Room Galleria: prezzi chiari, collezionismo “lungo”

Carlo Lioce nella sua Room Gallery

Carlo “Charlie” Lioce nella sua Room Galleria

Basta incrociare per un attimo il suo sguardo, per capire che Carlo “Charlie” Lioce non è il solito gallerista all’italiana. Il suo habitat è la galleria, ma anche il bar, dove ama intrattenersi in intense discussioni con artisti e collezionisti perché, nella sua visione, la galleria deve essere un mondo aperto, fatto di rapporti umani, in cui ci si appassiona d’arte e non una boutique elitaria che allontana più che avvicinare. E se oggi la crisi affligge sempre di più il sistema dell’arte italiano, il modello Lioce, basato sulla qualità e su una inusuale (almeno per noi) politica dei prezzi, sembra essere un antidoto efficace, tanto che il suo Spazio al n. 4 di  Via Francesco Hayez a Milano è forse uno dei pochi che può vantare un pubblico quotidiano e non solo legato ai vernissage. Per saperne di più lo abbiamo incontrato nella sua Room Galleria, ecco cosa ci ha raccontato.

Nicola Maggi:  Ci parli del tuo approccio alla professione di gallerista?

Charlie Lioce: «Amo molto lavorare con i giovani artisti. Guardo molto al loro lavoro e alle loro potenzialità, cercando di dar vita ad un rapporto che non sia solo di lavoro ma anche di stima reciproca e di amicizia. Li seguo in quello che fanno e non chiedo mai l’esclusiva. Questo non vuol dire che la mia sia una galleria di passaggio. I rapporti si mantengono ma ritengo che sia importante che i giovani artisti facciano vedere il proprio lavoro. Mi piacerebbe che anche le altre gallerie italiane collaborassero di più. E questo, in particolare, quando si tratta di giovani artisti, perché oltre a svilupparne il mercato è importante sostenerli. Specialmente in un paese come il nostro, con tutti i problemi che ci sono con le Istituzioni (musei ecc.). In Italia siamo sempre un po’ troppo esterofili, cerchiamo di andare sul sicuro seguendo le mode.  Ma siamo sempre in ritardo. Quando, poi, se si guarda a quello che accade fuori dai nostri confini, non è che ci siano tutte queste grandi novità. E’ sempre una questione di giochi di potere. Io, personalmente, lavoro con degli artisti che stanno crescendo e stanno lavorando. Punto molto sul lavoro e non sulla sola immagine».

N. M.: Nel mondo il mercato dell’arte contemporanea è in costante ascesa mentre nel nostro paese arranca faticosamente. Secondo te che cosa deve cambiare nel nostro sistema dell’arte perché si possa sperare in un rilancio del mercato?

C.L.: «In Italia mancano i musei e manca un regime fiscale ad hoc. Per fare il gallerista, inoltre,  dovresti fare un corso. Non si può lasciare tutto in mano a persone che aprono una galleria solo perché hanno i soldi per farlo, in questo modo si fanno solo danni. Dovremmo essere più seri in questo,  non che chiunque si può mettere a fare l’artista o il gallerista. Inoltre ci vorrebbe una  maggior informazione attraverso le riviste, un’informazione più corretta e poi, tutte queste fiere che stanno sostituendo le gallerie… »

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L’interno di Room Galleria a Milano

N.M.: E il nostro collezionismo? Cosa ne pensi?

C.L.: «Il collezionista italiano è un po’ viziato, spesso sembra che voglia quasi le opere in “regalo”. Qualche tempo fa, ad esempio, mi è capitato di discutere con un collezionista importante proprio su questo punto: voleva uno sconto esagerato, del 40%, perché, sosteneva, era quello lo sconto che gli applicavano le altre gallerie. Anche questo è sbagliato: in base a cosa viene praticato uno sconto del 40%? Andrebbe rivista completamente la politica dei prezzi, ma penso che molte gallerie cominceranno presto ad adeguarsi perché altrimenti rimarranno con i magazzini pieni. In questo modo il sistema si inceppa e non va avanti né artista e né il mercato. Sono convinto che ci saranno dei cambiamenti. Tante gallerie chiudono anche perché il collezionista è abituato male e perché negli ultimi anni è diventato anche un po’ mercante:  è un sistema fallimentare. Bisogna che tutta la questione sia un po’ più seria».

N.M.: Le nuove generazioni di collezionisti, invece, come si comportano? Che rapporto hanno con l’acquisto?

C.L.:  «Almeno per quanto mi riguarda c’è un interesse molto forte, anche perché ho dei bravi artisti che vendo ad un prezzo accessibile. L’arte contemporanea è un mondo affascinante e chi oggi vi si avvicina è molto curioso o perché ha sognato di fare l’artista, o perché l’ha fatto e poi si è occupato di altro per motivi spesso lavorativi. L’arte ti permette di  scoprire un nuovo mondo, di conoscere nuove persone. Room Galleria, ad esempio, può contare su molti nuovi  collezionisti che spesso hanno iniziato ad appassionarsi all’arte contemporanea proprio venendo da me. Oggi tra di noi è nato un rapporto di amicizia e di stima e mi sostengono comprando i lavori perché gli piacciono. E deve essere così: se uno compra un lavoro perché gli piace, anche se con il tempo non vale di più, se lo tiene e sostiene sempre l’artista, muove un meccanismo».

N.M.: Diciamo che il rischio peggiore che corre è quello di aver comprato un’opera che gli piace…

C.L.: «Proprio così. Se uno compra con la pancia qualcosa che gli piace rischia sempre un buon affare, come è successo a me.  In Italia siamo un po’ provinciali, siamo legati ad un sistema internazionale, abbiamo un immaginario che non è reale, delle dinamiche di riferimento che sono astratte perché fanno parte di altre economie. Noi dobbiamo  cominciare a lavorare con degli artisti che abbiano manualità e non solo progettualità».

Scano

Un lavoro di Manuel Scano, giovane artista padovano che collabora con Room Galleria.

N.M.:  Prima hai citato la politica dei prezzi.  Spesso è proprio il costo di un’opera a frenare l’acquisto, in particolare quando ci si trova davanti al lavoro di un artista emergente

C.L.: «E’ un problema che adesso stanno pagando le nostre gallerie. Negli anni scorsi hanno venduto a dei prezzi eccessivi artisti ancora all’inizio della carriera e quando il collezionista ha cercato di far tornare indietro delle opere alla stessa galleria che gliel’aveva vendute se le è viste rifiutare. Questa è la serietà di alcune nostre gallerie. Io, da un certo punto di vista, sono anche contento. Non si possono pagare cifre esorbitanti per degli artisti giovani, non ha senso perché non sono sostenuti, strutturati, o se lo sono è il gioco delle tre carte. Ci sono degli artisti italiani che la gente ha pagato molto ma che hanno un buon lavoro e che adesso stanno crescendo, che hanno delle collaborazioni con gallerie straniere. In percentuale, però, sono molti di più quelli che non valgono niente. Conosco dei collezionisti che hanno speso 20-30 mila euro per un giovane artista e che adesso non sanno cosa farsene».

N.M.: Ecco, come si costruisce un prezzo per un artista ad inizio carriera?

C.L.: «Io non faccio un calcolo di coefficienti, non ha senso. Le opere devono avere un prezzo accessibile, per tutti, anche per il collezionista importante perché comunque per prima cosa sono soldi e poi perché in questo modo fai girare tutto:  l’artista lavora, la galleria lavora. Io lavoro con artisti come Luca De Leva o  Manuel Scano, che sono bravi artisti, giovani. Luca ha fatto due personali da me e il prezzo lo abbiamo sempre deciso senza contare i materiali che vengono utilizzati per fare l’opera ma per un’esigenza di vita. Ho sempre venduto i suoi lavori in un range che andava dagli 800 ad un massimo di 5000 euro per installazioni grandi che ha comprato anche un collezionista molto importante. Oggi Luca è cresciuto ma per i giovani artisti bisogna stare su prezzi accessibili, in questo modo li fai girare. Poi mi capita di incontrare collezionisti che si sono avvicinati da poco all’arte e gli vado anche incontro».

N.M.: Dalle tue parole si capisce bene che Room Galleria non soffre di quella fuga di pubblico che caratterizza ormai le gallerie italiane che, spesso, si lamentano di come i loro locali siano frequentati solo al momento del vernissage

C.L.:  «Io ormai lavoro 365 giorni all’anno, anche quando sono al bar. Vengono a trovarmi artisti e collezionisti, non perché debbano comprare per forza ma anche solo per un confronto. Le altre gallerie sono troppo chiuse non c’è un rapporto. Da parte mia cerco molto i nuovi collezionisti e li mando anche in altre gallerie ma non si trovano mai a loro agio perché entrano e trovano la gente che li saluta ma che non gli si dedica, quasi fossero dei musei. E’ tutto un po’ troppo borghese, a circolo chiuso, e questo non va bene. E’ come quando si va alle fiere e si vede che la domenica il gallerista va via e lascia le assistenti:  è sbagliatissimo, perché la domenica vengono le coppie, i curiosi. Il fatto è che non devi stare lì perché devi vendere per forza ma perché in questo modo gli insegni, gli spieghi, li fai appassionare. E’ lì che bisogna stare, proprio l’ultimo giorno. Invece c’è ancora questo modo di fare per cui  il gallerista, che è la figura principale, sta lì i primi giorni e poi se ne va.  Così non c’è comunicazione, è inutile che si lamentino: sono loro stessi i colpevoli di questa situazione».

Cecilie Halvik Handersen veduta della                                                                                          performance Bahamas  2013

Cecilie Halvik Handersen, veduta della performance Bahamas, 2013

N.M.:  Tornando alla tua attività, ci dici qualcosa di più sul tuo modo di lavorare con i giovani artisti?

C.L.: «Tutto nasce insieme: l’artista lavora e io lo seguo nella sua attività, poi quando è pronto e ha una serie di lavori per una mostra allora si procede.  Non amo lavorare a progetto, mi interessa molto, invece, l’artista cha ha anche una sua manualità non solo progettualità, quello che lavora giornalmente e mi piace molto seguirli nella loro attività. Noi ci finanziamo vendendo le opere, che è la cosa più difficile. Abbiamo una serie di collezionisti che ci seguono costantemente e che comprano i lavori prima, così che poi riusciamo a produrre la mostra. Oggi la mia galleria è frequentata anche da artisti che non collaborano per forza con me. Vengono a trovarmi per uno scambio di idee, per un confronto. Peraltro sto pensando di dedicare a loro un giorno alla settimana, in modo che possano venire e farmi vedere i loro lavori direttamente in galleria».

N.M.: A proposito di mostre, sempre più gallerie si affidano a dei curatori per realizzare le proprie esposizioni. Tu come la pensi?

C.L.:  «Credo che il miglior curatore sia il gallerista assieme all’artista. Quello che mi serve non è un curatore, figura che ritengo di passaggio, ma un critico. E questo è un problema, in Italia ci sono più curatori che artisti. Oggi, ovunque, fanno corsi per curatori, come quello che ha lanciato a luglio la Fondazione Prada e che prevede, per il vincitore, l’organizzazione di una mostra nella loro sede di Venezia e una in Qatar. Ricordo che quando ho esordito con il mio primo spazio ho organizzato una mostra dove il comunicato stampa era un testo di Gino de Dominicis in cui parlava proprio della problematica dei curatori che dovrebbero trovare un editore coraggioso che pubblichi le loro “perversioni”. Era interessante e divertente, anche ironico. In Italia manca la critica perché non si legge. D’altronde si vive in un mondo d’immagine e si guardano le immagini…»

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15 Commenti

  • cristina ruffoni ha detto:

    critiche costruttive e osservazioni acute, sottolineando la necessità di una autentica apertura e un confronto reale tra il gallerista e il mondo, al di là della vendita, del vernissage o del mercato…
    un taglio a curatori superficiali ed ignoranti e fiere spettacolari ma inconistenti e ripetitive….

  • daniele galloni ha detto:

    Fa piacere sapere che c’è almeno un gallerista che fa il suo lavoro, dando valore all’arte, cosciente che non sempre coincide con il suo prezzo di mercato ,sia quando è irragionevolmente alto, che quando potrebbe essere venduta a prezzi congrui ma solo lavorando per costruire un pubblico interessato.

  • Gianna Bucelli ha detto:

    Finalmente un gallerista simpatico, onesto e tranquillo in un mondo dove tutti se la tirano….a partire dagli artisti. Bravo Charlie!!!

  • Anna Castoro ha detto:

    OTTIMO! In questa intervista, caro Nicola, sono contenuti molti degli spunti di riflessione recentemente trattati. Charlie Lioce è un chiaro esempio di come oggi si possa rivoluzionare il panorama artistico del nostro Paese dal di dentro. Un gallerista di sicuro successo il giovane Charlie,( bravo!), perché ha compreso che il punto più nevralgico è il riavvicinamento del pubblico all’arte, utilizzando strategie antiche ma nuove per questi tempi: il confronto diretto, l’empatia, l’interazione. E questo rispettando il collezionista o potenziale cliente nell’offrire un’opera dai costi accessibili (senza capogiri inutili), e rispettando l’artista nei temi e nei tempi di maturazione propri, senza forzature inutili.
    E’ proprio così, lo dicevamo, serietà ci vuole, smettendola di scimmiottare in modo provinciale quello che avviene altrove: che ci manca per dar vita ad un nuovo corso culturale, e pertanto anche artistico in Italia? Perché i galleristi non prendono esempio per riportare il pubblico nei loro spazi? Scannare gli artisti col “dammi tanto e ti appendo il quadro al muro” abbiamo visto dove ha portato! Non ci si può lamentare soltanto con l’alibi della crisi….o chiuderemo tutti. E poi un’altra sacrosanta verità: non si legge più, pensiamo a curare l’apparenza di ogni cosa, noi stessi compresi, ma non diamo più un peso alla cultura, a quello che dicono i veri critici nelle loro recensioni, gli intellettuali hanno ceduto il passo a gentucola arrivista e dozzinale, l’usa e getta della nostra cultura ci sta abituando a svalutare tutto quanto esuli dai nuovi modelli di riferimento (i tronisti, gli input urlati, la superficialità, la perdita di valori).Tutto questo l’abbiamo, direttamente o indirettamente, creato o comunque accettato noi. Noi possiamo però anche demolirlo…

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Cara Anna, ancora una volta devo ringraziarti e mi collego alla tua altima frase “Noi possiamo però anche demolirlo…”. Concordo con te e ne ho parlato anche domenica al corso che ho tenuto a Exfabbricadellebambole, dicendo che gli artisti possono giocare un ruolo di primo piano in questa lotta per la vita (perché così credo debba essere chiamata). Per tanti motivi che non sto qui ad elencare l’arte, da protagonista del sistema, è stata relegata ad un ruolo gregario di oggetto da vendere, troppo spesso con logiche consumistiche che non le si addicono e certo più adatte ad altri beni di consumo. Ma il sistema dell’arte senza gli artisti (cioè senza l’offerta) non è niente. Se gli artisti cominciassero a far valere i propri diritti, a pretendere ciò che gli spetta, forse questo sbilanciamento verso gli aspetti meramenete lucrativi del mercato potrebbe essere, con il tempo, riequilibrato. Allo stesso modo, un ruolo importante lo possono giocare i collezionisti, pretendendo contratti di vendita e una maggior trasparenza. Il problema di fondo è che, spesso, giovani artisti e nuovi collezionisti non conoscono le regole e, per questo, andrebbero educati. Altre volte si adagiano, invece, sulle pseudoregole esistenti, un po’ troppo “informali” per i miei gusti, credendo in una possibile convenienza che in realtà è tale solo nel brevissimo periodo per poi tramutarsi nel tempo in un grave danno. Un esempio: per un collezionista non avere in mano un contratto di vendita significa non essere entrato in possesso, in modo chiaro, di quei diritti di utilizzo economico dell’opera che gli spetterebbero per legge. Il risultato? Problemi nel caso di un’eventuale cessione dell’opera, in particolare se intende venderla all’estero. Lo stesso vale per l’artista: senza un contratto di vendita ben fatto non sa a chi è stato venduto il suo lavoro perndendone il contatto e rendendo, così, praticamente impossibile per lui continuare a godere dei “diritti morali” sull’opera che, inceve, gli spettano per tutta la vita e, detto per inciso, anche per altri 70 anni dopo la morte. Oltre al fatto che poi diventa difficile sapere se deve riscuotere i diritti di seguito: la lista SIAE sui diritti non riscossi la dice lunga! Ma questi sono solo degli esempi per dire che, forse, se domanda e offerta cominciassero a comportarsi in modo più “etico” tutti ne guadagnerebbero, anche il gallerista, che averebbe maggior facilità nel presentarsi al mercato internazionale che oggi gli è precluso proprio per il non utilizzo di strumenti come il contratto. Lavorare sui due fronti, domanda e offerta, e dare credito solo alle gallerie che si comportano in modo onesto credo che possa essere un buona strada e, infatti, sarà un tema a cui mi dedicherò con perseveranza già dalle prossime settimane. Una cosa interessante sarebbe raccogliere un po’ di testimonianze e magari creare una sorte di black list degli operatori scorretti che si approfittano dei giovani artisti. Ma non so se sia realizzabile. Un caro saluto. Nicola

  • Anna Castoro ha detto:

    E giusto per dare un senso, anche pratico, a quello che si dice (diversamente si rimane nel territorio della dialettica fine a se stessa), io condivido quello che dice Charlie, è il gallerista che deve riaffiorare con tutta la sua capacità anche imprenditoriale, facendosi largo fra curatori improvvisati, fiere ecc., abbandonando i percorsi speculativi, rifacendosi l’immagine dopo aver deciso una nuova strategia nel senso già attuato da Charlie. Intanto un nuovo marchio, per distinguersi dalla vecchia tipologia di gallerista: anteporre ad esempio l’aggettivo “Nuova” a Galleria Rossi, consentirebbe già di comprendere che quella galleria è allineata con un nuovo percorso : quello della rinascita dell’Arte Italiana mediante l’utilizzo di strategie innovative, sotto il segno del recupero del rispetto per gli artisti, il pubblico, il Paese, la cultura. Gireremmo allora nelle nostre città alla ricerca della Nuova Galleria Rossi, sapendo di trovarvi qualcuno disposto a parlare con noi d’arte, e forse a farci amare un’opera al punto di convincerci ad acquistarla senza affanno, e a fare di noi (forse) dei futuri collezionisti.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Hai perfettamente ragione e, guarda, anche di questo ne parlavamo con Rosy. Qualche tempo fa è stato pubblicato un vero e proprio Manifesto per i Diritti dell’Arte Contemporanea che, di fatto, contiene tutti gli elementi di cui stiamo parlando ( http://www.connectingcultures.info/wp-content/uploads/2011/10/invitodac.pdf ). Se fosse diffuso, basterebbe che le gallerie aderenti mettessero sul vetro un adesivo con scritto “Questa Galleria aderisce al Manifesto per i Diritti dell’Arte” e tutti saprebbero che in quel luogo si fa cultura, si ama l’arte e la si rispetta e che si pratica un mercato trasparente e onesto. Peraltro, il gruppo che lo ha redatto ha anche creato dei nuovi contratti per artisti pubblicati in libro che mi permetto di consigliarti: Alessandra Donati, I contratti degli artisti – Nuovi Modelli di trattativa. Lo ritengo illuminante e concreto.

  • Anna Castoro ha detto:

    E a proposito di cultura…. Sento continuamente parlare di mercato che non va, di quadri che non si vendono, di strategie per mettersi in mostra perché il mercato si accorga che esistiamo!!!
    Poi basta leggere un curriculum, parlare con un artista, o leggere quello che scrive, per mettersi le mani nei capelli…Sì, lo so, diverse categorie professionali soffrono della stessa patologia qui in Italia (e chi si scorda i temi degli aspiranti avvocati letti in stralcio al TG un paio d’anni fa), però qui si parla di artisti, e non va dimenticato che ad un artista venivano, e spero tuttora vengano, tra l’altro riconosciute doti di sensibilità cognitiva e lungimiranza percettiva… Certo è umano aspettarsi riconoscimenti e benessere…ma vogliamo curare la nostra cultura? Chiediamoci: quanto libri abbiamo acquistato e letto quest’anno? Siamo in grado di esporci in una conversazione con qualcuno che non sappia parlare solo del fondoschiena di un’attricetta o della partita di calcio? Siamo in grado di reggere la scena (anche dialogando in modo più strutturato) se ci dovesse capitare la fortuna di emergere un po’?Ogni tanto estraniamoci dal vociare chiassoso e pressapochista di questa società, doniamoci a momenti di silenzio meditativo, di lettura e apprendimento… All’ Estero si parla degli Italiani (anche artisti) con un sorriso stereotipato di accompagno…Lo dicevamo Nicola, nei precedenti post, dicono che siamo indolenti…sì, pizza e spaghetti, gondole e pallone…
    Ci vuole molto a mettere su la schiena nel modo giusto? Ricordiamo, a chi ci dà per persi, che abbiamo nel nostro DNA secoli di cultura che hanno fatto scuola nel Mondo intero! Vengono ancora qui in Italia da tutto il Mondo a vedere le testimonianze artistiche dei nostri antichi Popoli, poi tornano nei loro Paesi e scrivono di quanto noi abbiamo distrutto..

  • Anna Castoro ha detto:

    Scusa Nicola, continuavo a scrivere come un fiume in piena per esporre il mio punto di vista, e non mi sono accorta che stavi già rispondendo.Sono pienamente d’accordo nel postare sul blog il commento/i.
    Io credo, perdonami la provocazione, che tu ora abbia un debito morale nei confronti di tutti gli artisti che ti leggono e ti seguono. Quello che sai (e che domenica hai comunicato in parte agli artisti insieme a Rosy) devi metterlo al più presto per iscritto, farne un testo o delle dispense, pubblicarlo e metterlo a nostra disposizione (a pagamento naturalmente). E’ solo così che potrai dare la tua impronta significativa allo stato dell’Arte Italiana che chiede di evolversi.
    Mi chiarisci se il testo della Donati è reperibile in libreria, o quale Casa Editrice lo abbia pubblicato?
    Condivido le dritte che dai sulle modalità di vendita/acquisto dell’opera, la trasparenza non può che tutelare tutti, ma, condividerai, l’aspetto più urgente (a mio parere) da noi in Italia è quello di tirare su dal fosso l’interesse per l’arte e la cultura in generale, o gli artisti fra poco non venderanno più un tubo!!!

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Il libro della Donati è facilmente reperibile online anche su Amazon (17 euro) ed è edito da Giappichelli di Torino. Non ti preoccupare, salderò il mio debito al più presto. Sono già in lavorazione una serie di post in cui ho intenzione di trattare proprio questi temi. Ho solo bisogno di un po’ di tempo ma nelle prossime settimane salderò parte del mio debito. Condivido, infine, la tua preoccupazione più urgente e cercherò di dare il mio contributo, magari anche con il vostro (artisti) contributo: se avete temi concreti che secondo voi sono da approfondire suggeritemeli! Le mie antenne sono sempre ben dritte ma non si può saper tutto e, alla resa dei conti, in prima linea ci siete voi. Io sono solo un modesto corrispondente.

  • Anna Castoro ha detto:

    Apprezzo la tua umiltà, ma sai bene che per noi sei un importante riferimento.
    Per raccogliere subito un tuo invito:
    -per andare subito sul pratico: perché non predisponi, o fai predisporre, una scheda-tipo da utilizzare in caso di vendita diretta, o mediante galleria/curatore/critico, di un’opera? Un fac-simile che contenga magari una postilla riportante l’Iva al 10 % se vende l’artista? Detto fac-simile potrebbe poi essere postato a disposizione degli artisti.., giusto un riferimento di massima. Questa scheda diverrebbe un documento che accompagnerebbe l’opera in tutti i passaggi successivi.
    Ora vorrei parlare del pubblico da riavvicinare all’arte.
    Ho ricevuto in questi giorni un invito ad aderire ad un grosso evento d’arte previsto a Roma in ottobre. Nella brochure c’è una Limousine, viene pubblicizzata la partecipazione di stilisti, attrici di richiamo ecc. Notoriamente in eventi dello stesso curatore/critico vengono serviti ostriche e champagne, partecipa l’aristocrazia romana e personaggi in vista della Capitale. Io non potrò aderire per i costi di adesione….
    Circa 1 mese fa difesi la Biennale della creatività di Verona di febbraio p.v. organizzata da Serradifalco: a fronte di accese critiche per i costi di adesione (circa 500 euro) spiegai, per una corretta valutazione delle cose, che la location di prestigio (Palaexpo),la partecipazione di personalità di richiamo dello spettacolo e della cultura, le recensioni critiche, il lavoro di selezione, l’allestimento dei cataloghi generali e personali per chi espone più opere, tutto questo incide nei costi, e che tuttavia, se vogliamo far vedere le nostre opere da un fiume di collezionisti, critici, galleristi, pubblico in genere, questi eventi, allo stato delle cose, sono l’unica chance.
    Alla luce del Gran Gala di Roma, confermo, per coloro i quali strepitano, che noi artisti oggi dobbiamo solo ringraziare questi imprenditori dell’arte, anche se non possiamo aderirvi, perchè riescono ad attirare gente che oggi detiene il denaro in Italia (nel caso di Roma) o che mai andrebbe in galleria a vedersi una mostra (nel caso di Verona in particolare). Se non ci fossero questi eventi, staremmo a chiederci come mai in Italia non succede nulla… Le Gallerie,lo dicevamo, hanno perso il loro fascino, lo Stato è preso da altre faccende (sì, la cultura, l’arte…figuriamoci!), in attesa che anche noi capiamo da che parte andare, che ben venga questa ondata di imprenditorialità…
    Certo un minimo di frustrazione c’è…far vedere le opere pagando, e mescolando l’arte allo spettacolo e alla vita godereccia (ostriche e champagne a Roma)a spese nostre, ma l’alternativa c’è….e noi dobbiamo costruirla di nuovo, pian piano, insieme. Charlie ha già cominciato..

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Cara Anna, grazie delle tue parole che mi motivano non poco. Non essendo un avvocato o un commercialista non sono la persona più adatta per creare un modello di contratto base ma c’è chi l’ha già fatto: sono tutti contenuti nel libro di Alessandra Donati e possono essere richiesti al gruppo Vladivostok ( http://www.avladivostok.org/ ) cha ha contribuito alla stesura del Manifesto e che oggi è il referente per richiedere i modelli di contratto. Li ho contattati e spero mi rispondano al più presto. Tutto sta nel divulgare quello che già esiste ma che spesso rimane troppo sotto traccia o, dopo aver fatto notizia su qualche testata di settore, cade nell’oblio. Ma noi siamo qui a posta, no?
      Buona serata e grazie ancora per i continui stimoli.

      Ciao

      Nicola

  • marcello ha detto:

    bravo chiarli,

    hai fatto una buona analisi, che condivido. Ma forse sui critici potevi dire che la maggior parte di loro non capiscono niente di arte, e creano solo confusione. o come ABO, hanno lanciato un movimento la transavanguardia , con artisti mediocri
    che dipingono come dei dilettanti , e che hanno avuto un successo internazionale , adesso per fortuna in declino e spendere qualche parola sulla pittura che e’ cosi’ difficile da fare che molti artisti preferiscono fare fotografia, installazioni,performances e collages
    anziche’andare a lavorare in campagna. M.

  • cecilia ha detto:

    leggendo mi sono resa conto che il registro artisti possa essere di aiuto ancora di più per il mercato,artisti,gallerie.
    complimenti
    Nicola.

  • Anna Castoro ha detto:

    Ecco rappresentata in poche parole l’Italia peggiore, quella del distruggere tutto, e che ha contribuito a costruire l’attuale immagine agli occhi del Mondo. La libertà di esprimere le proprie opinioni non deve servire a distruggere professionalità di riferimento, che hanno messo una vita intera per dare qualcosa di tangibile all’Arte.
    Achille Bonito Oliva è un critico ed uno scrittore che ha fatto e fa parlare il Mondo intero dell’Arte italiana, lasciando un’impronta tangibile e irreversibile. Altrettanto dicasi per gli artisti della Transavanguardia, che da decenni catturano l’attenzione della critica e del mercato internazionali. Al critico e agli artisti in parola va tutta la mia ammirazione.
    Il bisogno di denigrare ogni cosa è diventato uno sport nazionale; a chiacchiere siamo tutti dei Masaniello!! dovremmo invece auspicare che altri in Italia seguano le tracce di ABO, è proprio quello che serve a noi artisti e all’Arte italiana, in evidente, pericolosa stagnazione.
    Il mio rispetto anche per chi ha voglia di andare in campagna, ma, per favore, non distruggiamo quel poco di buono che è rimasto qui in Italia…poi ci chiediamo come mai le menti migliori se ne vadano all’Estero…
    In ultimo, per inciso, non è affatto vero che siano in declino gli artisti della Transavanguardia, (vorrei tanto avere quel declino io!!!), i prossimi decenni mi daranno ragione, perché occorre un periodo di elaborazione ai mercati per far salire poi vertiginosamente quotazioni in Asta di artisti già storicizzati. E gli artisti in parola, a pochi decenni dal decollo, hanno già quotazioni da vertigini…
    Sento il bisogno di chiudere questo commento con un inchino per ACHILLE BONITO OLIVA ed i suoi ARTISTI.

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