Valutare la collezione e iscriverla a bilancio: un’attività strategica più che contabile?

Il tema della valutazione delle collezioni d’arte che compongono il patrimonio di numerose imprese italiane risulta essere al centro di un vivace interesse tra gli operatori del settore.

Stabilire il valore della collezione e comprenderne il ruolo tra gli asset aziendali può aiutare a definire il valore strategico della stessa, ma anche sollevare qualche domanda, in merito alla sua integrazione alla vita di impresa.

La questione si fa più che mai attuale, visto il momento di incertezza economica causato dal diffondersi del virus Covid-19 e data l’esigenza manifestata dalle aziende di ottenere liquidità per resistere alla crisi in atto.

In circostanze simili, nel sistema anglosassone, le imprese tendono spesso a ricorrere all’art lending: un’operazione finanziaria che consente di offrire in garanzia di un prestito un’opera d’arte, e trasformare così piuttosto rapidamente un bene illiquido in liquido.

In Italia tuttavia tale pratica è poco diffusa, sia perché l’art lending è un negozio giuridico atipico – che non appartiene cioè al sistema dei contratti tipizzati dal legislatore nel codice civile – sia perché non è prassi comune determinare a priori il valore delle opere.

 

Come è stata condotta la ricerca

 

Il lavoro di ricerca realizzato e qui descritto in sintesi, seppur ancora nella sua prima fase di raccolta ed elaborazione, ambisce a offrire un contributo al dibattito sulla contabilizzazione delle corporate collection, in termini di iscrizione delle collezioni nel bilancio d’impresa e di scelta del criterio di valorizzazione (Fair Value o costo).

I principi contabili internazionali non trattano in modo esplicito il tema della valutazione e rappresentazione in bilancio delle opere d’arte.

Di conseguenza, le scelte aziendali devono basarsi su quanto previsto dallo IAS 8, che specifica il comportamento che devono tenere i redattori del bilancio nel trattamento contabile di fattispecie per le quali non sono previste regole di valutazione specifiche.

Il principio prevede che i redattori del bilancio debbano usare il loro giudizio al fine di fornire un’informativa rilevante e affidabile e, a questo fine, possano fare riferimento al trattamento contabile di fattispecie simili.

Sulla base di questa indicazione, per impostare le domande di ricerca, si è preliminarmente individuato un bene che fosse comparabile all’opera d’arte, un asset il cui metodo di contabilizzazione potesse fare da guida per discutere di una corporate collection. Si è individuato a tal fine l’investment property.

In base alla definizione dello IAS 40, l’investment property è rappresentato da un investimento immobiliare, estraneo al core business dell’impresa, che viene effettuato con lo scopo di percepire canoni di affitto e/o ottenere un apprezzamento del capitale investito.

Per la valutazione successiva alla prima rilevazione, lo IAS 40 prevede il modello del fair value come benchmark treatment, ma consente anche la valutazione al costo.

Nel primo caso, la valutazione è effettuata al valore di mercato del bene, con tutte le variazioni (in aumento o in diminuzione) riconosciute come componenti positive o negative di reddito. Nel secondo caso i beni sono valutati al costo, al netto dell’ammortamento e delle svalutazioni per perdite durevole di valore.

Dall’analisi della letteratura è emerso come, nonostante i principi contabili privilegino la valutazione a fair value, molte imprese valutano gli investment property secondo il criterio del costo.

Si è quindi indagato nei case study presenti in letteratura, quali fossero i vantaggi e gli svantaggi, nonché le condizioni nella scelta del modello di contabilizzazione dell’investment property.

Dalle ricerche è emerso come l’internazionalità, la grande dimensione dell’impresa e la presenza di numerosi stakeholder siano le condizioni che favoriscono l’applicazione del Fair Value.

Alla base di queste condizioni, c’è l’assunto che l’utilizzo del criterio del Fair Value riduce le asimmetrie informative, fornisce maggiore trasparenza alle operazioni dell’azienda, e rafforza la fiducia degli investitori.

A partire dai risultati emersi con riferimento all’investment property, la ricerca è stata integrata da una serie di interviste rivolte ad imprese, appartenenti a diversi settori, che posseggono collezioni d’arte.

Obiettivo delle interviste è stato quello di analizzare le loro scelte in termini di iscrizione delle collezioni nel bilancio d’impresa e di criterio di valorizzazione (Fair Value o costo).

A completamento dell’indagine, inoltre, è stato raccolto il contributo di art advisor al fine di comprendere il processo di definizione del Fair Value e i suoi impatti per la collezione e l’impresa.

 

Fair Value o costo?

 

Il risultato dell’indagine svolta è piuttosto variegato a questo stadio della ricerca, ma consente di definire alcuni trend e di riflettere su come l’iscrizione a bilancio sia collegata all’identità e al valore che la collezione riveste per l’impresa.

Una prima tipologia di riflessione fa capo a quelle corporate collection utilizzate dalle imprese per consolidare la propria identità nel rapporto con gli stakeholder di riferimento.

Per queste imprese, la collezione costituisce una opportunità per intensificare il proprio legame con la comunità nel tessuto urbano di appartenenza e per rafforzare la propria immagine sotto il profilo della Corporate Social Responsability, fornendo agli stakeholder una visione che abbraccia anche l’aspetto filantropico rivolto all’arte.

Quando questo è l’approccio dominante alla collezione, l’iscrizione a Fair Value viene concepita come una esposizione della collezione eccessivamente legata ad una logica “di mercato”; per cui si preferisce optare per una valorizzazione della collezione al costo o, se non disponibile, limitandosi a fornire solo un’informativa nella nota integrativa al bilancio o, preferibilmente, nella reportistica di natura non contabile (bilanci sociali, di sostenibilità…).

Una seconda fattispecie fa invece riferimento a quelle imprese, dotate di una collezione corporate che viene considerata a tutti gli effetti un asset aziendale, ma che prediligono il criterio del costo perché ritengono il Fair Value un criterio troppo aleatorio e soggetto a poco prevedibili fluttuazioni di valore.

Una terza prospettiva è rappresentata da quelle imprese che scelgono di valutare la loro corporate collection in base al Fair Value. Ritengono che questo criterio, rispecchiando l’attuale valore di mercato dell’opera d’arte, sia da preferire in quanto contribuisce alla trasparenza e alla fluidità di tutte le operazioni del sistema dell’arte e in quanto posiziona in modo chiaro l’impresa in questo settore, come investitore strategico.

 

Andare oltre il concetto di collezione come “decorazione”

 

In conclusione, a prescindere dal dibattito sui principi che possono supportare il Fair Value o il costo, è importante sottolineare come, a questo stadio della ricerca, il criterio del Fair Value appaia come quello in grado di attivare, come sua stessa precondizione, un accurato processo di due diligence sulle opere oggetto di valutazione, con un aggiornamento periodico e generale.

In assoluto, la ricerca ha per ora messo in luce il risultato più interessante, e cioè che stimolate sul tema dell’iscrizione e valutazione a bilancio delle proprie collezioni, le imprese ragionano in primo luogo sull’origine della collezione, sul suo ruolo in impresa, sulla sua identità.

Ragionamento che è la condizione per superare l’idea della collezione corporate come “decorazione”.


Estratto dal Field Project a cura di: Bujana Brahimi, Antonino Licalsi, Antonio Mirabelli, Valentina Tarquini – alumni Master in Arts Management, Università Cattolica del Sacro Cuore.

Advisors: Prof.ssa Elena Cantù e Prof.ssa Chiara Paolino, Università Cattolica del Sacro Cuore.

Ultimi Post di