La Solow Foundation: il museo che ancora non c’è

L'ingresso della Solow Art & Architecture Foundation

A New York, passando per la 57ma Strada Ovest di Manhattan, ci si imbatte al numero 9 in una sorta di galleria d’arte accanto all’entrata di un grattacielo, e si resta a bocca aperta: al di là di alcune vetrine si vedono esposti capolavori di Giacometti, Calder, Miró, Moore, Kline, Basquiat, solo per citare alcuni nomi.

Attenzione: non sto dicendo opere, sto dicendo capolavori. Sopra l’ingresso principale campeggia la scritta: The Solow Art & Architecture Foundation, ma non si trova alcun modo di accedere alla Fondazione. 

Né aiuta il rintracciare un sito web, www.solowfoundation.org, che parrebbe essere un sito ufficiale, ma a uno sguardo più attento si dimostra qualcosa di diverso, visto che sottolinea come gli orari della Fondazione siano i seguenti:

  • Monday: Inaccessible
  • Tuesday: Closed
  • Wednesday: No public hours
  • Thursday: Not open
  • Friday: Same as the rest of the week
  • Saturday: None
  • Sunday: Absolutely not
Le opere di Moore, Calder, Basquiat della Solow Art & Architecture Foundation e visibili solo dalle vetrate della sede

Il sito in realtà è stato creato nel 2017 da (cito ancora) «un appassionato d’arte che vorrebbe visitare la collezione, ma non ha mai ricevuto risposta alle richieste fatte per telefono, di persona o per e-mail», e il cui nome, scopriremo approfondendo, è Ethan Arnheim.

Dov’è il busillis? Ricostruiamo la storia.

La Fondazione è stata creata nel 1991 da Sheldon Solow, miliardario la cui fortuna è stata legata principalmente al settore immobiliare.

Tecnicamente, è classificata come una Fondazione Privata sotto regime fiscale 501(c)3, un trattamento creato dal Congresso degli Stati Uniti per favorire l’impegno di imprese e privati a creare iniziative per il pubblico interesse.

In pratica il collezionista Sheldon Solow — la cui collezione era stata valutata anni fa più di 200 milioni di dollari — ha negli anni potuto avvalersi di sgravi fiscali, donando opere della propria collezione alla Sheldon Foundation, di cui era Presidente del CdA nonché unico membro del board.

 

Sheldon Solow

La deduzione fiscale è pari al valore corrente delle opere, quindi al valore stimato al momento della donazione (non a quello del loro acquisto da parte del donatore).

L’asino vacilla, se non casca, quando nello statuto della Fondazione è ufficialmente riportato che essa avrebbe come missione ufficiale quella di «conservare ed esporre opere per mostre pubbliche». Ma in realtà non sembra esserci modo di visitare la collezione — che è appunto solo mostrata a vista dietro le vetrine che danno sulla 57ma Strada —, neanche per i residenti nel grattacielo in cui è ospitata, o per coloro che vi lavorano.

 

Opere di Kline e Giacometti. Di quest’ultimo a destra si riconosce la Grande Femme I, 1960

La Fondazione, in passato, ha anche fatto donazioni o prestiti a musei, ma d’altro canto sembra che le opere esposte nella sede newyorkese siano solo una parte di quelle registrate nei documenti fiscali per le detrazioni.

Infine, un requisito di una fondazione operativa privata è che soddisfi uno scopo educativo: poiché la Fondazione non fornisce alcun accesso pubblico, è quantomeno discutibile come essa possa soddisfare il suddetto scopo.

In pratica, un cortocircuito legale su cui si è anche dibattuto lungamente, con tale Gerard Martinez (ufficialmente Director of Information Technology della Fondazione) pronto, sempre a detta del creatore del sito su citato, a prospettare possibili azioni legali contro chi cercasse, anche solo in maniera satirica, di richiamare l’attenzione sull’assurdità della situazione.

 

Henri Matisse, Acrobats, 1952

A quanto pare, ci sarebbe anche una curatrice ufficiale della collezione, Moira Evans, la quale — cito ancora — «non risponde a telefonate o e-mail, né vi è alcuna informazione pubblicamente reperibile su di lei».

Il 17 novembre del 2020 Sheldon Solow è morto all’età di 92 anni. Al momento della sua scomparsa, i giornali hanno riportato una possibile stima della sua collezione (che non comprendeva solo opere di arte moderna e contemporanea, come vedremo tra breve) tra i 350 e i 500 milioni di dollari, chiedendosi se essa fosse destinata a finire in asta o se la Fondazione — la cui guida era stata ceduta nel 2018 da Solow al figlio Stefan, ovviamente senza alcuna tassa di successione — si sarebbe trasformata infine in un museo vero e proprio.

L’incertezza sull’effettivo valore della collezione nasce anche dal fatto che nell’ultimo decennio Solow aveva messo all’incanto varie opere, con un guadagno stimato di più di 400 milioni di dollari. Alcuni esempi?

L’homme au doigt di Giacometti, battuto a 126,1 milioni di dollari (141,3 milioni con i diritti d’asta) nel maggio 2015 da Christie’s New York: record per la scultura più costosa mai aggiudicata.

Oppure, proprio il 28 gennaio di quest’anno, il Ritratto di giovane che tiene in mano un tondello di Botticelli — consegnato da Solow a Sotheby’s New York nel settembre dell’anno passato — venduto a 80 milioni di dollari (92,1 milioni con i diritti d’asta): in questo caso il secondo maggior risultato per un’opera della categoria “Old Masters”, dopo il famigerato Salvator Mundi attribuito a Leonardo da Vinci.

Sandro Botticelli,  Portrait of a young man holding a roundel, tempera on poplar panel. 58.4 by 39.4 cm. Courtesty: Sotheby’s

Figlio di un muratore di Brooklyn, abbandonati gli studi alla New York University a 21 anni per divenire immobiliarista, già a 34 titolare di un ufficio a Park Avenue che si occupava di appartamenti di lusso nell’Upper East Side, Sheldon Solow era noto per il suo carattere litigioso, e nonostante la sua fama di collezionista aveva in realtà sempre mantenuto un basso profilo nell’ambiente artistico, spesso acquistando o vendendo sotto anonimato.

La vedova del magnate, Mia Fonssagrives-Solow, ha recentemente annunciato il progetto di creare un vero e proprio museo, accessibile al pubblico, dove esporre la collezione Solow, secondo le volontà del marito: «È qualcosa che lui avrebbe voluto fare durante tutta la sua vita, ma non è stato possibile finora».

Affermazione che suona un tantino strana, visto che sarebbe bastato rendere accessibile il numero 9 di West 57th Street…

Noi, nel frattempo, continuiamo a passarci davanti, cercando di occhieggiare — tra alberi, grattacieli, auto e autobus riflessi nelle vetrine — opere che forse godrebbero di una migliore collocazione altrove, o meriterebbero di essere ammirate senza schermi riflettenti davanti.

 

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