Visionarie dell’arte: Francesco Bonami “interroga” Patrizia Sandretto Re rebaudengo

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo dialoga con Francesco Bonami all'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo dialoga con Francesco Bonami all'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti

Una sala gremita con pubblico in piedi assiepato lungo le boiserie neogotiche di Palazzo Franchetti ha accolto Patrizia Sandretto Re Rebaudengo invitata a chiacchierare d’arte contemporanea con Francesco Bonami nell’ambito di un ciclo di incontri organizzati dalla Peggy Guggenheim Collection. L’evento per celebrare i 40 anni della scomparsa della più famosa collezionista, mercante, scopritrice di talenti del XX secolo che a Venezia debuttò alla Biennale del 1948 facendo conoscere in Italia l’arte americana del dopoguerra, lasciandola poi in permanenza nel Palazzo sul Canal Grande dove visse fino alla morte.

«Mi sento molto vicina a Peggy – dichiara in apertura la collezionista – innanzitutto per tre ragioni. La prima è che l’arte è al centro della mia vita. Poi, come è stato per lei, mi piace che la mia passione si sia trasformata in attività museale. Terza, come dichiarò la stessa Peggy nel 1937 dicendo che all’inizio non capiva niente di arte contemporanea, tanto da affiancarsi  Marcel Duchamp come nume tutelare, così fu anche per me che provenivo da una laurea in Economia. Mi entusiasmava l’arte contemporanea, trovavo meravigliosa la possibilità di avere un contatto diretto con gli artisti. Così dal 1995, quando ho avviato la mia collezione, ho avuto al mio fianco Francesco Bonami».

Altra comunanza con Peggy, scelta come esempio e riferimento, il fatto di lasciarsi consigliare, ma alla fine decidere delle proprie scelte. Condivide dell’americana il trasporto verso le opere, come confessò Peggy di fronte ad un Arp, tanto che appena lo vide, sentì scattarle un desiderio di possesso.

«Quando ho iniziato, negli anni ’90 – continua Patrizia Sandretto – era complicato riempire la casa con opere d’arte contemporanea. Ricordo un’amica che mi disse, “se buttassi tutto quello che hai alle pareti, avresti una bellissima casa…” Mi piaceva l’idea di commissionare all’artista. Come Peggy fece con Pollock. Poi il passaggio da collezionista a fondazione è stato quasi inevitabile. Mi ha illuminato leggerne il pensiero e le motivazioni. All’epoca nel 1939 le scattò il desiderio di aprire un museo a Londra. Perdeva 600 £ all’anno.  Così pensò che se poteva rimetterci, allora decise che avrebbe fatto qualcosa di buono. Da lì la Peggy Guggenheim Collection intesa come Fondazione. Mi entusiasma quando la mia collezione gira per il mondo. Poter condividere con altri quanto ho raccolto. Mi piace pensare che i bambini vengono ai laboratori didattici di arte contemporanea. Che frequentino la biblioteca che abbiamo allestito. Certo ci sono state anche notti insonni, momenti di ansia prima delle mostre, affanni nell’attesa di vedere uscire le pubblicazioni, a volte rabbia per errori nei testi. Ma è comunque bello appoggiare gli artisti, avere un ruolo di mecenate e non solo di collezionista. Si tratta di proteggere l’arte del nostro tempo».

Una vista della sala gremita di pubblico all'Patrizia Sandretto Re Rebaudengo dialoga con Francesco Bonami all'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti

Una vista della sala gremita di pubblico all’Patrizia Sandretto Re Rebaudengo dialoga con Francesco Bonami all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti

A questo punto interviene Francesco Bonami, con cui Patrizia Sandretto ha stabilito un sodalizio nel 1995.

«All’epoca – racconta – stavo curando proprio a Venezia uno spazio dedicato solo alla fotografia. Si trattava di un progetto sull’orlo della bancarotta. Si offrì di aiutarmi Patrizia. Dimostrò subito una grande capacità di guardare avanti, di rischiare. Oggi assistiamo a grandi cambiamenti; ad esempio Peggy era gallerista, ma anche collezionista. I ruoli erano meno definiti. Oggi ognuno ha un suo ruolo. Patrizia non ha mai venduto una sua opera, non è una mercante. Siamo in un’epoca peraltro molto legata all’aspetto mercantile».

Lei stessa interviene dicendo: «Era molto diverso il rapporto con gli artisti. Agli inizi la collezione partì da Guarene, in provincia di Cuneo, dove li invitavo, studiavamo insieme i progetti, commissionavo loro i lavori. Si fermavano a casa mia anche un’intera settimana. Oggi non è più così; arrivano a ridosso di una mostra, oppure mandano gli assistenti. Allora erano miei coetanei, oggi hanno più o meno l’età dei miei figli. Puntano alla strategia, tanto che è diventata oggi lo strumento principale. Addirittura preferiscono esporre nelle gallerie private piuttosto che essere invitati alla Biennale. E’ più semplice, meno impegnativo. E soprattutto ha un forte influsso economico».

Alla domanda sulla “tentazione” del guadagno la risposta è duplice. L’artista deve guardare il mercato, altrimenti il mercato non lo guarda. Ma lei stessa in quanto collezionista è categorica. «La mia collezione è parte della mia vita; sono felice di mostrarla e resisto. Io non vendo! Questo mi ha fatto conquistare rispetto da parte dei galleristi che mi vendono anche in caso di opere in waiting list. Io ho una fede inamovibile nelle “mie” opere! Mi sono sempre basata sul concetto di unità di qualità per la mia collezione. Il valore di una collezione si costruisce non sul nome dell’artista, ma sulla qualità dell’opera».

Nei vari passaggi, dopo Guarene la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha aperto nel 2002 la sede a Torino. Negli anni ’90 racconta come molto spazio abbia avuto la video arte, oggi invece è trascurata. Conseguenza probabilmente di una grossa evoluzione tecnologica che porta ad una trasformazione continua. Ad esempio nel 1999 Doug Aitken esponeva con successo alla Biennale. Douglas Gordon aveva concepito l’idea geniale di un video che filmasse, durante una partita a Torino, solo Zidane per 90′. Poi la famosa testata a Materazzi ha fatto naufragare il progetto che non trovò più sponsor.

Da sinistra: Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, la direttrice della Peggy Guggenheim Collection, Karole Vail, e Francesco Bonami.

Da sinistra: Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, la direttrice della Peggy Guggenheim Collection, Karole Vail, e Francesco Bonami.

Venendo alle criticità di oggi; valgono sia per gli artisti che per i galleristi.

C’è una quantità enorme di potenziali artisti, e questo per loro è un ostacolo. Non hanno un underground dove sperimentare, a volte si bruciano; molti rivelano uno smodato eccesso di visibilità e uno stress da prestazione. Allo stesso tempo il mercato è in mano a pochissime gallerie. Se ne possono contare non più di una decina in tutto il mondo. Le altre soffrono, galleggiano, chiudono, schiacciate dalle aste e dalle fiere. Solo di queste se ne contano 400! Persino i Musei patiscono, a loro volta il ruolo delle Fondazioni che sono divenute protagoniste e propositive, capaci di attrarre in quanto luoghi di incontro.

La conseguenza è un mercato che in molti casi è diventato commerciale, e le gallerie stesse per cercare di rientrare delle spese propongono un’arte troppo smaccatamente commerciale.

Ma alla domanda su come scegliere l’artista, su chi investire, come capire di fronte ad una mare di nomi ancora sconosciuti, se comprarlo prima che tutti lo scoprano, la risposta è quasi inevitabile: «L’opera mi deve emozionare, parlare del tempo che rappresenta».

Altro problema, che pone grosse difficoltà, è l’assenza del Pubblico, inteso come Stato; scuole, accademie, istituti d’arte, poco decisivi nell’educazione dei giovani artisti. E’ qui che intervengono le fondazioni e i privati a colmare il vuoto nella programmazione storica.

Alla successiva domanda da parte di un pubblico attento e molto coinvolto sulla difficoltà incontrate nel muoversi come donna in questo campo, Patrizia Sandretto, sorridente, evidentemente convinta ed entusiasta nel perseguire la sua passione che ha trasmesso anche ai figli, snocciola nomi di altre grandi e lungimiranti promotrici d’arte, da Francesca Thyssen a Gertrud Vanderbildt, da Mariuccia Prada a Beatrice Trussardi. Operatrici per passione che hanno scelto l’arte all’azienda di famiglia.