opere di Jacques Monory, Alliod e Schlosser. In quel periodo divenni cosciente di una cosa: “Noi siamo solo possessori momentanei di opere d’arte”.  Gli prestiamo solo un muro dove tenerle appese e godercele. E così, appassionato di fotografia, organizzai diverse mostre personali e collettive, curando anche una pubblicazione: Agoi, un click come un goal.  In quel periodo appesi al muro foto di Ansel Adams, Cartier Bresson, Edgar Weston, Robert Mapplethorpe e alcune foto di reportage di Salgado.  Qualche anno dopo ero a Brno per assistere al Gran Premio di Motociclismo e lì ci fu l’incontro con le opere di Jiri Kolar. Seguirono poi viaggi nella ex Cecoslovacchia, a Praga (Galleria Hilfiger), e a Parigi (Galleria Lelong).  Insieme a Kolar anche Emilio Isgrò e Elisabetta Gut iniziavano ad emozionarmi».

Un'opera di Paul  Jenkins. Courtesy: Dario Traini

Un’opera di Paul Jenkins. Courtesy: Dario Traini

N.M.: Il tuo gusto cominciava a modificarsi…

D.T.: «Esattamente. Non mi piacevano più le opere acquistate in precedenza. Non vedevo l’ora di cambiare. Un quadro o si ama o si odia. E si odia perché te lo ha regalato la tua “ex”; perchè ti accorgi che lo hai pagato il triplo del suo reale valore; perché vieni a sapere che è falso o perché, passandoci vicino, lo guardi e non ci vedi più niente, non ti dice più niente. Quello è il momento di cambiare».

N.M.: Ma la fine di un amore non è mai facile da accettare…

D.T.: «Verissimo e infatti, prima ho provato a cambiare la collocazione di queste opere, dalla camera al salotto, poi in tavernetta e solo alla fine a rivenderle. Ho sempre collocato le opere più belle nei posti della casa che frequento meno: non voglio abituarmi alla loro bellezza. Le opere meno le guardo e più a lungo mi piacciono. E anche negli acquisti si diventa più selettivi. Tante opere non ti dicono  niente perché piano piano si affina il gusto, le si comincia a guardare con una sensibilità diversa, con più cultura.  Se non ti entrano nell’anima o, meglio, se non “Ti sanno leggere l’anima” tu non le comperi, non l’appendi al muro di casa».

Un'opera di Cesare Berlingeri. Courtesy: Dario Traini

Un’opera di Cesare Berlingeri. Courtesy: Dario Traini

N.M.: Hai citato la cultura. Un collezionista oltre a guardare l’arte deve anche cercare di comprenderla sempre meglio…

D.T.: «Gli anni Novanta per me sono stati anni di lettura sfrenata, a volte ossessiva.  Cercavo di capire i perché di tanti artisti, ma con i critici c’è ben poco da capire. Compresi che era molto meglio andare dagli artisti e vedere, innanzi tutto, come lavorano, il messaggio che volevano trasmettere, ma soprattutto vedere se queste informazioni, racchiuse su qualche supporto, dentro qualche cornice, arrivavano al cuore come poco prima al cervello. Quando questo accadeva era fatta: si tornava a casa con un’opera nuova».

N.M.: Confronto con gli artisti, ma anche con gli altri collezionisti. Si è sempre alla ricerca di conferme, giusto?

D.T.: «Sì, è fondamentale. All’inizio riuscivo a fare tutto questo perché condividevo  con Fedora, mia allora fidanzata e attuale moglie la stessa passione. Mi ritrovai, alla fine anni Novanta, con la casa piena di opere. Il lavoro andava alla grande e comperavo di tutto. Cultura, sensibilità, cuore, animo e esperienza sembravano affinate bene ed ero sicuro di non sbagliare. Ho conosciuto collezionisti che collezionavano esclusivamente opere come le mie e questo mi faceva sentire forte e sicuro delle mie scelte. Poi ho capito che quando non ti confronti anche con persone che la pensano diversamente da te non riesci guardare oltre il tuo orticello e quello è il momento in cui sbagli».

Beatrice Gallori, Falling, 2014. Tecnica mista su tela. Courtesy: Dario Traini

Beatrice Gallori, Falling, 2014. Tecnica mista su tela. Courtesy: Dario Traini

N.M.: E anche per te quel momento è arrivato…

D.T.: «Inevitabilmente e arrivò forte, molto forte e mi fece molto male. Eravamo poco dopo il Duemila e avrei voluto prendere tutta la collezione e buttarla via. Tutte quelle opere erano diventate vuote. Cominciai in quel momento ad interessarmi all’Informale. Iniziai prima a leggere libri sui grandi pittori americani poi a comperare qualche opera minore. Quelle sovrapposizioni di colore, di materia, mi eccitavano. Non finivo mai di guardare quelle opere e non mi stancavano, ci vedevo sempre cose diverse. Più le guardavo e più mi piacevano. Ed era un susseguirsi di emozioni, di scoperte, di intrecci. Acquistai un Sergio Vacchi del 1957, Giulio Turcato, Carla Accardi, Enzo Esposito, Paul Jenkins e diversi Imbuti di Shozo Shimamoto. Ecco, l’Informale era mio. Ero riuscito, con grande dispendio sia economico che di tempo, a dar via quasi tutte le opere che consideravo “vecchie” e a sostituirle con quelle “nuove”. Bene, pensavo, siamo arrivati, è fatta. E invece, non era fatto un bel niente!»

N.M.: Un nuovo cambio di rotta?

D.T.: «Davanti ad un bellissimo Piombo, totalmente bianco, di Umberto Mariani, mi sono accorto che emozioni così le avevo provate poche volte; che una tela blu, rossa e nera piegata di Cesare Berlingeri, racchiude tantissime cose. “Tu chiamale, se vuoi, emozioni”, cantava Lucio Battisti, e quelle erano emozioni che stavano per uscire o che sarebbero rimaste custodite per sempre in quelle pieghe. Il monocromo introflesso di Stefano Brunello o la carta, rigorosamente gialla, di Turi Simeti o rossa di Pino Pinelli mi sembravano molto più semplici da captare come significato.  Invece no, nella mia mente, in quell’unico colore, erano racchiusi migliaia e migliaia di colori, di pennellate, di suggestioni. Sono passati tutti insieme e ne hanno lasciato uno solo. Un solo segno. E oggi, passando davanti al monocromo di Beatrice Gallori, acquistato qualche anno fa, mi accorgo che quasi trentanni di passione per l’arte passano per quella tela completamente rossa con delle sporgenze cilindriche. Ogni giorno quel monocromo lo vedo in modo diverso, come Sangue, come Fuoco, come Rabbia, come Femmina o come Amore.  Se sei solo ti tiene compagnia, se sei in compagnia quasi ti disturba.  E’ come un’espressione del primo Chakra, è forza, fiducia nei propri mezzi, coraggio… Quell’opera della Gallori è una sorta di “time laps” prima della caduta, con una volontà crescente di rimanere appesi. E’ davanti ad opere come questa che oggi provo belle sensazioni. Ma chissà, tornando a passeggiare in qualche viuzza, in qualche mercatino… Chissà…».

© 2015, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

4 Commenti

  • Stefano Armellin ha detto:

    Bella intervista, direi che Dario Traini é pronto per The Opera…http://armellin.blogspot.com

  • Lois Loris ha detto:

    "Noi siamo solo possessori momentanei di opere d’arte" …è bellissima questa espressione ed è molto bella l'intervista in cui si evince tutta la passione e le contraddizioni che vivono insieme nell'animo di un amante dell'arte!

  • Stefano Armellin ha detto:

    E' interessante conoscere il punto di vista del Collezionista, avrei sviluppato l'argomentazione sulla sua stessa difficoltà di vendere alcuni pezzi della Collezione per avere poi i mezzi di rinnovarla. Fa capire come il mercato non sia poi così elastico, e come lui stesso dica di aver pagato troppo alcuni pezzi, riportando il lettore al pensiero : come si determina il prezzo giusto ? Poi c'è la figura di nicchia dello stesso Collezionista, che si presta si ad una intervista, ma poi é presente al pubblico sui social, alle fiere, in un suo sito ? Oppure il collezionista si esaurisce in sè stesso e nella sua privata relazione fra le opere che ha comprato e che ama. Ma così facendo non é come comprare l'amore delle donne ? SA http://armellin.blogspot.com

  • Nicola Maggi ha detto:

    E' un tema che effettivamente dovrei sviluppare maggiormente. Ad oggi mi sono soffermato più che altro sul comprare arte. Ma il collezionismo, come emerge in modo chiaro anche dall'intervista, è fatto anche di vendita. Grazie per il suo intervento estremamente stimolante (come sempre) e che darà presto i suoi frutti su Collezione da Tiffany.

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