Ritorno al collage: Nick Devereux e i maestri italiani del disegno novecentesco

Nick Devereux
, Version (Call me Genius 1961) IV, 2019
. Pastello, stampa fotografica su carta Arches Lavis Fidélis, 140 x 110 cm. Courtesy: the artist, Case Chiuse by Paola Clerico Credit: Henrik Blomqvist

Stratificazione e assemblaggi di materiale. Pellicole di mondo sovraesposto e sovrapposto che genera alterazioni formali e sostanziali, e che si rinnova in una narrazione che procede per livelli semantici e significanti. Manipolazione del reale per creare immaginari e immaginifici ambienti. Luoghi che non sono luoghi nell’accezione augiana, che smarriscono la loro funzione sociale, identitaria e storica per diventare qualcosa di diverso, come visioni e micromondi da indagare.

Nick Devereux (Panama, 1978), procede per strati, attraverso intersezioni di linguaggi tra disegni, collage e pitture. Un lavoro meticoloso intriso di rimandi e riferimenti visivi. Una tecnica, la sua che dopo sperimentazioni passate ha trovato una nuova espressione più concettuale.

Nick Devereux, Flakturm IX, 2018. Pittura a olio su tela, 230 x 330 cm. Courtesy: the artist, Case Chiuse by Paola Clerico. Credit: Henrik Blomqvist

RITORNO AL COLLAGE, Nick Devereux e i maestri italiani del disegno novecentesco, è la mostra pensata da CASE CHIUSE di Paola Clerico, in collaborazione con COLLEZIONE RAMO, curata da Irina Zucca Alessandrelli. Un progetto a tempo, inaugurato in concomitanza con la Biennale di Venezia a Milano, durata dall’11 al 18 maggio. Un evento transitorio come lo è il luogo che l’ha ospitata. Un appartamento privato all’ultimo piano, in una delle torri del Bosco Verticale, che si apre inaspettatamente al pubblico.

Uno scheletro architettonico, ancora da personalizzare, tra blocchi di cemento a vista, tubature e impianti, diventa cifra stilista ideale in cui collocare i teatri di Nick Devereux. Pannelli con veli dipinti da lui, assi di legno su cui sono appoggiate le Muse 2019, sculture di teste realizzate con cocci di vetro, fungono da quinte alle sue opere, coerente con il principio di costruzione su più livelli del collage. Un lavoro in dialogo con le esperienze avanguardiste del novecento e gli undici artisti, tratti dalla Collezione Ramo, una delle più importanti collezioni private di opere su carta del XX secolo: Gianfranco Baruchello, Mirella Bentivoglio, Alighiero Boetti, Roberto Crippa, Bruno Munari, Giulio Paolini, Pino Pascali, Emilio Scanavino, Mario Schifano, Giuseppe Uncini e Giulio Turcato.

Una vista della mostra “Ritorno al collage, Nick Devereux e i maestri italiani del disegno novecentesco”. Courtesy: the artist, Case Chiuse by Paola Clerico. Credit: Henrik Blomqvist

La tecnica nasce con i primi papier collé dei cubisti (Picasso e di Braque) e con il linguaggio anticonformista dei Dadaisti, in grado di rimandare a nuovi scenari e offrire diversi spunti di riflessione. Un vocabolario in grado di dislocare, con interferenze e intrusioni, contenuti e messaggi (verbali e visivi) resi con aspetti polimaterici e a tratti tridimensionali, che trovano la forma più estrema nei Merz di Kurt Schwitters, che seguendo il principio dell’accumulazione e del recupero, hanno trasformato lo spazio fisico in un oggetto artistico.

Il collage è un processo che prende forma con materiali residuali, selezionati, smontati e ricomposti che determinano un nuovo paradigma che mette in crisi l’idea stessa della rappresentazione. Una rappresentazione che non è più immediata e contemplativa, quanto piuttosto volta a forzare le capacità interpretative, attivando meccanismi percettivi attraverso cui ricostruire la realtà dell’opera. Sono così messe in gioco prospettive differenti, che agiscono da regolatori in grado di sistemare le informazioni alle quali attribuire significato. La prospettiva della vista che registra, separa o accorpa messaggi e nozioni; quella della memoria che le archivia e le compone in narrazioni potenziali e originali, e quella spazio-temporale che le ricolloca in un luogo (fisico dell’opera e cognitivo).

Se per gli artisti della Collezione Ramo, il collage è concreto e materico in quel costituirsi di carta, di taglia e incolla, per Nick Devereux non è più un’operazione fisica ma teorica. I primi, ragionano intorno a questioni diverse e lo fanno con stili differenti, a partire (non in ordine cronologico) dalle serie di sculture Ombre che imitano i toni del cemento materiale di Giuseppe Uncini (1929-2008), in perfetta sintonia con l’involucro di cemento grezzo dello spazio. Più geometrici i lavori di Bruno Munari (1907-1998) nella ricostruzione teorica di un oggetto immaginario e nella variazioni sulla curva del matematico Giuseppe Peano, così come i tre collages su carta millimetrata e fotografie di Giulio Paolini (1940).

Una vista della mostra “Una vista della mostra “Ritorno al collage, Nick Devereux e i maestri italiani del disegno novecentesco” con opere di Nick Devereux e Giulio Paolini. Courtesy: Case Chiuse by Paola Clerico. Credit: Henrik Blomqvist

Frammenti di riviste e disegno a china per Gianfranco Baruchello (1924); nelle cartoline con francobolli postali e al contrasto tra termini della serie I Vedenti, di Alighiero Boetti (1940-1994) e nei grattacieli cruciverba di Pino Pascali (1935-1968). Il mondo reale appare trasformato ne Le mille lire di carta di Giulio Turcato (1912-1995), nella patente carta rossa e blu e nel globo arancione stampato e incollato di Emilo Scanavino (1922 -1986). Il richiamo è ai fondatori della pratica del collage, nelle opere di Mirella Bentivoglio (1922-2017) che affronta anche il tema del ruolo della donna nell’epoca del consumismo. Si ispira al linguaggio dell’arte cinematografica e fotografica Mario Schifano (1934-1998), che assembla ambienti naturali e corpi femminili a palme iconiche dipinte; mentre il paesaggio si fa più materico nella corteccia di sughero che diventa la base per i ritagli e i disegni di Roberto Crippa (1921-1972).

Devereux, invece procede costruendo piani con immagini realizzate con il disegno e i pastelli. Nella Serie Version (Call me Genius, 2019) trae spunto dalla commedia del 1961, The Rebel. Riproduce alcuni spezzoni che colgono lo studio del pittore protagonista a Montmartre e inserisce i disegni delle sue sculture di legno, creando quadri strutturati su più dimensioni, che alimentano una sensazione di spaesamento. La figura umana è alterata anche in Sibling 2019, con sculture realizzate con oggetti e materiali diversi che restituisce nella bidimensionalità del disegno a matita a carbone. I volti sono cancellati, privi di identità e riconoscibili come formazioni astratte frutto della distorsione e del pensiero dell’artista.

Nick Devereux, Muse VI, 2019. Mixed media
, 55 x 35 x 25 cm |  Nick Devereux
, Flakturm IX, 2018
. Pittura a olio su tela, 230 x 330 cm. Courtesy: the artist, Case Chiuse by Paola Clerico. Credit: Henrik Blomqvist

Sono costruiti per addizione le scenografie di Home Staging 2019 e Working from Home 2019; o le immagini di FlaKturm 2018, una rievocazione di un momento storico preciso, con la ricostruzione del Flakturm Friedrichshain di Berlino. Torri di avvistamento e difesa, di cemento armato, in cui erano state collocate le opere d’arte, distrutto durante la seconda guerra mondiale, che l’artista riproduce utilizzando un collage di fotografie dell’epoca, costruendo diorami e dipingendo la scenografia.

Se il panorama che si apre all’ultimo piano di uno dei grattacieli più iconici e che mostra la città dall’alto è suggestivo per definizione, le opere tra estrazioni dal reale e astrazioni formali, sono un invito a superare i limiti delle apparenze e della conoscenza, per spingersi verso livelli (in perfetto sintonia con la pratica oggetto della mostra) di osservazione e di lettura più stratificate.