Da Severini all’arte rumena: 10 mostre da non perdere

Gino Severini, Danseuse articulée, 1915. Olio su cartone con elementi mobili (particolare).
Gino Severini, Danseuse articulée, 1915. Olio su cartone con elementi mobili (particolare).

Aprile è iniziato e il primo vento di primavera porta con sè un calendario fittissimo di inaugurazioni in tutto il Paese. Tante mostre in gallerie private, spesso difficili da intercettare per i non addetti ai lavori, tra le quali abbiamo selezionato le 10 che, secondo noi, dovreste proprio vedere. La prima che ci piace sottoporre alla vostra attenzione, in realtà, ha aperto i battenti ormai da un paio di settimane ed è Severini – L’emozione e la regola, bella mostra allestita negli spazi della Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo (PR) in occasione dei cinquant’anni dalla scomparse del grande artista cortonese. Una mostra che celebra l’intera carriera di Severini, attraverso le sue varie stagioni creative che lo vedono andare dal Divisionismo al Futurismo, dal Cubismo al Classicismo.  Un racconto intenso che prende spunto dalla presenza di due importanti opere di Severini nella collezione permanente della Fondazione Magnani Rocca: la Danseuse articulée del 1915, capolavoro futurista, e la matissiana Natura morta con strumenti musicali, della prima metà degli anni quaranta. Due capolavori attorno ai quali si snoda il racconto delle diverse stagioni espressive dell’artista attraverso 100 opere di cui 25 inedite per l’Italia.

 

Francesco Carone – Boudoir

SpazioA – Pistoia

Francesco Carone, L’attesa (scultura/sirena), 2014, earthenware, cardboard box, cm 30 x 20 x 20

Francesco Carone, L’attesa (scultura/sirena), 2014, earthenware, cardboard box, cm 30 x 20 x 20

Apre oggi a Pistoia, presso la Galleria SpazioA, la personale di Francesco Carone (n. 1975) dal titolo Boudoir. Le varie sfumature che assume questa parola scelta come titolo della mostra, indicano perfettamente la volontà e le cangianti intenzioni ricercate dall’artista attraverso la sua ultima produzione. Lavori di piccolo e medio formato in cui viene ricercato un erotismo della forma e della materia, una malizia scaturita dall’inquietudine che certe visioni possono indurre a livello inconscio. Uno studio degli equilibri nei rapporti, nei colori, negli accostamenti dei materiali e nelle numerose citazioni attraverso cui dichiarare un ‘ritirarsi’ in una ricerca nuova, forse proprio perché antichissima. Un dialogo (senza veli e lontano da occhi indiscreti) con la classicità e con le sue continue tensioni tra il desiderio razionale e quello di abbandonarsi alle credenze, agli idoli, ai miti, alle leggende o alle perversioni del pensiero. Attraverso sculture in marmo, ceramica, bronzo, gesso, ottone (ma non solo) accostate a grafiche e monotipi calcografici, Carone cerca di affermare la sua convinzione per cui l’opera, seppur nella sua apparente semplicità formale, è sempre frutto di visione, di studio, ma anche di una storia precedente (e futura) percepibile a livello extrasensibile ed insita nei soggetti scelti e sopratutto nei materiali utilizzati per realizzarli.

 

Serena Vestrucci – Notte in Bianco

Galleria FuoriCampo – Siena

Serena Vestrucci, Catalogue pag13, 2015

Serena Vestrucci, Catalogue pag13, 2015

Sempre in Toscana, questa volta alla Galleria FuoriCampo di Siena, ha aperto ieri Notte in Bianco personale della giovane artista milanese Serena Vestrucci (n. 1986). La ricerca artistica di Vestrucci  è fatta di incidenti, di inciampi, di gite, di intervalli. Il suo lavoro, come spiega la stessa artista «entra ed esce dal letto. Non nasce da nessuna cosa in particolare. Cerco di non fare nulla, fino al punto in cui guardo ciò che ho e provo un modo per complicare la nostra relazione». E così, la mostra senese diventa una riflessione dello sguardo e sullo sguardo che nasce da tre lavori la cui fruizione è molto particolare come nel caso di Catalogue – parte di trilogia di pubblicazioni sviluppate nel 2015 i cui soggetti sono tre passaggi di tempo e di cui rappresenta la scrittura del tempo disegnato dagli altri – che sarà visibile solo dall’esterno. Ci sarà poi una grande Notte in Bianco di 4 mt x 2,55 mt che ostruirà la visione dei Ceroni, maschere in cera di esseri antropomorfi con l’opera che diventa, così, un dispositivo per vederne un’altra. Le notti in bianco che danno il titolo alla mostra sono, d’altronde, come spiega l’artista, «notti in cui non si riesce a chiudere occhio. Trascorro il tempo di queste notti a guardare una serie di ritratti anonimi. Cerco un meccanismo per ridare loro vita: l’opera è un lavoro a quattro mani tra me e qualcuno che non conosco».

 

Nicola Samorì – Solo Show

Galleria Monitor – Roma

Nicola Samorì, Solo show, 2016, una vista della mostra in corso alla Galleria Monitor di Roma.

Nicola Samorì, Solo show, 2016, una vista della mostra in corso alla Galleria Monitor di Roma.

Prima personale per Nicola Samorì (Forlì 1977) negli spazi della Galleria Monitor di Roma. Nei suoi dipinti, sculture e installazioni, realizzati per l’occasione, l’artista invita lo spettatore a partecipare non solo a un contatto visivo, ma anche a un’esperienza profondamente fisica. Riuscendo a combinare, in maniera magistrale, una forte intensità ispirata all’estetica teatrale dell’arte rinascimentale e barocca con la perdita di controllo dell’Informale, le composizioni pittoriche di Samorì, così come le sculture, documentano la persistenza di un’impronta inattuale nel contemporaneo. L’artista ha, infatti, sviluppato un modo del tutto personale di relazionarsi con il corpo del Museo: manipola la sintassi di un vastissimo repertorio di opere e, nel momento in cui sembra saggiarne l’insostenibilità, ne testimonia al contempo la vulnerabilità, sabotandone i codici con incursioni ingombranti oppure con spostamenti minimi. L’inedito corpo di lavori realizzato da Nicola Samorì in occasione della sua prima personale da Monitor documenta, così, un coro involontario, un insieme che si è precisato di opera in opera, con soggetti/oggetti in preda a un’urgenza infettiva. Le opere vivono di un’osmosi insistente che le costringe a imitare le sostanze delle altre, oppure a sottrarle l’un l’altra, in una continua compenetrazione della pittura nella scultura e viceversa.

 

Elaine Byrne – La diritta via

Montoro12 Contemporary Art – Roma

Elaine Byrne, La Diritta Via, 2016, c-print, 51x76 cm

Elaine Byrne, La Diritta Via, 2016, c-print, 51×76 cm

Ancora a Roma, questa volta alla Galleria Montoro 12, è visitabile da ieri La dritta via, personale dell’artista irlandese Elaine Byrne che presenta, per l’occasione, un nuovo gruppo di lavori che comprende sculture, fotografie e video che funzionano come critica delle strutture di potere, ponendo specifiche domande sulla corruzione e sull’apatia delle vittime di essa. La mostra prende il suo titolo dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, dove il suo viaggio ha inizio in una selva oscura. Incapace di trovare la diritta via per la salvezza, Dante prende coscienza del fatto che sta rovinando se stesso. Prendendo spunto dall’ipotesi che Dante, per il suo Inferno, si sia ispirato ai i racconti medioevali dei pellegrinaggi verso Saint’s Island, conosciuta all’epoca come il Purgatorio di San Patrizio, Elaine Byrne si muove verso la stessa isola in cerca della medioevale porta del purgatorio ed esamina la nozione contemporanea di corruzione e di punizione, tramite i testi dei pellegrini del 14° secolo e gli attuali casi di cronaca. Tra le opere esposte, di particolare rilievo è una scultura in acciaio di oltre 4 metri, che ha riferimenti sia al ponte dei rasoi, che i pellegrini incontravano nel purgatorio, sia ad un gran numero di nozioni filosofiche: il ponte come prova e testimonianza originata nel simbolismo escatologico persiano, attraversabile solo da coloro i quali ne erano degni.

 

Carlo Buzzi + Fabrizio Parachini: memories can’t wait

Theca Gallery – Milano

Fabrizio Parachini, Scritto con la cenere, inchiostra e carte di recupero, 35x50cm, 2011. Courtesy Theca Gallery

Fabrizio Parachini, Scritto con la cenere, inchiostra e carte di recupero, 35x50cm, 2011. Courtesy Theca Gallery

La Theca Gallery di via Tadino 22 a Milano ha inaugurato ieri sera la mostra bi-personale degli artisti Carlo Buzzi e Fabrizio Parachini: memories can’t wait. Il progetto espositivo curato da Stefano Roberto Mazzatorta si pone come obiettivo quello di dimostrare che non è necessario compiere grandi atti per sottrarre le “cose” all’oblio del tempo, ma lo si può fare attraverso azioni essenziali come ricordare, scrivere, fotografare, conservare frammenti d’immagini magari dopo averle strappate dai muri. Poco colore e prevalenza del bianco-nero e dei grigi, come si addice alle immagini della memoria scolorite dal tempo e dagli eventi dell’esistenza umana. Carlo Buzzi presenta in galleria una serie di opere uniche – strappi e fotografie – provenienti da due importanti pubbliche affissioni avvenute a Milano agli inizi degli anni ’90: Incappucciato (200 fogli, 140x100cm. affissi per 15 giorni a partire dal 21 maggio 1997) e Gomma (300 fogli, 140x100cm. affissi per 15 giorni a partire dal 24 luglio 1998). Mentre Fabrizio Parachini espone alcune opere pittoriche tra cui Trittico nero, presentato insieme al lavoro più di area concettuale Scritto con la cenere (2011). In mostra sarà possibile ammirare anche uno dei suoi ultimi lavori: Codice ovvio n°2. Tempo rubato, appartenente all’omonimo ciclo di lavori iniziati nel 2002.

 

Vadim Fishkin -The time when we wanted to be astronauts

Loom Gallery – Milano

Vadim Fishkin, miss Christmas, 2012. Projection, bucket. © the artist and Galerija Gregor Podnar

Vadim Fishkin, miss Christmas, 2012. Projection, bucket. © the artist and Galerija Gregor Podnar

La Loom Gallery di Milano, in collaborazione con Galerija Gregor Podnar, presenta la prima mostra personale in galleria di Vadim Fishkin: The time when we wanted to be astronauts.  Nato nel 1965 nella ex Unione Sovietica ma trasferitosi a Lubiana negli anni Novanta, Fishkin appartiene ad una tradizione post concettuale che lega la produzione artistica alla tecnologia, servendosi della scienza come strumento per dare vita alle idee. Ad affascinarlo è la metodologia della scoperta. In cima ai pensieri il rapporto con il pubblico, il pensiero fisso allo spettatore, la cui soddisfazione, il cui stupore è perno dell’opera stessa. Nella sua mente c’è lui, lo spettatore astratto, che divenuto concreto chiude gli occhi, immagina la mostra che desidera e trova ad accoglierlo un cielo a sua immagine: una stella in movimento sopra di sé, un certificato che porta il suo nome, e più in basso, proprio loro, gli ufo di cui tutti parlano, disegnati nella vita di tutti i giorni. Oggetti comuni si trasformano in poesia, solleticando l’attenzione tramite giochi d’ombre che sapientemente decifrati, si trasformano in sogni: un barattolo è una palma mossa dalla brezza del Natale; una lampada senza corrente illumina il giorno; una fiamma calda produce elettricità. Non è magia, è arte. E tu spettatore non te ne accorgi ma hai la bocca aperta. Apri gli occhi. Hai di nuovo dieci anni e sogni di fare l’astronauta.

 

Arturo Vermi – Il segno non significante

Ca’ di Fra’ Arte Contemporanea – Milano

Arturo Vermi, Colloquio

Arturo Vermi, Colloquio

Sempre ieri sera a Milano, la Galleria Ca’ di Fra’ ha aperto un’interessante mostra dedicata ad Arturo Vermi che offre l’occasione, attraverso una trentina di opere, di riscoprire l’infinita, silenziosa poesia visiva e filosofica di un artista assoluto. Autodidatta, affascinato dall’Espressionismo tedesco, per approdare all’Informale e poi allo Spazialismo, Vermi è stato un poeta visivo, firmatario di riviste e manifesti culturali con Maestri come Lucio Fontana, Enrico Castellani. Tornato in Italia sopo un lungo soggiorno parigino, nel 1961 darà vita al cosiddetto Gruppo del Cenobio, insieme ad Agostino Ferrari, Ugo La Pietra, Ettore Sordini e Angelo Verga. Gruppo che scelse la via di un progressivo astrattismo gestuale contro ogni sorta di rappresentazione naturalistica rappresentando una risposta “interna” all’Informale; l’attenzione si spostò così verso una poetica del segno dove si accentuò l’esigenza di trasformare la pennellata in gesto grafico: dal gesto e dall’immagine al simbolo, dal simbolo alla cifra letterale.

 

Gianni Moretti – Studi per la biblioteca di ghiaccio e di sale

Harlem Room – Milano

Gianni Moretti, La biblioteca di ghiaccio e di sale (studio), xerografia e stampa monotipo su carta velina, 50x70 cm

Gianni Moretti, La biblioteca di ghiaccio e di sale (studio), xerografia e stampa monotipo su carta velina, 50×70 cm

In occasione di miart 2016, la Harlem Room di via di Porta Tenaglia a Milano presenta, a partire dal 5 aprile prossimo, Studi per la biblioteca di ghiaccio e di sale, serie di recenti lavori di Gianni Moretti (n. 1978). Impalpabili e volatili nella loro consistenza di carta velina, le cinque xerografie che compongono il percorso espositivo implodono di un’energia quasi magnetica, misteriosa. Forme circolari dorate, come oculi aperti su un’altra dimensione, emergono dallo sfondo nero dell’inchiostro tipografico che a tratti lascia intravedere la doratura sottostante del velo cartaceo.  Solo dopo un’analisi attenta iniziamo a riconoscere forme precise e note che ci rimandano a figure umane, inerti e sbiadite. Il rapporto visibile-invisibile, di qualcosa che si rivela a poco poco attraverso un nostro allenamento percettivo, è una costante dell’intera poetica dell’artista. I lavori di Moretti nascono da una riflessione sulla memoria, attraverso l’utilizzo di una serie di immagini appartenenti alla “Topografia del Terrore”, centro di documentazione berlinese sul nazismo. Proprio le riproduzioni di queste fotografie diventano l’oggetto di un lungo processo di stampa dai molteplici passaggi scanditi nel tempo: la preparazione del supporto, l’inchiostrata, la repulsione tra sostanze grasse e acqua, l’imprimersi dell’inchiostro tramite la pressione del torchio sulle veline. Abilità tecnica e manualità che non limitano bensì accrescono e nutrono il processo conoscitivo e di formalizzazione messi in atto dall’artista.

 

Focus Romania: memorie organiche

MAG – Como

Laurian Popa, Grey Floor 110x140 cm olio su tela, 2016

Laurian Popa, Grey Floor 110×140 cm olio su tela, 2016

Il 7 aprile prossimo, infine, apre a Como, presso la MAG di Salvatore Marsiglione la bi-personale Focus Romania: memorie organiche dedicata ai giovani artisti rumeni Laurian Popa (n. 1980) e Diana Serghiuta (n. 1985). Organizzata in collaborazione con  lo Studio Scorretti di Lugano, la mostra presenta un insolito confronto tra due percorsi artistici fondamentalmente diversi, quasi opposti, e proprio in questa differenza di visioni e tecniche risiede l’’invito a scoprire le opere di questi due artisti che trovano nella pittura il loro campo di sperimentazione: una tavola da scacchi astratta, con inserzioni figurative e spettacolari costruzioni volumetriche dello spazio, nel caso di Laurian Popa; una sfilata di figure dell’inconscio, soggette a metamorfosi e stati fluttuanti, nei dipinti di Diana Serghiuta.

 

1 Commento

  • armellin ha detto:

    Interessante vedere da queste slide come Gino Severini nel 1915 abbia prodotto un’opera nettamente superiore alle successive…Italia decadence…
    O montanina mia canzon, tu vai :
    forse vedrai (l’Italia), la mia terra,
    che fuor di sé mi serra,
    vota d’amore e nuda di pietate…

    Dante aveva scritto Firenze al posto di Italia. SA

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