Se i nuovi competitor del museo sono Peppa Pig e i Gormiti

Bambini al museo

Spesso entrare in un museo da piccoli è il vero segreto per tornarci da adulti. Non è un caso, d’altronde, se far conoscere il patrimonio culturale italiano alle future generazioni del nostro Paese è un impegno morale a cui ci richiama anche l’articolo 9 della nostra Costituzione. “Un iniziare ad accorgersi”, seguendo l’etimologia del termine, che porta ad avere curiosità, a voler sapere e, perché no, ad affezionarsi e voler custodire le ricchezze del proprio Paese. Diverse ricerche confermano che la gita scolastica rappresenta la prima occasione di incontro tra il bambino e museo. Anche se molto è stato fatto dagli anni Novanta ad oggi, la relazione tra queste due istituzioni, scuola e museo, rimane ancora complessa. Le croniche carenze di fondi e di personale museale dedicato alla formulazione e alla realizzazione di programmi speciali per le scuole con obiettivi sul lungo periodo, confermano la mancanza di un coinvolgimento effettivo e costante.

 

Scuola e Museo: una relazione “debole”

 

L’Accordo Quadro sull’educazione al patrimonio culturale sottoscritto, nel 1998, tra il Ministero dei beni culturali e ambientali e il Ministero della pubblica istruzione, e la nascita (con D.M. 15 ottobre 1998) del SED- Centro per i Servizi Educativi del Museo e del Territorio furono i primi atti legislativi  che teorizzarono, a livello nazionale, un avvicinamento del mondo della scuola e quello dei musei con l’obiettivo di rendere la visita al museo qualcosa di non estraneo al percorso didattico annuale. Perché il museo, le opere d’arte e in generale il patrimonio dovrebbero essere un ausilio importante nello svolgimento dei programmi scolastici dato il loro carattere “di immagini”, di immediata accessibilità.

L’insegnamento della storia dell’arte soprattutto nelle scuole medie e superiori permane uno dei nodi centrali della questione, con i tagli costanti e la riduzione delle ore. L’educazione “al bello” però, ha un altro grande ostacolo, il tempo. E’ una pratica che richiede attenzione, contemplazione, pazienza e costanza. Un esercizio nel quale si deve perseverare e che conduce a ritrovare la bellezza dove apparentemente non c’è, insegnando ad osservare in modo critico, attivo, il proprio contesto. Altro “limite” è che questo tipo di esercizio non può farsi davanti alle pagine dei manuali scolastici di storia dell’arte che devono essere solo il punto di partenza per il percorso da intraprendere. Come asseriva Roberto Longhi, la storia dell’arte è una lingua viva e quindi bisogna uscire nel paesaggio e nella città, per mantenere la connessione con il proprio territorio oppure far entrare il museo, l’arte nella scuola… in senso fisico e materiale, perché no?!

 

Riportiamo l’arte nelle scuole…

 

Esperimenti preziosissimi, in tal senso, ci sono stati in tutto l’arco del Novecento, ma sono ancora pochi, troppo pochi. Si possono citare, ad esempio, le Scuole dei contadini dell’Agro Pontino, progettare e arredate, nel primo decennio del Novecento, da un architetto e artista – Duilio Cambellotti – il quale aveva compreso l’importanza fondamentale della presenza di opere d’arte e di design (mobili e suppellettili) all’interno delle aule scolastiche per favorire l’apprendimento di ragazzi non avvezzi al clima chiuso della scuola. O ancora, la proposta di Maria Lai di creare in ogni scuola, una stanza definita “cenacolo” in cui ospitare una sola opera d’arte da poter osservare senza vincoli di tempo, e quindi frequentare. In fondo è dalla frequentazione, dall’incontro ripetuto e rinnovato che la conoscenza, qualunque tipo di conoscenza, si arricchisce e cresce. Tra le sperimentazioni utili in tal senso, rientra sicuramente il progetto del Museo MAXXI – Il museo tra i banchi di scuola. Ma altri se ne potrebbero ricordare (Adotta un monumento, I like museo, Io amo i beni culturali).

Ma nell’Italia dei giovani alla cultura e dei 500€ di bonus per la maggiore età, ancora molto rimane da fare. Sul divario tra arte e vita reale sembra ci sia comune accordo nello stabilire che se da un lato il popolo si è interessato, colpevolmente, sempre meno dei fenomeni artistici, dall’altro l’arte si è richiusa su se stessa come un mantice in disuso. Le cose però stanno cambiando, e prima di tutto gli artisti, che hanno iniziato ad invadere la quotidianità con installazioni, street art, e utilizzando sempre più un linguaggio in grado di avvicinare le persone alla riflessione artistica. Poco però si sta facendo perché questa tendenza non rimanga esclusivamente un’iniziativa di un settore della società.

 

…e nella vita degli italiani

 

Vanno bene le gite scolastiche, vanno bene le lezioni di storia dell’arte, ma l’arte (e in generale tutta la cultura) deve accogliere finalmente, e definitivamente, la sfida dell’audience. Riuscire ad attrarre bambini dai 6 ai 10 perché al museo si associa una deviazione dalla routine scolastica è semplice. La sfida è piuttosto quella di indurre questi individui a spingere i loro “decisori” a portarli al museo la domenica. Il competitor dell’attenzione non è l’ora di grammatica, è Peppa Pig, o i Gormiti, o l’ultima consolle di eGames. Si fa un bel dire che il museo dovrebbe essere uno dei centri della vita (sociale e culturale) della città. Ma sono pochi i musei pensati come luogo deputato alla socialità adolescenziale. Certo, non è semplice. E neanche si può fare di un museo un luogo che prenda il posto del campetto di calcio, della piazza o, per i più nostalgici, dell’oratorio. Sono cose diverse. Ma le lezioni sull’identità liquida che tanto vanno di moda in questo periodo, valgono anche (e soprattutto) per quelle fasce di età di cui si sa poco perché la legge sulla Privacy è, giustamente, più stringente. Bisogna quindi pensare a modelli nuovi di intervento, nuove tecniche e nuove attività che siano in grado di fare in modo che l’arte e la cultura non siano solo una cosa per bambini o pensionati. Tra queste due categorie, c’è davvero, la vita intera.

Nota per il lettore

Articolo scritto in collaborazione con Maria Grazia Battista

© 2015, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

3 Commenti

  • armellin ha detto:

    Siamo nella Buona Scuola (?!) italiana dell’autonomia, tutto é lasciato alla sensibilità dei dirigenti, docenti e consiglio d’istituto; alcuni come sappiamo provvedono a far sparire dalla memoria il Natale cristiano, vera sorgente iconografica di capolavori immortali ; altri più illuminati fanno del presepio un angolo di esposizione permanente nella scuola.
    Qui a Pompei Scavi da tempo faccio presente che il Liceo Artistico della città dovrebbe avere un laboratorio interno agli Scavi, non ho mai ricevuto risposta….SA

  • lois ha detto:

    Lo credo anche io che sia fondamentale, intervire sin dall’infanzia per far maturare un processo di acquisizione alla bellezza.

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