Tele e banconote

Una vista dell'installazione "100,000 Dollar Bills" dell'artista concettuale Hans-Peter Feldmann al Guggenheim Museum di New York (2011)
Una vista dell'installazione "100,000 Dollar Bills" dell'artista concettuale Hans-Peter Feldmann al Guggenheim Museum di New York (2011)

Con il tempo è diventato sempre più chiaro che lo studio dell’interconnessione fra valore artistico e valore economico è di fondamentale importanza per comprendere il senso complessivo della produzione artistica. Parlare di economia dell’arte equivale a una denominazione affascinante per alcuni, mentre per altri invece è qualcosa di blasfemo – a seconda che si ritenga o meno che il valore dell’economia abbia a che fare con il valore dell’arte. Negli ultimi dieci anni, nonostante i riflessi della crisi economica, il mondo dell’arte contemporanea ha cominciato ad evolversi in maniera frenetica diventando più vivace, più di tendenza, più costoso. Il quesito che sorge spontaneo è quanto l’artista oggi sia davvero condizionato dal mercato, quanto egli sia libero di manifestare la propria creatività.

 

Il bello lo ha sempre deciso il potere. I critici d’arte hanno potuto modificare le dinamiche, ma è il potere che decide: che tu lo chiami Pericle, Papa Giulio II o amministratore delegato di Deutsche Bank è la stessa cosa. Il potere oggi non è né l’aristocrazia, né la borghesia, né il clero, ma è la finanza.

(Jacopo Antolini – Casa d’Aste Pandolfini)

 

Il mercato è un sistema di relazioni sociali che si basa sulla valorizzazione e cioè sulla trasformazione di qualcosa – per esempio, un dipinto – in un’opera: un bene dotato di grande appetibilità. Questo fatto elementare è evidente nel tipo di committenza che si è affermata nelle diverse epoche. Nel Medioevo una congregazione religiosa incaricava un’artista di affrescare le pareti di una chiesa per celebrare il suo santo protettore. Dal rinascimento in poi, i potenti si facevano rappresentare nei dipinti (anche se il soggetto continuava ad essere convenzionalmente sacro) e nel 1700 aleggiava ancora la figura del mecenate in senso classico come protettore e promotore delle arti.

 

Arte, mecenatismo e alta finanza

 

La storia del mecenatismo inizia con Augusto nell’antica Roma e arriva fino alla New York contemporanea. La figura dell’amante del bello tuttavia è cambiata, oggi il moderno mecenate spesso compra e vende per conto di facoltose persone: il mercante si subordina al discorso del critico che stabilisce che cosa è l’opera d’arte e la compra perché la ritiene un buon investimento (e magari anche perché gli piace). Risulta chiaro che in ognuna delle epoche sopra citate esiste in senso lato una transazione economica, anche se i beni hanno un significato socialmente diverso: la celebrazione religiosa, l’affermazione del committente ed infine la redditività dell’opera.

Oggi da Christie’s e da Sotheby’s non esiste più il committente, ma ci si affida ai consulenti e ai cataloghi in rete per decidere cosa acquisire per arricchire le proprie collezioni. Alle aste si assiste a dei veri e propri shows dove il numero delle postazioni telefoniche è più importante della quantità delle persone in sala: spesso dietro le cornette si nascondono fondi d’investimento, gli strumenti della finanza rimessi a punto dalle banche d’affari. I miliardari dalla Cina, dal Sud America, dal Giappone sono pronti a pagare qualsiasi cifra per un lotto. Sembra che il mercato dell’arte non risponda affatto alla legge classica della domanda e dell’offerta su cui si regge tutta l’economia.

 

La domanda si crea inondando il mercato. Da dove pensi che vengano tutte quelle opere che passano per le aste serali? E il gioco funziona ancora meglio se si allestiscono, in simultanea, mostre degli stessi artisti nelle gallerie. Se poi anche le istituzioni danno una mano, tanto meglio. E’ così che si crea la domanda. Quello che fanno oggi i galleristi non è altro che l’estremizzazione del modello elaborato da Paul Durand-Ruel già nell’Ottocento o, allargando il campo, di un marketing che ricorre sempre più a leve e dimensioni psicologiche.

(Marion Maneker – Art Market Monitor)

 

Altro che recessione. Mai come oggi le quotazioni dell’arte contemporanea sono alle stelle, nonostante le crisi economiche si creano fortune e l’arte è diventata una moneta preziosa con cui fare più denaro. L’arte spinge la finanza e gli artisti ne sono consapevoli ormai da tempo: il “Toro” di Arturo di Modica oggi è il simbolo indiscusso di Wall Street e “Love” di Maurizio Cattelan in Piazza Affari a Milano è un chiaro grido di ribellione. Il processo di valorizzazione e di legittimazione dei nuovi artisti di successo è sempre più veloce e i prezzi continuano a salire verso l’alto, ma solo una manciata di loro assicura aste spettacolari: i più rimangono abbordabili, anche se – chissà – forse saranno loro i principali nomi del mercato di domani.

La realtà è che ci sono alcuni avvenimenti che influenzano la produzione di un artista e nonostante l’abbondantissima offerta i collezionisti finiscono per rincorrere sempre gli stessi nomi. Nell’arte contemporanea è l’economia dell’attenzione che guida il mercato e il successo di un autore, il cui talento consiste nella capacità di sapersi rinnovare e nella velocità con cui il suo nome cresce fino a raggiungere la massa critica: è a questo punto che conquisterà l’intero mercato diventando una vera e propria celebrity.

 

A caccia di visibilità

 

Una mostra, un riconoscimento o qualunque altro evento mediatico possono modificare l’atteggiamento generale del pubblico nei confronti di un’opera o del suo autore, incidendo fisiologicamente sui prezzi delle gallerie e delle case d’aste. Maggiore è il prestigio di un evento, maggiore è l’impulso che esso fornisce. L’aura viene conferita ad un oggetto grazie ad un particolare sistema di relazioni e causa un’attenzione quasi virale; la pubblicità, la forza mediatica e i prezzi sorprendenti richiamano la curiosità di galleristi, di collezionisti, di musei, di critici, di artisti, ma anche di chi dell’arte non ha un vero interesse.

La casa d’aste, il direttore di un museo o di una galleria agiscono come un investitore finanziario, prestano il proprio spazio e la propria notorietà ad un artista da cui si aspettano un riconoscimento a livello di attenzione, di reputazione e di fama. Nel 2007 Damien Hirst riuscì a vendere l’opera più costosa di tutti i tempi: un cranio tempestato di diamanti per cinquanta milioni di sterline, un prezzo da titoloni sui giornali. L’opera fu esposta nella mostra “Beyond Belief” alla Galleria White Cube. L’entrata avveniva con biglietti a tempo e in gruppi di dieci persone autorizzate a rimanere dentro per non più di cinque minuti.

 

Se qualcosa o qualcuno è al centro dell’attenzione esso ci appare avere più valore. Usiamo l’interesse degli altri come segnale: l’attenzione è un sintomo di desiderio, il quale a sua volta è sintomo di desiderabilità.

(Andrew Russeth – Art News)

 

Sia per l’acquirente che per l’intermediario raggiungere i prezzi record in una vendita pubblica può far parte di una vera e propria strategia ad acquisire ciò che gli esperti di marketing chiamano high visibility. L’obiettivo non è solo il possesso dell’opera, ma anche un effetto di alta visibilità sui mezzi di informazione che possono amplificare la portata dell’evento. I risultati continuano a incantare e a stupire e l’evento mediatico prende il sopravento. Oggi molte delle opere d’arte acquisiscono un valore straordinario perché il Signor Saatchi o un oligarca russo le ha comprate; spogliate del valore estetico esse diventano un semplice cartellino del prezzo e l’artista trasgressivo ricava dallo scandalo benefici in termini di pubblicità e di risonanza mediatica. Così il 2015 verrà ricordato per Damien Hirst (l’artista che ha sovralimentato il mercato dell’arte) che ha aperto una sua galleria, per Ai Weiwei che ha recuperato il suo passaporto, per Peter Doig e i suoi records alle aste.

Se il filosofo Maurizio Ferraris si è recentemente interrogato sul pensiero degli archeologi del futuro circa la nostra arte, il critico Peter Schjeldahl ha risposto con un libro inventandosi la storia di un artista senza nome che riflette sul buon gusto e sul post-problema dell’arte – “il periodo in cui tutti erano d’accordo che il mercato fosse l’unico indicatore che contava”. Alla fine Peter Schjeldahl dichiara che in futuro le persone guarderanno alla nostra arte come ad un freakish moment: un periodo bizzarro dove essere un artista per molte figure consisteva nell’amministrazione di un business, per altre nella gestione di dubbi esistenziali. La certezza è che oggi l’arte è un mondo vario di attività, di lavoro, di produzione, di attori plurimi dove l’aura, attraverso l’ iper-valutazione della firma dell’artista promossa dalle strategie delle casa d’aste, è tutt’altro che scomparsa.

6 Commenti

  • armellin ha detto:

    Vale, sono d’accordo ma avrei messo questo titolo : il denaro dell’arte o l’arte del denaro ? ; in dettaglio avrei aggiunto che il potere sorgente rimane nelle mani, da sempre e per sempre, del genio che produce un Capolavoro vero, il resto come al solito é conversazione, mi sembri pronta per scrivere di CAPORETTO vedi http://armellin.blogspot.com buone vacanze a Maggi…

  • Fabio ha detto:

    Stimolante e provocatorio articolo 😉

  • Pino Boresta ha detto:

    Continuo a trovare questo tipo articoli pubblicati qua e là e in ogni dove, che dicono più o meno tutti le stesse cose. Descrivendo bene una situazione e uno stato delle cose ormai sotto gli occhi di tutti, ma non capisco perché, allora, ancora nessuno mi contatta dicendomi che vuole venire al mio studio per vedere e comprare qualche cosa?

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      forse la risposta sta nella… visibilità? Restare chiusi nel proprio studio in attesa che qualcuno bussi temo che non sia una strategia ottima…

    • armellin ha detto:

      Più che nella visibilità fisica nel fatto di essere riconosciuti come firma, come brand, come portatori di una storia autentica, vera e di valore, non tutta l’arte é oro e non tutti gli artisti sono Re Mida, ma state tranquillo che appena il mercato fiuta che Lei é portatore di un valore da dieci euro in su, può starsene tranquillamente nello studio e saranno loro i compratori a farsi vivi…diverso il caso di Maggi che da ottimo direttore, attento a tutte le tendenze, viene a Pompei Scavi dimenticando che il mio studio é a due chilometri dalle antiche mura…

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