Somaini: la scultura, l’America, il mercato

Francesco Somaini segue le fasi di montaggio di Phoenix ad Atlanta. Courtesy: Archivio Francesco Somaini.

Sessantuno anni fa, con una personale all’Istituto di Cultura di New York, Francesco Somaini si presentava per la prima volta al pubblico americano con quella sua “scultura del frammento” – come la definì Giulio Carlo Argan – destinata a conquistare il collezionismo d’oltreoceano.

Quell’avventura, che porterà lo scultore lombardo, nel corso del tempo, ad entrare nelle raccolte dei maggiori musei e a realizzare opere monumentali nelle città di Rochester, Baltimora e Atlanta, è oggi ripercorsa dalla bella mostra Somaini in America, curata da Francesco Tedeschi e da Luisa Somaini e allestita negli spazi milanesi della Fondazione Francesco Somaini Scultore, che ha da poco pubblicato anche il catalogo ragionato dell’artista.

Realizzata in collaborazione con la Galleria Open Art di Prato e inaugurata l’8 settembre scorso in occasione di Miart e della Milano Art Week, la mostra mette insieme una ventina di sculture, alcuni disegni e fotomontaggi dell’artista scomparso nel 2005.

Un’occasione per (ri)scoprire uno dei migliori scultori italiani del secondo Novecento la cui produzione non smette di interessare il pubblico dei grandi amatori d’arte.

 

Somaini in America, installation view, Fondazione Francesco Somaini Scultore, Milano, 2021. Ph. Matteo Maraffi

Nato a Lomazzo, nei pressi di Como, il 6 agosto 1926, Francesco Somaini, dopo essersi laureato in legge all’Università di Pavia, inizia a seguire i corsi di Giacomo Manzù all’Accademia di Brera di Milano.

E’ il 1949 e l’artista lombardo ha da poco debuttato sulla scena italiana, partecipando alla Rassegna di arti figurative della Quadriennale di Roma (1948) e l’anno successivo sarebbe giunto in laguna per prendere parte alla Biennale di Venezia, alla quale sarà presente altre sei volte, fino al 1978.

Le opere astratte di questo primo periodo, realizzate in conglomerato ferrico, vengono subito notate dalla critica internazionale che le può apprezzare alla Biennale veneziana del 1956. Lo stesso anno della sua prima personale alla Strozzina di Firenze e dell’uscita della prima monografia, a firma di Léon Degand, dedicata al suo lavoro. 

Con il 1957 ha così inizio l’importante stagione informale che lo porterà al successo internazionale. In questa fase Somaini fonde le sue opere preferibilmente in ferro, piombo e peltro, che poi aggredisce con la fiamma ossidrica e pulisce nelle parti concave, per accentuare l’espressività del dettato plastico.

«Il processo della fusione nella scultura di Somaini – scriverà Argan – non è un processo a posteriori, di stampo; è il processo stesso del costituirsi della materia perché è la realtà del mondo che, fondendo, si è ridotta a quel grumo impuro e fumante, come dopo un’esplosione atomica».

Francesco Somaini – Bagnante (I Variante) 1952 – bronzo patinato corroso su base in ferro – 38.4 x 24.8 x 20.6 cm. Courtesy Galleria Open Art, Prato.jpg

Due anni dopo, nel 1959, Somaini riceve il premio come miglior scultore straniero alla Biennale di San Paolo del Brasile. E l’anno seguente tiene la già citata prima personale all’Italian Cultural Institute di New York ed è invitato, con una sala a lui dedicata, alla Biennale di Venezia.  Mentre nel 1961 ottiene il primo premio della critica alla Biennale di Parigi.

Si susseguono, così, le personali in Italia e negli Stati Uniti, con Francesco Somaini che partecipa a tutte le più importanti collettive internazionali. Complice di questo stretto legame con gli States: Odyssia Skouras, titolare dell’omonima Odyssia Gallery di New York che a Somaini dedica tre mostre tra il 1959 e il 1964.

La Skouras, brava a sfruttare le conoscenze dello zio paterno Spyros (presidente della 20th Century Fox dal 1942 al 1962), ma soprattutto abile nell’intercettare il gusto dell’high society americana, colloca sculture di Somaini in prestigiosissime collezioni private, da cui poi confluiranno in quelle di alcuni dei più importanti musei statunitensi.

Tra tutti: il MoMA, che acquisisce opere di Somaini tramite le donazioni della famiglia Rockefeller e dell’architetto Philip Johnson, il Detroit Institute of Arts, oggetto della donazione di Lydia Winston Malbin, oltre al Kreeger Museum – dove è conservata la sua scultura Grande Ordalia – e all’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington. 

Nella mostra alla Fondazione Somaini, peraltro, è possibile ammirare un lavoro proveniente dalla collezione di John D. Rockefeller III: Racconto sul Cielo (III variante) del 1961.

Francesco Somaini – Racconto nella notte III [III variante], 1962 – peltro con lucidi parziali su base in ferro – 30.5 x 66.7 x .jpg

Un legame, quello che Somaini sviluppa in questi anni con gli Stati Uniti, ancora oggi solido, stando ai dati dei suoi passaggi in asta che vedono il suo mercato equamente suddiviso tra Italia e States. Peraltro, sono sempre le opere che Francesco Somaini realizza in questi anni le più apprezzate dai collezionisti, ossia quelle informali del periodo che intercorre tra i primi Cinquanta e il 1967.

Ma «di grande interesse – come spiega Mauro Stefanini della Galleria Open Art di Prato – sono anche i suoi lavori realizzati nel periodo appena successivo, in cui l’artista indaga il rapporto tra architettura e scultura, riflettendo sulla funzione della scultura nel contesto urbano».

«Si tratta – spiega Stefanini – di opere che si sviluppano per lo più verticalmente, non a caso pensate dall’artista in seguito ai numerosi viaggi negli Stati Uniti, in ambienti metropolitani, dove l’elemento architettonico più caratteristico è senza dubbio il grattacielo».

Francesco Somaini – Memoria dell’Apocalisse II 1962 – bronzo patinato con lucidi parziali su base in ferro – cm. 211 x 102 x 130. Courtesy Galleria Open Art, Prato

Con la conclusione del periodo informale, infatti, Francesco Somaini si dedica alla realizzazione di opere in grande scala e i suoi lavori si caricano di valenze simboliche, ponendo forme di violenta organicità in rapporto con volumi geometrici di impianto architettonico.

Nella convinzione che la scultura abbia il compito di riqualificare il tessuto urbano, Somaini formalizza le proprie idee a livello utopico in numerosi studi progettuali, pubblicati nel volume Urgenza nella città (1972), steso a quattro mani con Enrico Crispolti. E, a partire dagli anni Settanta, realizza una serie di studi e progetti come la proposta per il Ponte-Piazza per la Gustav Gründgens Platz di Düsseldorf (1980) o il Giardino Antropomorfico e Baignade per il Parc de la Villette a Parigi (1982).

Al tempo stesso mette appunto una nuova tecnica di lavorazione mediante l’uso del getto di sabbia a forte pressione, che diverrà una componente fondamentale del suo linguaggio plastico. Dal 1975, con le Tracce, introduce invece nella sua opera un’idea di movimento, eseguendo bassorilievi con il rotolamento di una matrice astratta che lascia un’impronta in cui si rivela un’immagine.

Somaini in America, installation view, Fondazione Francesco Somaini Scultore, Milano, 2021. Ph. Matteo Maraffi

Nello stesso anno inizia anche ad utilizzare il marmo e, dalla metà degli anni Ottanta, esegue lavori di grandi dimensioni in Italia e in Giappone, legati alla dialettica del positivo/ negativo, e crea sculture improntate a un’organicità fortemente vitalistica, che propone nella retrospettiva al Palazzo di Brera a Milano nel 1997. Muore a Como nel 2005 e due anni dopo la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma gli dedicherà la prima retrospettiva postuma.

Poco presente nei cataloghi delle aste – appena 160 i suoi passaggi in 21 anni su un catalogo che conta oltre 2500 lavori realizzati tra il 1936 e il 2001 -, oggi le sue opere si collocano sul mercato con prezzi in galleria che vanno dai 20.000 € di quelle di piccolo/medio formato, ai 100.000 € dei lavori storici di grande dimensione.

Cifre destinate a crescere nel prossimo futuro, sospinte da un collezionismo che si sta sempre più dedicando alla scultura, affascinato dagli ampi margini di rivalutazione per le opere storiche dei Maestri informali e da logiche di mercato più facilmente leggibili.

«La forza della scultura – commenta a tal proposito Mauro Stefanini – sta nel dialogo organico che essa crea con l’ambiente che la accoglie e, mai come adesso, dopo tutto questo tempo trascorso forzatamente nelle nostre abitazioni, è emersa la necessità di riappropriarsi degli spazi che abitiamo, personalizzandoli con opere in grado di valorizzare gli angoli trascurati delle nostre case: una nicchia, una madia, un ingresso spoglio».