Cultura e Urban Renewal: il caso Chishima Real Estate

CULTURA E URBAN RENEWAL: IL CASO CHISHIMA REAL ESTATE

C’è un player immobiliare molto importante: la Chishima Real Estate Co. Ltd., fondata nel 1912 e con base a Kitakagaya, Giappone. Capitale Sociale: 48 milioni di Yen. Il Core Business è, ovviamente, di tipo immobiliare: affitto di terreni e fabbricati, sviluppo di aeroporti, etc. C’è un Giappone che ha vissuto, a partire dagli ultimi anni del XX secolo, così come la maggior parte dei Paesi industrializzati, un processo di riconversione della propria economia, che ha generato, così come la maggior parte dei Paesi industrializzati, una serie di aree industriali dismesse, oltre che un tasso di disoccupazione crescente.  Per far fronte a tutto ciò, la Chishima Real Estate ha avviato, a partire dal 2004, in via sperimentale, una serie di interventi legati all’arte per riqualificare alcuni immobili. Dal 2004 ad oggi, quella sperimentazione si è trasformata in una vera e propria metodologia di lavoro, che la società riassume nel documento Our Approach to the Arts.

Questo articolo parla di come l’arte sia divenuta, a partire dallo slancio tipico degli artisti della seconda metà del 900, un fenomeno che si sviluppa anche al di fuori dei luoghi istituzionali. È un articolo che racconta una storia di rigenerazione urbana, una best practice internazionale, ma che serve solo da sfondo per capire il ruolo dell’arte e della cultura nella nostra società contemporanea. Ormai se ne sono accorti tutti: dalla fine del XX secolo (in verità anche prima), i maggiori sistemi economici (che sono fatti di persone che si svegliano ogni giorno per andare a lavoro) hanno subito una riconversione, trasformandosi da sistemi prevalentemente strutturati su un’economia di tipo industriale (il che vuol dire che la maggior parte di quelle persone si svegliava secondo i turni di rotazione del personale per andare in fabbrica) ad un’economia incentrata principalmente sulla struttura di “servizio” (il che vuol dire che sempre meno persone si recano in fabbrica e sempre più in ufficio).

Questo passaggio non è stato (e non è) molto semplice: da un lato si è portato dietro un discreto numero di fabbriche chiuse, luoghi abbandonati nel cuore (come a Milano le ex-acciaierie Falk) o nelle periferie (e qui gli esempi si sprecano) dei maggiori centri urbani. Questi nuovi “non-luoghi” rappresentano un costo vivo incolmabile, e sono molto più diffusi di quanto generalmente si tenda a credere (solo in Italia, gli edifici abbandonati sono più di 6 milioni). Nella maggior parte dei casi, non c’è modo di riconvertirli ad altre strutture (il numero di unità operative industriali si è ridotto) e la nuova economia (quella di Twitter, di Facebook e di tutti gli altri comparti di servizio) non richiede grandi strutture ma, anzi, si fonda spesso sulla logica di ridurre al minimo i costi fissi per poter sopravvivere in una congiuntura economica di certo non feconda. Questi fattori hanno contribuito, insieme a tantissimi altri, all’emersione di un nuovo fenomeno, sempre più diffuso a livello internazionale (e qualcosa si inizia a vedere anche nella nostra sempre ritardataria Italia), noto come rigenerazione urbana culture-oriented (ossia orientata alla cultura).

Oggi, in Italia, non è più un tabù che edifici dismessi possano essere ristrutturati e messi a reddito attraverso la creazione di un’offerta culturale eterogenea (spazi espositivi, co-working, laboratori, etc.), ma quando nel 2004, in Giappone, e più precisamente a Osaka, la Chischima Real Estate inaugurò lo spazio “PARTITA”, questo fenomeno era ancora agli albori, e operazioni di questo tipo erano ancora considerate scommesse. Questa, nello specifico, è stata una scommessa non vinta, di più. Dalla Old Namura Shipyard, la Chishima Real Estate ha sviluppato il Kitakagaya Creative Village, un processo che tende a favorire l’emergere delle Industrie Culturali e Creative all’interno della società di Osaka. Nel frattempo, la Chishima Real Estate ha fondato anche la Chishima Foundation for Creative Osaka, che oltre ad essere la diretta responsabile della trasformazione e della realizzazione del Creative Village, ha attivi una serie di grants destinati a sostenere coloro che vogliono avviare un’attività (non necessariamente imprenditoriale) legata all’arte, alla creatività e alla cultura.

Kitakagaya Creative Village Project - Una vista dell'area residenziale APartMENT, nata dalla "rigenerazione" di quelli che erano gli appartamenti degli operai nell'area industriale di Kitakagaya (Osaka).

Kitakagaya Creative Village Project – Una vista dell’area residenziale APartMENT, nata dalla “rigenerazione” di quelli che erano gli appartamenti degli operai nell’area industriale di Kitakagaya (Osaka).

In Italia il fenomeno è stato demandato (come spesso accade nel nostro Paese) soprattutto ad esponenti del terzo settore (associazioni, ONG, e affini), che riescono attraverso anche l’aiuto di volontari, a riqualificare spazi, e l’unico grande player che ha capito, davvero, questa nuova forma di investimento è lo Stato e le Pubbliche Amministrazioni, che cercano di incentivare questo utilizzo purché “non for profit”. Il problema è che questo “non for profit” non è spesso coerente con la mole di investimenti necessari a sostenere una campagna di questo tipo. La Chishima Real Estate, anche per ottenere un rendimento maggiore degli edifici di cui era in possesso, ha avviato questo progetto investendo risorse che nessuna piccola organizzazione potrebbe sostenere (nemmeno attraverso l’utilizzo di Fondi Europei, che richiedono una capacità contabile e amministrativa congrua).

Allora mi chiedo, fuor di polemica, cosa ci sia di sbagliato nel fatto che un soggetto privato investa denaro per la realizzazione di spazi di questo tipo al fine di ottenerne lucro. Pensiamoci: se ad un investitore immobiliare si propone di riqualificare uno spazio attraverso la cultura per avere un maggiore rendimento dell’immobile in caso di exit strategy (vendita dell’immobile) è un discorso. Se invece gli chiediamo un finanziamento per riqualificare uno spazio che è pubblico, resterà pubblico, e il suo unico beneficio è quello di avere una maggiore portata di comunicazione, è un altro.

La questione è centrale, perché è in questi luoghi che ormai si incontrano e si sviluppano nuove forme espressive (nuovi artisti, nuovi talenti musicali e teatrali) e si incontra e si forma una generazione di “imprenditori di se stessi” che hanno bisogno, per le dimensioni del credito e della struttura economica del nostro Paese, di creare network per crescere. Da un lato il co-working, dall’altro la co-creazione di contenuti e significati; sullo sfondo, un investimento immobiliare che riuscirà a fruttare profitti a chi ha creduto e scommesso sulla rinascita di un territorio (attraverso il ripopolamento di quartieri abbandonati, che a sua volta genera un’emergenza spontanea di altre attività imprenditoriali accessorie).

Sono queste le dinamiche che dovrebbero essere favorite: la paura del privato è oggi superata, obsoleta e controproducente. In un sistema economico “di servizio”, anche l’arte e la creatività hanno assunto un ruolo economico, che non va né sminuito né demonizzato. L’artista ha diritto a vivere bene esattamente quanto un quadro (aziendale). Perché sostenere questa cosa risulta ancora come provocazione? Perché risulta provocazione questa, e non risulta provocazione che l’Agenzia del Demanio ha messo in vendita o in locazione alcuni luoghi “poco produttivi”, mentre ha inserito quelli a più alto potenziale in fondi di investimento immobiliare gestiti da una società di gestione del risparmio risalente a Banca Depositi e Prestiti e quindi ad un soggetto che opera da privato ma che risponde al pubblico?

Non riesco a capire, possibile che nel nostro Paese l’unico soggetto che può operare come soggetto privato al fine di ottenere profitto sia lo Stato? E la chiamate democrazia? 

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