Una galleria transnazionale: Podbielski Contemporary

Pierre André Podbielski è una vecchia conoscenza del mondo dell’arte italiano. Per oltre un decennio ha lavorato presso la milanese Galleria Rubin, di cui è socio, occupandosi principalmente di pittura astratta e opere site specific. Tre anni fa la scelta radicale: abbandonare l’Italia per aprire una galleria tutta sua a Berlino dedicata agli artisti (principalmente fotografi) che affrontano tematiche geopolitiche da una prospettiva transnazionale. Il legame con il nostro paese è rimasto comunque fortissimo e sono tanti gli artisti italiani seguiti dalla Podbielski Contemporary, tra i quali Francesco Jodice, Andrea Botto e Cristiana Palandri. Persona affabile e dalle maniere estremamente cortesi, Pierre André Podbielski si è concesso, in una delle rare pause offerte da Artissima,  per questa intervista in cui, oltre a parlare del suo straordinario progetto berlinese, abbiamo discusso di mercato e di politiche culturali, facendo (non poteva essere altrimenti) un confronto tra la realtà italiana e quella tedesca per capire come mai la Germania, anche nell’arte, sia più forte del Bel Paese.

Nicola Maggi: “Il mondo della cultura è l’ultimo luogo in cui si è ancora liberi di sognare un mondo migliore”. Con questa frase si chiude la citazione da Alfredo Jaar che ha scelto come presentazione per la sua galleria. In che modo la visione dell’artista cileno diventa programmatica per la Podbielski Gallery?

Pierre André Podbielski: «La visione della mia galleria, per quanto utopica, si vuole contrapporre alle realtà di gran parte del mondo dell’arte e del mercato odierno. Aprire nel 2011 una galleria a Berlino, dove ne esistono già circa 400, è stata un’impresa temeraria e l’unico modo per differenziare il nostro progetto era dargli, fin dal inizio, un’identità forte. Avendo maturato a Milano, come architetto prima e gallerista successivamente, varie esperienze sia di vita che lavorative, ho voluto provare a trasferire in ambito artistico e culturale i valori e gli ideali nei quali credo: la conoscenza; il dialogo fra culture, etnie, religioni e civiltà; e la capacità di indignarsi per quanto di ingiusto avviene nel mondo, raccontando e, nel caso, denunciando».

Pierre André Podbielski (al centro) fotografato all'interno della sua galleria assieme alla sua assistente, Nicole Thur (a sinistra), e a Melina Garnier dell'agenzia di comunicazione Silk Relations

Pierre André Podbielski (al centro) fotografato all’interno della sua galleria assieme alla sua assistente, Nicole Thur (a sinistra), e a Melina Garnier dell’agenzia di comunicazione Silk Relations

N.M.: Il vostro interesse è rivolto, in primo luogo, ad artisti che affrontano temi di geopolitica con una prospettiva transnazionale. E’ possibile individuare dei filoni principali e delle figure di riferimento di questo particolare ambito della ricerca artistica contemporanea?

P.A.P.: «I filoni sono numerosi e, con le opportunità che offre il web, accessibili come mai prima. Le cito alcune mostre ed eventi in corso, a dimostrazione di quanto attuali stiano diventando le tematiche politiche e geopolitiche: a Boston, al Museum of Fine Arts, è in corso “She Who Tells A Story” su artisti iraniani da Shirin Neshat a Shadi Ghadirian, che espongo anch’io; il MAXXI di Roma ha organizzato, in estate, una mostra dedicata agli artisti del Mediterraneo, “The Sea is my Land”,a cura di Francesco Bonami e Emanuela Mazzonis; a Frieze e Art Basel partecipavano numerose gallerie del Medio Oriente (Dubai) e, in concomitanza con Frieze, è stata avviata una piccola, ma splendida, fiera di arte africana. Mentre in Germania è in corso una grande retrospettiva di arte contemporanea Coreana. Aggiungo che la stampa specializzata sia in Italia che al estero, recensisce sempre di più mostre su Fotoreporter che ci aprono gli occhi su realtà lontane e spesso tragiche, per lo più sconosciute. Basta pensare al successo del World Press Photo Contest esposto di recente sia a Milano che Berlino. Per quanto mi riguarda, tra gli artisti che mi hanno maggiormente ispirato, sia come collezionista che gallerista, mi piace ricordare: Alfredo Jaar, straordinario narratore globale; Dani Karavan, che ho incontrato da studente a Firenze e che, recentemente, ha progettato a Berlino il commovente  memoriale agli zingari deportati; Shirin Neshat; Santiago Sierra; Mona Hatoum; Adrian Paci; Yael Bartana e Mirceu Cantor».

N.M.: Come è stata recepita dal pubblico e dai collezionisti questa vostra impostazione molto particolare?

P.A.P.: «Come ogni nuova iniziativa imprenditoriale in terra straniera, ci vuole tempo per tirare le somme. A conclusione del terzo anno, con 12 mostre all’attivo ed alcune collettive e partecipazioni a giovani fiere (The Others, MIA, Fotofever) e, quest’anno, alla qualificatissima Artissima (New Entries), sono incoraggiato dai risultati e dal lungo elenco di artisti che ambiscono ad esporre da me. Sia collezionisti qualificati che giovani al primo acquisto mi fanno capire che il nostro percorso ha un senso. Mi confermano anche che il mezzo della Fotografia è sempre di più recepito in modo qualificato e che, sempre di più, i nuovi collezionisti si avvicinano alla Fotografia. E, soprattutto, come le tematiche forti, anche se espresse in modo metaforico, non spaventino ma, anzi, suscitino fascino».

Uno scorcio della Podbielski Contemporary

Uno scorcio della Podbielski Contemporary

N.M.: Prima di arrivare a Berlino lei ha lavorato per molti anni in una galleria italiana. Quali sono le principali differenze, tra Germania e Italia, nel modo di interpretare il ruolo del gallerista e il suo rapporto con gli artisti e i collezionisti?

P.A.P.: «Il mestiere del gallerista è universale. Basta pensare a come Leo Castelli e sua moglie, Ileana Sonnabend, abbiano conquistato il mondo dell’arte da Parigi a New York, passando per  Roma. E ricordarci che, negli anni Sessanta, Roma e Milano accoglievano le prime mostre di artisti  poi diventati famosi in tutto il mondo. La differenza la fa la solidità politica ed economica di un paese e, aggiungo, anche la chiarezza legislativa nonché fiscale, oltre alla capacità di fare sistema. Ma è anche vero che esistono cicli e, in questo momento, non tanto la Germania, ma Berlino è all’apice di un ciclo favorevole. Indubbiamente, però, qui ci sono condizioni molto più favorevoli che in Italia sia per gli artisti che per i galleristi: curatori qualificati in ambito internazionale che sostengono artisti; spazi come Kunsthaus, Kunstverein e Musei, che promuovono  in continuazione mostre; professori universitari che presentano e sostengono i lori allievi. Anche l’aspetto fiscale è determinante: abbiamo l’iva al 7% sulle opere d’arte e ogni costo pertinente al lavoro del gallerista è scaricabile. Gli artisti, inoltre, hanno agevolazioni e sono sostenuti dallo Stato o dal Land di appartenenza: vantaggi che derivano da un sistema federale funzionante. Per il resto, le problematiche condivise fra artista e gallerista sono le stesse: promozione delle mostre, costi di produzione, recensione sulla stampa qualificata e… vendita. Il discorso dei collezionisti, invece, è più difficile, essendo questi, almeno a Berlino, sollecitati da gallerie forti, con inviti mirati, cene e un gran dispendio promozionale».

N.M.: Il mercato dell’arte tedesco è molto più forte, in questo momento, di quello italiano. Secondo lei, è solo una questione legata allo stato di salute delle rispettive economie nazionali oppure questa differenza può essere riferita a una maggior qualità dell’offerta artistica contemporanea o ad altri elementi strutturali del Sistema dell’Arte tedesco?

P.A.P.: «Domanda non facile, ma che merita una risposta approfondita. In Germania ci sono le solite star: Baselitz, Kiefer, Polke (mancato di recente), l’enfant terrible Jonathan Meese, i grandi fotografi Struth, Hofer e Ruff, tanto per fare dei nomi. Tutti artisti che fanno da traino al mercato e che sono in prima linea in tutte le fiere tedesche e estere, dove è sempre garantita una grande quantità di gallerie. Ma non di meno in Italia abbiamo Pistoletto, Spaletti, Penone (esposto a Documenta, Kassel), Paladino, Clemente, oltre a numerosi giovani che si sono qualificati all’estero. Diciamo che la Germania, oggi, ha un credito di autorevolezza che, purtroppo, l’Italia ha perso: troppe Biennali caotiche ed ecclettiche, dove non si sono recepiti uno o più filoni di caratura internazionale. Mentre, in Germania, Documenta detta legge, con un indotto di credito culturale enorme. A Berlino, KW porta in continuazione curatori innovativi e i numerosi musei cittadini hanno una programmazione continua e, spesso, sperimentale. Basta fare un paragone con la gestione delle mostre  a Palazzo Reale o al PAC di Milano. Ecco, lì il confronto è impietoso».

L'ingresso della galleria

L’ingresso della galleria

N.M.:  Negli ultimi anni sono sempre di più i giovani artisti italiani che decidono di terminare i propri studi a Berlino o, comunque, di trasferire la loro base operativa nella capitale tedesca. A cosa si deve, secondo lei, questo fenomeno?

P.A.P.: «Finalmente una domanda leggera e semplice. Berlino è senza ombra di dubbio la città più piacevole, innovativa, a buon mercato ed accogliente d’Europa. Gli affitti sono ragionevoli, c’è l’usanza consolidata di condividere spazi e loft. Di recente ho visitato lo studio di un artista neozelandese che condivideva i suoi spazi con un’australiana e una sudafricana. Gli alloggi, spesso, hanno affitti bloccati, il cibo è a buon mercato, l’offerta culturale è senza limite. In breve, si vive bene in un melting pot di lingue, usanze, etnie e creatività. Sembra paradossale, ma da quando lavoro a Berlino ho incontrato più artisti e curatori italiani che a Milano».

N.M.: Dovendo fare una mappa sintetica del panorama artistico contemporaneo della Germania,  quali sono, oltre a Berlino, i principali centri artistici e le principali tendenze dell’attuale ricerca artistica portate avanti dai giovani artisti tedeschi?

P.A.P.: «I luoghi più attivi sulla scena artistica  tedesca sono sicuramente Berlino, Lipsia e Düsseldorf. La “Pittura” è tornata di grande attualità e a Berlino sono attualmente in corso numerose mostre tematiche ad essa dedicate, all’Hamburger Bahnhof, alla National Galerie e al KW. Anche il disegno gode oggi di una rinnovata salute. Nelle gallerie e nelle fiere, come l’ABC di Berlino, sono molto in auge  le Performance, e Istallazioni  che mescolano video, fotografia e suono. Per quanto riguarda, invece, la Fotografia, le tematiche predominanti sono indirizzate verso  posizioni soggettive, più sensuali/sensoriali che intellettuali».

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Pierre André Podbielski è cittadino del mondo. Di origine polacco-tedesca (il padre era un prussiano cresciuto a Berlino, sua madre una polacca cresciuta a Vienna), è nato a Ginevra e provvisto di un passaporto australiano, parla correntemente inglese, francese, tedesco e italiano. Architetto qualificato (Ecole des Beaux Arts di Parigi) e appassionato collezionista, nel 2001 è diventato un mercante d’arte e partner attivo della milanese Galleria Rubin dove si occupava di pittura astratta, di fotografia e della commissione di opere site specific.  La sua partecipazione a numerose fiere (Art Cologne, ArteFiera, Miart, Preview Berlin) gli ha permesso di stabilire una qualificata rete di contatti tra artisti, gallerie, curatori e collezionisti. Al fine di consolidare meglio tale esperienza, ha aperto una Home Gallery a Milano per poi lanciare, nel 2011,  una nuova galleria a Berlino: Podbielski Contemporary.