Tra luce e ombra. I disegni di Giorgio Morandi

Giorgio Morandi, Natura Morta, 1962. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi - Bologna
Giorgio Morandi, Natura Morta, 1962. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi - Bologna

Nel 1964, in seguito all’annuncio della morte di Giorgio Morandi, Roberto Longhi disse in un’intervista che il dispiacere più grande che provava per la morte dell’amico artista non era tanto per la cessazione fisica dell’uomo, quanto per la definitiva, irrevocabile certezza, che non ci sarebbero più stati altri nuovi Giorgio Morandi. Longhi, che parlava in veste di amico e critico d’arte, si riferiva alla inesausta e profonda ricerca dell’arte morandiana, che con la morte dell’artista s’interrompeva definitivamente.

A sorpresa, oggi, a 54 anni di distanza, possiamo invece dire che ci sono ancora “nuovi” Giorgio Morandi. Il nuovo Catalogo generale delle opere dell’artista (Gli Ori, 2017) si pone come l’ultima pietra miliare di un lavoro iniziato idealmente nel 1964 con la monografia del Milione (lavoro voluto e seguito dallo stesso Morandi) e proseguito negli anni per mano di diversi studiosi fino alla compilazione attuale che integrando le passate raccolte e in particolare la precedente (1985-2000) riunisce tutte le nuove attribuzioni formalizzate dal 1985 fino ad oggi.

Giorgio Morandi, Natura Morta, 1948. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi - Bologna

Giorgio Morandi, Natura Morta, 1948. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi – Bologna

Dalle nuove attribuzioni e dagli studi recenti del Catalogo emergono nuovi aspetti e nuove questioni, come, per esempio, il ruolo del disegno all’interno della produzione morandiana.

Dal 2000 ad oggi sono state ammesse a catalogo 96 nuove opere: di queste solo 10 sono dipinti, mentre 26 sono gli acquerelli e ben 60 i disegni. Il divario di numero tra dipinti e i disegni ha portato Marilena Pasquali a concludere che mentre appare sempre più improbabile l’autenticazione futura di nuovi dipinti e acquerelli – gli uni perché rari e quasi tutti noti, gli altri perché già numerosi e relativi a un periodo di indagine piuttosto breve – meno improbabile sembra che si possano trovare in futuro altri fogli disegnati da Morandi.

Oggi il totale dei disegni ammonta a 944 ma è plausibile che ce ne siano altri. Numeri e premesse che lasciano ben sperare e che portano a riservare sempre maggiore attenzione all’attività grafica del maestro bolognese.

 

Il disegno: sensibile conduttore del pensiero di Morandi

 

Come evidenziato da Marilena Pasquali nel testo a margine del catalogo, a differenza dell’incisione e dell’acquerello, il disegno è una pratica quotidiana che Morandi esercita con costanza e senza interruzioni lungo tutto il corso della sua vita. Viene abbastanza naturale allora pensare al disegno come al laboratorio di Morandi: l’ambito privilegiato della riflessione e dell’esercizio, l’autonomo e imprescindibile punto di partenza della meditazione pittorica.

Il catalogo morandiano è composto da disegni di tipo diverso e di varia natura: si va da semplici schizzi, a tentativi e prove per composizioni più articolate e ci sono (e sono la maggior parte) disegni compiuti e firmati, concepiti come opere finite. Questi ultimi lavori in particolare pongono il disegno come vera e propria tecnica a sé stante, strumento di indagine autonomo al pari di incisione, acquerello e pittura. Nello specifico per Morandi il disegno rappresenta lo strumento attraverso cui verificare l’identità di pensiero e rappresentazione: la salda corrispondenza tra la disposizione cosciente delle nature morte sul tavolo da lavoro e il momento della loro trasfigurazione poetica per mezzo della pittura. Il momento in cui gli oggetti smettono di essere oggetti e diventavano forme.

Giorgio Morandi, Natura Morta, 1948. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi - Bologna

Giorgio Morandi, Natura Morta, 1961. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi – Bologna

In un suo testo sull’artista bolognese Argan sostiene che al centro della riflessione di Morandi non è tanto la rappresentazione del dato reale, quanto la lenta creazione di immagini che nel loro farsi consumino, esauriscano e revochino tutte le possibili analogie con il reale. Questo processo, conclude il critico, è evidente nei disegni della maturità dove «il minimo segno basta a trasformare la luminosità fluida e diffusa del foglio di carta in uno spazio saturo che ha la stessa gravità delle cose ma [sorpresa] neppure la minima illusività».

Lungi dall’essere meramente descrittiva la ricerca di Morandi riguarderebbe quindi l’essere degli oggetti nello spazio, ovvero la prova della loro esistenza. Ed esistere significa innanzitutto nascere.

 

Morandi. Il pittore di ciò che sorge

 

I disegni degli ultimi anni sono particolarmente significativi nell’evidenziare – assieme alla pittura e specie in parallelo agli acquerelli – lo svolgimento conclusivo dell’arte morandiana. Dalla metà degli anni 50 Morandi procede sempre più nella direzione dell’essenzialità. Le grandi e articolate composizioni vengono progressivamente abbandonate, preferendo a queste costruzioni semplici e frontali; la varietà delle cromie si riduce a un campionario piuttosto ridotto di tinte preferite, dal giallo paglierino al rosa chiaro al grigio chiaro e gli oggetti, le forme, si fanno sempre più geometriche e semplificate.

Giorgio Morandi, Natura Morta, 1962. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi - Bologna

Giorgio Morandi, Natura Morta, 1962. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi – Bologna

In quest’ottica non sono estranee, inoltre, nell’ultimo Morandi soluzioni formali di tipo gestaltico che rendono ambivalente il rapporto figura-sfondo e problematica l’analogia pieno-oggetto / vuoto-spazio. Con un’economia di mezzi rara, Morandi riesce a restituire una grande impressione di spazialità e apertura attraverso pochi controllatissimi strumenti. Negli ultimi disegni tutto si dà per relazioni: il contorno di una bottiglia nasce dal profilo del vaso accanto, il volume di un vaso dalla distanza tra due linee, la presenza di un piano dal malsicuro e incerto prolungamento di una orizzontale. Semplici scabre linee che si avvicendano sul foglio bianco.

Il supporto assume sempre maggiore importanza. La carta è bianca, come la luce. La stessa luce che appiattisce i volumi e scontorna le forme risolvendo il chiaroscuro degli oggetti in ampie e diffuse zone luminose, in ampi e diffusi spazi bianchi. Il visibile inizia con la luce e appena c’è luce c’è ombra: nei disegni degli ultimi anni le linee sono semplici margini d’ombra, intervalli tra le cose. All’inizio il bianco della carta, poi una linea malferma traccia il contorno di un certo oggetto. Può essere molte cose e nessuna al tempo stesso. E’ una forma sul limitare dell’esistenza, sospesa tra l’essere e il non essere ancora.

Giorgio Morandi, Paesaggio, 1962. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi - Bologna

Giorgio Morandi, Paesaggio, 1962. Matita su carta. Courtesy: Centro Studi Giorgio Morandi – Bologna

La pittura di Morandi ha a che fare con le origini, con il sorgere della forma. Il foglio di carta è come una stanza buia; a un certo punto filtra attraverso la finestra la luce del mattino e dove prima c’era solo vuoto, lentamente, fa la sua comparsa il mondo. «Gli oggetti che Morandi dipinge […] non sono oggetti, sono posti dove qualche piccola cosa sta avendo origine.» (Berger)

 

NOTA-> Si ringrazia il  Centro Studi Giorgio Morandi di Bologna per le immagini pubblicate nel presente articolo

© 2018, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

2 Commenti

  • Marco ha detto:

    “E’ una forma sul limitare dell’esistenza, sospesa tra l’essere e il non essere ancora.” Bello

  • Cristiana Curti Cristiana Curti ha detto:

    Eccellente articolo. Ringrazio.
    Un appunto intorno alle nuove attribuzioni e alle recenti archiviazioni. Il mercato di qualità e il collezionismo più attento accolgono con occhio cauto e, in parte, diffidente il tentativo di aumentare il catalogo morandiano, miracolosamente quanto efficacemente rappresentato in modo pressoché compiuto dal celeberrimo “Vitali”.
    E se è vero che qualche dipinto ancora potrebbe essere scoperto (parlo in particolare della clientela americana che dopo il 1947 e in modo più costante e attento dal 1954 è stata privilegiata dallo stesso Morandi, attraverso anche opere che presentavano nuove ardite soluzioni formali – penso ai famosi “quadri orizzontali” ma anche a quelli finali, più evanescenti -: dagli Stati Uniti ancora potrebbero giungere buone nuove), non sarei così convinta che i disegni morandiani abbiano possibilità così ampie come qui fatto intendere.
    Morandi non impostava gli olii dai disegni, ma dalle incisioni. Il disegno era la prospettazione di un’idea che trovava compiuta realizzazione sulla lastra e la lastra era il modello da cui gli olii traevano, spesso in maniera pedissequa, ispirazione compositiva, anche se nell’ultimo periodo la libertà era maggiore: la realizzazione aveva necessità di esaurire tutte le possibilità figurative della composizione, quindi non poteva che essere formalizzata attraverso il meticoloso segno inciso. Il disegno, anche abbozzato, era – come qui giustamente sottolineato – un’opera in sé che meritava dignità di esistenza solo quando rispondesse al vaglio inesorabile del proprio autore.
    Infatti, spesso e volentieri, Morandi distruggeva i propri disegni ritenuti inutili o non congruenti con il suo progetto. Del resto, così fece anche con molti dei suoi olii iniziali percepiti come non rispondenti all’evoluzione posteriore della sua arte.
    E’ forse incauto affermare che si troveranno ancora molte prove a matita del Nostro: tutto può accadere, beninteso, e certamente qualche foglio ancora ignoto e autentico arriverà al pubblico, ma se si osserva il mercato (l’unico primo testimone di queste “novità”) si può affermare senza tema di molte smentite che proprio nel campo dei disegni morandiani si assiste ultimamente a una insolita e abbastanza corposa immissione di falsi. Che fortunatamente sono penalizzati proprio dai mancati acquisti o da valutazioni talmente basse da far sospettare più d’uno della loro bontà. Così come accade anche per alcuni sventurati olii di recente comparsi in qualche casa d’aste.
    Il “Vitali” ci garantisce e dal Vitali non si scappa. I cataloghi generali dell’Electa sono “blindatissimi”, se così si può dire, cosa che per l’arte italiana è più unica che rara. Certamente, considerando l’appetibilità e i costi delle opere morandiane nel mercato internazionale, si può pensare che lo sport più praticato dagli operatori dell’arte più disonesti (la produzione e circolazione di falsi, che ha distrutto il buon nome e ha depresso gli scambi dell’arte del Novecento italiano storico, ad esempio) trovi a volte qualche porta d’accesso.
    Ma, fortunatamente per noi, Morandi è ancora sufficientemente garantito.

I commenti sono chiusi