Tra fotografia di paesaggio e sculture: il caso di Bernd e Hilla Becher

Bernd e Hilla Becher

Con il termine paesaggio non si è mai certi di riuscire a rendere la complessità del concetto che racchiude. Esso subisce una continua variazione fra le epoche e le culture, ma si può essere concordi nell’affermare che la rappresentazione di un paesaggio sia, in una certa misura, uno specchio della civiltà che l’ha prodotta.

Esso è stato di volta in volta associato al concetto di bello naturale, alla rappresentazione dell’armonia divina che regola il mondo, alla commistione di natura e intervento regolatore dell’uomo. In arte il paesaggio può avere un ruolo storico, politico, allegorico o assumere il ruolo secondario di sfondo.

Uno dei principali equivoci in cui si potrebbe incorrere, una vera trappola linguistica, sarebbe utilizzare il termine paesaggio con, implicitamente o meno, una connotazione estetica. Oggi infatti l’estetica della natura coincide con l’ecologia, in quanto ultimo baluardo in difesa della sua bellezza. Mentre si preferisce parlare di paesaggio in un senso più ampio, che comprenda i suoi caratteri ambientali e specifici e l’identità di un popolo.

Anche parlare di popolo nel nostro secolo potrebbe indurre a critiche, eppure è innegabile che, descrivendo le Fachwerkhäuser fotografate dai coniugi Bernd e Hilla Becher, ci si riferisce a una tipologia di abitazioni diffuse nelle regioni della Germania nord orientale a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Inoltre accompagnando le immagini con il riferimento al luogo dello scatto, si suppone che i Becher implicitamente avessero voluto mostrare che esistono dei caratteri ricorrenti nell’architettura industriale e che questi fossero dovuti in parte anche a idiosincrasie locali.

 

I paesaggi industriali di Bernd e Hilla Becher

 

Nel corso della loro lunghissima carriera, che ha attraversato l’arte europea dal secondo dopoguerra in poi, Bernd e Hilla Becher sono stati fra i fotografi che hanno saputo dare una definizione contemporanea di paesaggio. Si sono distinti grazie a un rigore, una metodologia propria perfettamente riconoscibili, e che si può sintetizzare in pochi punti: l’uso costante del bianco e nero, la distanza dal soggetto tale da averne una visione complessiva, la scelta di soggetti legati esclusivamente al mondo industriale, la raccolta delle foto in base nessi formali e analogie inedite.

Fra le loro numerosi raccolte Industrielandschaften fu pubblicata nel 2002 ma raccoglieva materiale risalente ai primi anni della loro carriera, in una visione a volo d’uccello sulla loro produzione. Nel titolo si nomina un paesaggio industriale che tuttora è di difficile definizione. I Becher lo tradussero di volta in volta come miniere di carbone e di minerale di ferro, acciaierie, fornaci di calce e centrali elettriche, ma anche i centri abitati sorti intorno a questi centri produttivi.

Bernd e Hilla Becher, Paesaggio industriale, Siegen,1963

I colossi industriali vengono fotografati quasi con riverenza, come fossero le cattedrali della contemporaneità che danno senso e ordine all’ambiente circostante. Una fotografia in particolare del 1963, scattata nei dintorni di Siegen, mostra magistralmente l’interazione fra industria, città e natura, dove al centro di un aggregato urbano in collina svettano la forma sferica delle torri di raffreddamento contornate da quattro ciminiere, le quali ricordano la forma di cupole e campanili o, dato il loro numero, minareti.

Proprio nei dintorni di Siegen, una delle città più industrializzate in Germania, Bernd e Hilla avevano iniziato la loro collaborazione nel 1959, partendo dalla precisa documentazione di tutti gli stabilimenti e dei quartieri operai. L’industria aveva modificato così profondamente l’aspetto di alcuni luoghi che si erano installati dei modelli urbanistici specifici, che annullavano la distanza fra i luoghi della vita sociale, la città, e della produzione.

Una composizione di fotografie scattate da Hilla e Bernd Becher ed esposta nel 1975 in occasione della mostra The New Topographics: Photographs from a Man-Altered Landscape alla George Eastman House

La nuova tendenza nella fotografia di paesaggio fu efficacemente messa a nudo dalla mostra New Topographics. Photographs of a Man-Altered Landscape, inaugurata nel gennaio 1975 presso l’International Museum of Photography della George Eastman House di Rochester. Fu curata da William Jenkins, che riunì un manipolo di artisti statunitensi, con la sola eccezione dei Becher, allo scopo di proporre un’alternativa alla tradizionale rappresentazione del paesaggio americano, di stampo mitico e lirico, incarnata da fotografi come Ansel Adams e Edward Weston.

Nell’introduzione al catalogo della mostra Toby Jurovics scriveva che il vero soggetto delle fotografie era la società contemporanea, come nelle foto di Lewis Baltz che denunciavano la considerazione della natura solo nei suoi aspetti commercializzabili, definito ironicamente un landscape-as-real-estate. La partecipazione dei Becher a questa mostra fu importante per segnare un punto fermo nella loro carriera. Esposero sia fotografie di paesaggi che di tipologie di strutture, come gasometri, silos, serbatoi, altiforni e via dicendo.

 

La fotografia nel campo allargato

 

Il loro interesse principale era mostrare la relazione fra gli oggetti e lo spazio che questi occupavano e come tale rapporto dava vita a un nuovo tipo di paesaggio. Per loro si trattava di qualcosa di familiare, in quanto avevano conosciuto quell’ambiente fin dall’infanzia, eppure veniva indagato con uno sguardo distante e il più possibile oggettivo. Con esiti del tutto imprevisti tuttavia. Perché negli sterminati cataloghi in cui raccolsero i loro reperti del mondo industriali si iniziano a cogliere nuove connessioni.

Come spiegare che i coniugi Becher ricevettero nel 1990 il Leone d’Oro in occasione della XLIV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, significativamente per la scultura, “per la particolare plasticità della loro opera fotografica”? Erano state esposte tipologie di torri d’acqua, altiforni, gasometri, silos, ciminiere e abitazioni, un’ampia selezione raccolta nei decenni precedenti. I Becher trattavano le architetture come delle sculture proprio perché evidenziavano la forma esterna dell’oggetto più che le caratteristiche strutturali in quanto tali.

La catalogazione si basava sulla funzione e sulla conformazione allo stesso tempo, e le strutture nella maggior parte dei casi erano ridotte a silhouette disegnate su uno sfondo neutro. Nella motivazione del premio si sottolineava la qualità plastica delle loro opere fotografiche, ma sarebbe stato più corretto dire che le opere fotografiche parlavano della qualità plastica dei loro soggetti. Dopotutto erano le strutture fotografate a essere equiparate a sculture, anonime tuttavia, i cui autori erano sconosciuti o dimenticati, e i soli che potevano essere premiati erano coloro che li avevano fotografati.

Anonyme Skulpture: Eine Typologie technischer Bauten. La prima raccolta di Bernd e Hilla Becher, edita nel 1970

L’associazione con la scultura era un’idea che si articolò in maniera coerente lungo tutta la loro carriera. Anonyme Skulpture: Eine Typologie technischer Bauten fu la loro prima raccolta, edita nel 1970, e raccoglieva i risultati dei primi dieci anni di lavoro. Era composta da 194 fotografie in bianco e nero di fornaci di calce, torri di raffreddamento, serbatoi di gas e silos per lo stoccaggio di vario genere. Come si legge nell’introduzione al catalogo si trattava principalmente di costruzioni in cui si riconosceva il principio stilistico dell’anonimità e che la loro peculiarità era dovuta alla mancanza di creatività formale.

Si muovevano fluidi nei meandri del paesaggio industriale rivelandone dei caratteri peculiari, degli aspetti formali che in genere rimanevano invisibili per via di un preconcetto di fondo che considerava le macchine e la natura inconcilaibili. Nelle loro fotografie invece prevale il senso di unità e coesione fra le strutture e il loro ambiente, mostrandoli sotto una nuova luce. La grande capacità dei Becher stava nel rivelare dei paesaggi che sono quotidiani ed estranei al tempo stesso, facilmente riconoscibili eppure scoperti come fosse la prima volta.

La loro carriera si mosse travalicando i confini fra generi e temi, aprendo nuove vie di sviluppo alla fotografia contemporanea. Di queste sono stati proprio i loro allievi i principali protagonisti, quei fotografi che si erano formati all’Accademia di Düsseldorf, nella quale Bernd Becher insegnò fotografia per venti anni. Artisti come Andreas Gursky, Candida Höfer, Thomas Ruff, Thomas Struth i quali recano le tracce di questo approccio e sono oggi fra i protagonisti della scena artistica internazionale.