Vincoli e Soprintendenze: valorizzazioni o limitazioni?

Un momento dell'incontro a Palazzo Ducale

Entrare nel cortile di Palazzo Ducale, percorrere, lungo il piano nobile, il loggiato gotico che come un merletto lascia intravedere in controluce il Campanile, la Piazza e la Biblioteca Marciana, è sempre un’emozione forte. Lo sguardo spazia poi fino al Bacino di san Marco e al San Giorgio. Finché non si entra nella prima sala di rappresentanza oggi riservata agli incontri della Soprintendenza, la Sala del Piovego un tempo sede dei magistrati che si riunivano per decidere della giustizia pubblica della Serenissima.

Luogo straordinario anche questa volta per ospitare il 6° incontro del ciclo Arte e Diritto ideato dalla Camera Arbitrale di Venezia, che ha riscosso anche in questa occasione un notevole successo di partecipazione; infatti tutti i suoi appuntamenti hanno spalancato finestre su tematiche che coinvolgono avvocati, antiquari, galleristi, collezionisti d’arte contemporanea attenti e sensibili a tutti i risvolti professionali ogni volta toccati.

Dedicato al tema dei “Vincoli e Soprintendenze”, l’incontro ha toccato argomenti soprattutto inerenti alle problematiche riferite alla tutela architettonica, che possono comunque estendersi all’ampio e sfaccettato patrimonio culturale del nostro paese.

In apertura Emanuela Carpani, Soprintendente all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Venezia e Laguna, in qualità di padrona di casa ha specificato come col termine “vincoli”, in realtà colloquiale, si intendano provvedimenti di tutela volti a salvaguardare bellezze artistiche che fanno riferimento alla Legge 1089, e paesaggistiche alla 1497 risalenti al 1939 riviste in un Testo Unico del 1999 e codificate nel 2004.

Un momento dell'intervento di Emanuela Carpani, Soprintendente all'Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Venezia e Laguna,

Un momento dell’intervento di Emanuela Carpani, Soprintendente all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Venezia e Laguna

Patrizia Chiampan, moderatrice, ha introdotto l’argomento dedicato in particolare all’enorme patrimonio artistico ed architettonico italiano che fornisce ampia materia per  casi concreti di giurisprudenza.

Giulio Gidoni è intervenuto in qualità di Presidente dell’A.D.S.I. (Associazione Dimore Storiche Italiane) nata nel 1977, per testimoniare le difficoltà nella tutela quando subentra il problema del frazionamento con la prelazione che spetta al proprietario per la ricomposizione dell’unità.

Prettamente tecnico-giuridico l’intervento del Presidente del Consiglio Notarile di Venezia Ernesto Marciano sul tema della prelazione nell’ambito dei beni immobili culturali che, per chiarezza, ha suddiviso in pubblici a scopo di lucro – appartenenti a Stato, Regione e Chiesa – e privati di enti e associazioni non a scopo di lucro, o ancora, privati ma a scopo di lucro.

Laddove vi sia un trasferimento di proprietà, ha spiegato, lo si deve comunicare alla Soprintendenza nel caso cambiasse la finalità; nel primo caso per informativa, nel secondo caso, cioè di fronte anche ad un cambio di funzionalità, lo stato potrebbe esercitare la prelazione a parità di condizioni. Intervento sceso poi nei dettagli delle varie casistiche e nello specifico dei beni architettonici interessati.

Una vista della Sala del Piovego a Palazzo Ducale, dove si è tenuto il 6° incontro del ciclo Arte e Diritto ideato dalla Camera Arbitrale di Venezia

Una vista della Sala del Piovego a Palazzo Ducale, dove si è tenuto il 6° incontro del ciclo Arte e Diritto ideato dalla Camera Arbitrale di Venezia

La relazione dell’architetto della Soprintendenza Anna Chiarelli è partita dalla domanda “Cosa vincolare?”, facendo presente che dai 26.000 beni immobili vincolati nel 1909, si è passati ad un allargamento a 74.500 del 2004. Quindi a fronte di un tale incremento diviene fondamentale stabilire cosa sia bene culturale. Con una clausola introdotta dal precedente Ministro Dario Franceschini si è esteso dai 50 ai 70 anni la necessità di verifica, in caso l’opera risulti di autore non vivente.

Concreto e diretto l’intervento dell’architetto Chiarelli che ha portato come esempi di edifici soggetti a vincolo a Venezia Cà Vendramin Calergi, attuale sede del Casinò, palazzo storico sul Canal Grande opera quattrocentesca di Mauro Codussi, che, in quanto ultima dimora di Richard Wagner, dal 1950 ha visto rinnovata la notifica tanto che è rientrata dal 2006 nell’elenco dei beni mobili ritenuti di interesse, quindi “immobili per destinazione”.

Così è stato nel caso di Palazzo Marioni Mainella opera di non particolare pregio architettonico di Ludovico Cadorin del 1858, tutelato indirettamente per l’adiacente Palazzo Loredan e per l’unicità della sua facciata in cotto e pietra bianca; dal 2012 è stato vincolato anche per gli interventi di restauro interno realizzati da Carlo Scarpa nel 1964. Un altro esempio sempre riferito a Carlo Scarpa, di vincoli pertinenziali in merito ad un appartamento da lui realizzato tra il ’52-53 in un contesto popolare ma in quel caso “vincolato perché di autore non più vivente”.

Così gli arredi del pianoterra dello storico ristorante Harry’s Bar seppur non rivestano valore di design sono stati ritenuti inscindibili con la storia ed il costume del locale, “nel loro insieme parte integrante ed essenziale dello stile e dell’atmosfera dell’ambiente”. Quindi ulteriore esempio di “immobili per destinazione”.

Ma il vincolo può essere esteso ad oggetti espressione di attività artigianale, – un argano o una sega a nastro – come quelli usati dalla famiglia veneziana Dal Mistro, “squeraroli” (artigiani che realizzano le gondole) da due generazioni. O il vigneto storico Baver per “l’unicità e sapienza nella coltura della vite” maritata con gelsi e aceri.

Quindi è ampia la visione del concetto di bene culturale, volta a mantenere e ingrandire il patrimonio che rientra nella definizione; ma altresì è lecito estenderla ed allargarla a  imprese e artigianato.

Un momento dell'intervento dell'avvocato Lavinia Savini

Un momento dell’intervento dell’avvocato Lavinia Savini

L’intervento di Lavinia Savini prettamente dedicato al diritto d’autore nell’architettura è partito dalla Legge 633 del 1941 che tutelava l’autore con riferimento ai disegni, cioè l’aspetto creativo del progetto e non l’edificio, con riferimento al risultato estetico senza tener conto del risultato tecnico-ingegneristico. Qualora intervengano problemi di staticità o altro, spetta all’autore stesso intervenire in deroga all’art.20 (Diritto morale) valutando eventuali modifiche che si rendano necessarie.

Recentemente è intervenuta anche la possibilità di tutela del diritto d’autore anche nel caso di design d’interni tanto che ha fatto scuola il caso dei negozi Kiko che hanno intentato causa a Wycon accusata di averne copiato l’arredo interno. O addirittura il layout degli Apple store che facendo parte del marchio anch’esso, è stato depositato.

Anna Buzzacchi Presidente dell’Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Venezia, partendo dai limiti della Legge 633 che riconosce solo valore estetico all’architettura, sostiene che la qualità dell’architettura è interconnessa ad una buona qualità di vita. L’architettura in questo senso è un bene comune e riflette la qualità del bene costruito.

Attualmente si assiste al fallimento del modello urbanistico del dopoguerra. Oggi soffriamo i problemi della mobilità; le città storiche sono investite da flussi turistici incontrollati: i piccoli borghi sono abbandonati: altrettanto sono trascurati grandi contenitori come le chiese che invece devono essere riportate al loro uso. La tutela dunque deve prevedere un uso sostenibile, allargando la visione al contesto.

L’invasione turistica fa perdere identità ai luoghi tanto che la riflessione va rivolta ad una specifica conservazione che si basi sulla memoria storica. Le città devono tornare ad essere luoghi di vita.

Anna Buzzacchi Presidente dell'Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Venezia

Anna Buzzacchi Presidente dell’Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Venezia

Il codice dei beni culturali deve essere affiancato alla legge per l’architettura. La Dichiarazione di Davos del 2018 ha puntato sulla Baukultur che prevede un’alta qualità d’insieme per l’Europa, dell’ambiente costruito per uso contemporaneo, con attenzione e rispetto del patrimonio culturale. Del resto “l’architettura di oggi è il patrimonio storico del futuro”.

L’intervento di Giuseppe Calabi è stato incentrato soprattutto sulle problematiche connesse alla tutela nell’ambito del mercato dell’arte, questione molto sentita che patisce ancora degli aspetti farraginosi e disomogenei tra paesi europei.

Grazie alla legge sulla concorrenza del 4 agosto 2017 si è potuto rimediare ad una situazione vaga e soggetta ad ampie discrezionalità che non prevedeva in precedenza soglie specifiche di valore, ma si basava sul pregio artistico, rarità e significato della rappresentazione. Ciò dava seguito a lunghe procedure, a valutazioni differenti tra gli stessi uffici esportazione, a rimedi legali lunghi.

Con la legge del 2017, il cui obiettivo era la semplificazione delle procedure di controllo, tutto ciò che va oltre i 70 anni è considerato antico, con un cuscinetto di tolleranza tra il 50 e i 70 che varia a seconda che l’opera rivesta un interesse nazionale. Si è stabilita una soglia di valore oltre i 13.500 €, per il resto si procede con una autocertificazione.

Nel caso di esportazione europea si potrebbero verificare però casi di blocco in dogana, come è avvenuto ad esempio con un Fontana fermato alla dogana svizzera poiché per l’Italia poteva essere esportato, per la Svizzera, dove il limite è i 50 anni, non aveva le certificazioni necessarie.

Un momento dell'intervento dell'avvocato Giuseppe Calabi

Un momento dell’intervento dell’avvocato Giuseppe Calabi

Molto interessante nel fare il punto concreto sulla questione, anche la testimonianza di Sandra Divari, responsabile import-export della Guggenheim Collection, che ha parlato del vincolo nella gestione privata in riferimento alla Collezione Peggy Guggenheim, laddove il vincolo è congiunto tra la Fondazione Guggenheim stessa e il Ministero in quanto, vista l’importanza e la storicità del patrimonio al suo interno conservato ed esposto, anch’esso ne è coinvolto. I vincoli possono essere inerenti al restauro delle opere, al prestito e quindi all’esportazione.

Poiché le richieste di prestito al Guggenheim sono continue, volta per volta vanno valutati criteri per la concessione: se l’opera risulta fondamentale per il progetto presentato; se i criteri di conservazione che prevede e la qualità scientifica della eventuale mostra sono adeguati; se l’opera può essere sostituita nel percorso espositivo della collezione veneziana; se esistono garanzie di sicurezza e rispetto delle condizioni climatiche valutabili attraverso la compilazione del facility report; se la tempistica è rispettata, con una richiesta mai last minute, ma almeno 5 mesi prima.

Poiché le due realtà, Soprintendenza e Guggenheim Collection, operano in sinergia per un obiettivo comune, il vincolo non è mai ostacolo, ma finalizzato a tutelare il bene della Fondazione che rappresenta il legame con la città che la ospita, preoccupandosi di rispettare la filologia e l’etica della stessa. Dunque non sempre il vincolo ha una accezione negativa, ma come perlopiù tutte le casistiche riportate hanno confermato, il senso dello stesso è volto a valorizzare il patrimonio e le opere.