Non è la TATE ad essere in perdita, ma noi…

La Tate Modern di Londra

In uno dei suoi libri, Erri de Luca descrive una signora partenopea che, durante i bombardamenti, trascinava con sé un’enorme valigia, piena di “bottoni” pur di non apparire “povera”. Erano i giorni più cupi del ‘900, quelli della seconda guerra mondiale, in una città che certo, in quel periodo, non vantava elevati livelli di ricchezza.

Giorni in cui essere poveri era del tutto “normale”. Eppure, la signora in questione, preferiva rallentare la propria corsa sotto i bombardamenti pur di non macchiarsi dell’onta della “nullatenenza”. A guardare la reazione che il mondo della cultura nostrano ha mostrato alla notizia della chiusura “in rosso” della TATE di Londra, viene da pensare che l’Italia, da allora sia cambiata molto poco.

Come “i fantasmi” delle “pettegole di provincia” che la signora intendeva scacciare con una valigia, i commentatori italiani hanno puntato, con sorrisini malcelati sotto serissime riflessioni, il dito contro una delle più innovative, importanti e impattanti istituzioni culturali europee.

Dalle analisi lette si solleva la rivalsa degli ultimi della classe: ma come, la TATE, il grande MUSEO, chiude in perdita (risatine complici)? E il sottotitolo, forse meno ilare: “e allora come può la cultura essere quel volano dell’economia che tanto dichiarano debba diventare?”. È dunque opportuno approfondire un po’ meglio la questione.

Le ragioni per cui un’istituzione culturale può chiudere in perdita sono molteplici: la gestione delle collezioni e degli immobili che le contengono hanno dei costi fissi che non possono essere procrastinati. Tali collezioni e tali immobili, sono poi soggetti periodicamente ad interventi di restauro: anche questi costi sono necessari.

A ciò si aggiungano poi i costi del personale, i costi derivanti dalla gestione delle mostre temporanee, i costi per la comunicazione e per la promozione, per le attività didattiche e i laboratori per le famiglie. Sono questi costi a stabilire la validità di un’istituzione culturale.

Senza questi costi (senza costi per le attività promozionali e di comunicazione, senza i costi di restauro e di manutenzione degli immobili, senza i costi per le mostre temporanee), la TATE avrebbe la stessa sorte di molti dei nostri musei: aperta ad un pubblico inesistente, con pochissima influenza sulla cultura e sul livello di vivibilità del proprio territorio.

Vale dunque la pena fare un confronto con l’attuale situazione italiana.

Nella nostra bellissima penisola, i Musei restano aperti per una volontà politico-amministrativa che garantisce un afflusso economico sempre più esiguo e che, a stento, riesce a coprire i costi necessari (personale, costi per utenze, gestione delle collezioni e degli immobili).

Da ciò ne deriva che la maggior parte dei nostri musei non dispone di risorse sufficienti per l’elaborazione di strategie volte a far crescere l’influenza che le istituzioni culturali hanno nella vita dei cittadini. Queste premesse sono alla base della scarsa rilevanza che musei che spesso custodiscono veri e propri capolavori della Storia dell’Arte hanno sul proprio territorio.

Al contrario della TATE, infatti, questi musei non hanno rivoluzionato un intero quartiere, non incidono sul livello di welfare dei cittadini, non rappresentano un attrattore turistico e culturale, non influenzano positivamente la “city reputation” urbana.

A guardare con la giusta attenzione, quindi, dietro al grande WOW che si è sollevato per la notizia della TATE in perdita si nascondono alcune delle ragioni principali del pressapochismo del nostro sistema museale.

Alla base, ovviamente, è la paura del “negativo” che contraddistingue il nostro Paese e che si rimanifesta in quasi tutte le questioni economiche di una certa rilevanza: si pensi al caso Alitalia, si pensi in qualche modo anche alla “TAV”, si pensi al “pareggio di bilancio”.

In ognuna di queste occasioni, scompare del tutto la visione d’insieme; non si tiene conto che, magari, il ruolo economico e sociale di un’infrastruttura (sia essa materiale o immateriale) non si esaurisce con un ritorno economico derivante dalle tariffe; non si tiene conto che la presenza di un museo importante (anche se in perdita) può generare ritorni economici diretti importanti, che non necessariamente entrano a far parte del Bilanci,o ma che sono diretta conseguenza della sua esistenza.

Sarebbe giusto chiedersi, dunque, se le reali “perdite” sono quelle della TATE, o i fondi pubblici dati a musei che nessuno visita; se ad essere “in negativo” sia un sistema che pur presentando criticità mostra una forte connessione con il territorio o piuttosto un sistema che intende dimostrare la validità pubblica della cultura auspicando semplicemente alla gratuità degli ingressi; se ad essere “deplorevole”, sia investire e perdere, piuttosto che spendere senza ottenere risultati.

2 Commenti

  • Dino Silvestroni ha detto:

    La differenza fra il concetto di investimento ed il concetto di spesa non è solo un aspetto da ragioniere. La paura del passivo è la paura del futuro.

  • marco flo meneguzzo ha detto:

    Bellissimo articolo, letto in ritardo ma decisamente notevole.

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