Tutto ha un prezzo. O almeno dovrebbe. Soprattutto l’arte.

Emily E. Erb, Legal Tender, 2014. Installation View.
Emily E. Erb, Legal Tender, 2014. Installation View.

Prima che gli integralisti etici passino all’attacco, è bene chiarire una questione fondamentale: in economia il prezzo assume un valore informativo preziosissimo. All’interno di una singola cifra sono racchiuse informazioni estremamente complesse, che ogni consumatore valuta in modo semi-automatico (se non del tutto inconsapevole) prima di procedere all’acquisto.

La rilevanza informativa del prezzo, tuttavia, viene meno nel momento in cui le “procedure” attraverso le quali tale prezzo viene fissato sfuggono a leggi generali di mercato: tutti sanno che, a parità di domanda, quanto più è raro un prodotto tanto più il suo prezzo tenderà ad aumentare (avete presente i bagarini che vendono i biglietti dei concerti?). Ora, il mondo dell’arte ha una serie di regole che, di fatto, sfuggono a questa logica.

Questa considerazione non è mera accademia: senza una chiara “regola” di determinazione del prezzo non esistono le chiare “informazioni” che il prezzo contiene, e non esistono nemmeno specifiche “strategie” che possono essere attuate per fare in modo che chi produce arte possa “posizionarsi” in una determinata categoria di “mercato”.

Va bene, va bene, l’arte è un mercato particolare e non è una mera catena di produzione. D’accordo. Ma se si venisse a scoprire che, almeno per l’arte contemporanea, contano più le relazioni sociali che “il genio” insito nelle opere? Se si venisse a scoprire che “entrare in confidenza” con un rilevante critico può incidere positivamente sulla carriera di un artista più che la validità della propria ricerca estetica?

I motivi di questo interesse, a ben vedere, sono duplici: da un lato, a livello sistemico, riuscire a stabilire con maggiore precisione quali siano le condizioni perché un artista contemporaneo risulti più apprezzato di un altro permetterebbe di introdurre delle logiche di investimento che andrebbero senza dubbio a creare benefici per il mercato dell’arte, riducendone le opacità sistemiche e migliorando anche la percezione che, soprattutto nel nostro Paese, si ha dello stesso

Dall’altro, però, riuscire a comprendere quali variabili incidano più delle altre sull’esito della carriera di un’artista,  potrebbe aiutare gli stessi artisti a comprendere come meglio specializzarsi e come meglio gestire il proprio tempo.

Per essere più chiari, facciamo un parallelismo con altri lavori professionali: a parità di condizioni (talento, bravura, capacità retorica, ecc.) un avvocato che “lavora” di più rispetto ad un altro tenderà ad avere un maggior numero di successi; tra due junior che lavorano per una KPMG o una Deloitte, chi riesce ad evadere nello stesso tempo, un maggior numero di pratiche tenderà ad essere premiato; tra due spazzini, chi riuscirà a pulire meglio una strada sarà più bravo.

Certo, il discorso è un po’ più complesso, ma questa semplificazione non si discosta molto dalla realtà. Nel campo delle arti “non visuali” la questione diviene meno lineare ma, a parità di talento, il fattore lavoro gioca ancora una propria rilevanza (un ballerino o un musicista classico hanno bisogno di esercitarsi costantemente per diventare più bravi). Nelle arti visive tutto ciò svanisce, o quasi.

E queste condizioni creano terreno fertile per “distorsioni di mercato” che poi, puntualmente, si verificano nella pratica. Riuscire a determinare il prezzo, dunque, di un’opera d’arte contemporanea, e riuscire a motivare la differenza di prezzo che sussiste tra le opere di due artisti su basi “lineari”, non dovrebbe essere, in fondo, impossibile.

Perché Richter vale più di Botto&Bruno? Quali differenze determinano la quotazione di un’opera di Bill Viola da un’opera di Doug Aitken o di Douglas Gordon? Si possono avanzare tantissime ipotesi ma sinora, qualunque critico si è ben guardato dal fornire una interpretazione ex-ante di questi differenziali. Ci saranno milioni di persone, ora, pronte a spiegare perché questo differenziale è così. Ma col senno di poi siamo tutti più bravi.

In fondo, guardare alle determinanti del prezzo e cercare di “mettere ordine” in esse, non è nient’altro che un tentativo di risposta, attraverso altri strumenti, ad una domanda che riecheggia sempre tra i “non iniziati”: perché questa cosa dovrebbe essere “arte”? Perché dovrebbe “valere” così tanto?

Se riuscissimo ad evidenziare tali meccanismi di formazione del prezzo, magari riusciremmo a spiegare anche in modo semplice (“a parità di fattori, la spiegazione più semplice è da preferire, “diceva Occam) perché l’arte contemporanea dovrebbe essere parte della vita delle persone che, al momento, non la capiscono o meglio non la riconoscono come un’espressione della loro cultura.

© 2018, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

4 Commenti

  • stefano armellin ha detto:

    Per semplificare, sotto il milione di euro c’é un mondo diverso da chi viaggia fra uno e trenta, sopra i trenta milioni di euro si muovono in pochi. Un artista può benissimo accontentare tutte le tasche, anche quelle vuote se ogni tanto regala un pezzo. La mole di lavoro mentale per produrre un capolavoro forse non si vede come lo sforzo fisico di un maratoneta, un contadino uno spazzino, ma può benissimo superare quello del maratoneta del contadino e dello spazzino messi insieme anche se l’artista sta seduto ! E mai un simile sforzo é richiesto per produrre una crosta. L’opera vera non si acquista al prezzo delle ore impiegate per produrla e porta sempre con sé la potenzialità di un record. “…il suo prezzo rappresenta, il piu’ delle volte, la misura del desiderio che i RICCHI del paese hanno di possederla…una volta che alle classi abbienti (RICCHI) si sia lasciato immaginare che il possesso dei quadri di un certo artista possa accrescere il loro prestigio, non ci saranno più limiti di prezzo”. J. Ruskin; quindi un vero RICCO non chiede sconti, perché nel momento dell’acquisto ha già ottenuto quel che voleva. E’ il mercante con l’artista che porta il prezzo alla sua definizione precisa. La reputazione dell’artista é tutto. SA

  • Claudia Strà ha detto:

    Apprezzo l’articolo di Stefano Monti che affronta una problematica reale, al di là degli esempi che non calzano mai del tutto.

  • ranieri fornario ha detto:

    Da sempre il prezzo di un opera ( ed il conseguente valore..) dovrebbe essere dato da quanto il compratore è disposto a sborsare per possederla.
    Ma nel mercato attuale, spesso “drogato”, può accadere che si mettano d’accordo: critici, finanzieri… fino a fondazioni, al solo fine di speculazioni senza scrupoli e che con l’arte non hanno proprio nulla a che vedere… alterando oltremodo la veridicità di ciò che è o è sempre stato.
    Comunque complimenti per l’articolo.

  • stefano armellin ha detto:

    Nelle immagini ogni tipo di accordo é limitato dalle stesse, non puoi metterti d’accordo su una crosta che tale rimane anche se pompata dalla somma di tutti i potenti, e questa é la ragione del perché prospera da sempre e per sempre il mercato dei falsi. Stefano Armellin

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