Amanda Coulson: «Abbiamo creato “VOLTA” come luogo di scoperta»

Maria Yvonne Pugliese e Amanda Coulson durante l’allestimento di Plan B
Maria Yvonne Pugliese e Amanda Coulson durante l’allestimento di Plan B

A 10 giorni dall’apertura di VOLTA e dell’Armory Show, la Municipalità di New York ha informato la Merchandise Mart Properties Inc. (MMPI), proprietaria delle due fiere coinvolte, che gran parte del molo 92 – tradizionalmente utilizzato per l’Armory — non era strutturalmente stabile e che perciò non poteva essere utilizzato come sede espositiva. E’ stato così deciso di trasferire l’Armory Show al Molo 90, lasciando VOLTA senza sede.

Dopo i fatti sopra citati, in una sola settimana,  un gruppo formato dal gallerista David Zwirner, dalla Casco Real Estate, dal collezionista Peter Hort, dalla Fondazione Rema Hort Mann e dal gallerista Quang Bao ha affiancato Amanda Coulson e il gruppo di lavoro di VOLTA nel creare un Plan B. Questo evento, inaugurato oggi, rimarrà aperto fino al 9 marzo nel cuore del distretto artistico di Chelsea, nella galleria di David Zwirner e nella sede storica della galleria Paula Cooper dove l’artista italiano Iler Melioli espone la sua principale installazione realizzata per quella che doveva essere VOLTA NY 2019.

Spazio galleria storica Paula Cooper, sede di Plan B insieme alla galleria di David Zwirner

Spazio galleria storica Paula Cooper, sede di Plan B insieme alla galleria di David Zwirner

L’eccezionalità della risposta conferma l’interesse della comunità dell’arte contemporanea per un progetto come VOLTA, che da 15 anni, tra Basilea e New York, pone al centro della fiera l’artista e la sua ricerca. Per capire meglio la nascita e lo sviluppo di questa idea condivido con voi l’intervista che avevo fatto ad Amanda Coulson, fondatrice e direttrice di VOLTA, il 16 febbraio scorso.

Maria Yvonne Pugliese: Oggi più di ieri noi, come gallerie, curatori, collezionisti, fiere… abbiamo la grande responsabilità di sostenere l’arte contemporanea in un mondo dove la comunicazione ha appiattito tutto sullo stesso piano, dove la politica investe sempre meno in cultura e educazione. Per questo motivo il tuo progetto – VOLTA – è molto importante. Sente questa responsabilità?

Amanda Coulson: «Assolutamente sì e forse ancor di più perché vivo in un paese – nel Global South – dove l’accesso all’arte e e all’educazione è ancora minore che nel Global North. Perciò sento forte e reale questa responsabilità. A VOLTA l’aspetto didattico è sempre stato una parte importante della mission che fin dagli inizi si rivolge al grande pubblico. Ciò significa introdurre un artista “nuovo” per la comunità internazionale che ama l’arte, o accompagnare i giovani collezionisti rispondendo alle loro domande e alle loro giuste preoccupazioni, ma anche rendendo la fiera accessibile (anche se questo a volte irrita i galleristi). Quest’anno, ad esempio, abbiamo avviato una nuova iniziativa in collaborazione con New York City Department of Education con cui offriamo l’entrata gratuita alla fiera a tutti gli studenti e agli insegnanti delle suole superiori pubbliche di New York City.

Penso anche sia importante ampliare la conversazione e mostrare le gallerie e gli artisti anche al di fuori dei centri d’arte convenzionali. Come cittadina delle Bahamas che vive a Nassau, dove sono direttore della Galleria d’Arte Nazionale delle Bahamas (il mio altro lavoro a tempo pieno!), sono consapevole dell’errata conoscenza dell’arte di alcune nazioni o regioni – “…é decorativo… é arte per turisti… è puro folklore e non arte contemporanea… etc…”- mentre allo stesso tempo sono immersa nella completa lussureggiante diversità. Non esiste uno sguardo monolitico verso un artista delle Bahamas, ad esempio, e gli ospiti di VOLTA lo hanno imparato attraverso il progetto allestito a New York a cura di John Cox (fondatore del Popstudio di Nassau, gallerista di Volta dal 2013 in poi; ora direttore artistico di The Current Gallery al Baha Mar) ma questo discorso vale anche per altre aree “periferiche” – o altre aree considerate fuori dai maggiori centri di espressione artistica.

Amanda Coulson, fondatrice e direttrice di VOLTA

Amanda Coulson, fondatrice e direttrice di VOLTA

La nostra Sezione Curatoriale, oggi alla quarta edizione, offre un aspetto didattico che va oltre la visione commerciale. Certo, questa è una fiera e i lavori sono esposti per essere venduti, ma la Sezione Curatoriale è un’opportunità per mettere in mostra dei lavori “non-commerciali”, ambiziosi, di grandi dimensioni, complessi, di artisti che possono o meno avere una galleria che li rappresenta. Ogni edizione della Sezione Curatoriale apre conversazioni su temi importanti e fuori dal tempo, sull’arte globale e quest’anno presentiamo il progetto Ecological Dreaming a cura di Stamatina Gregory, focalizzato sulla crisi del riscaldamento globale e il valore potenziale dell’arte visiva a riguardo. Fa eco al Ecological Dreaming tutta la nostra Sezione Principale che rende evidente come gli artisti diano risalto al problema attraverso osservazione, reazione e proposte sulla nostra realtà e sul più grande problema dei nostri giorni.

Per tornare alle nostre radici: abbiamo creato VOLTA come luogo di scoperta, e questo focus centrato sull’artista incomincia dall’insegna degli stand che mostra il nome dell’artista a lettere cubitali e in grande risalto, seguito dal nome della galleria e della città. Sembra un elemento semplice detto così in teoria, ma dopo anni di questa nostra impostazione, anche le fiere più importanti sono cambiate e hanno aggiunto al loro programma tradizionale anche sezioni di mostre personali».

M.Y.P.: Lo scopo di VOLTA è quello di focalizzarsi su artisti contemporanei attraverso mostre personali, quali criteri adottate per la selezione degli artisti?

A.C.: «Iniziamo col dare uno sguardo alla galleria che propone l’artista e alle sue relazioni. Un onesto, consistente e continuativo impegno sui propri artisti è sempre stata una componente chiave delle gallerie di VOLTA. Molte di queste, alcune ora sono alumni, che si sono spostate su fiere più grandi, erano “gallerie madri” – ad es. la prima ad aver scoperto un artista durante i suoi anni in accademia di Belle Arti, o che ha effettuato visite in studi d’artista, o che ha studiato negli archivi e notato talenti che erano spariti dalla scena anni fa. Queste gallerie espongono i loro artisti regolarmente attraverso mostre personali e li sostengono in tutte le attività fuori dalla galleria.

Le gallerie che ritornano a VOLTA in alcune occasioni propongono lo stesso artista che avevano già presentato con noi in passato, dopo che questo artista ha creato una nuova serie di lavori. In altre occasioni ci sono gallerie che hanno appena acquisito un artista e presentano il suo debutto alla fiera – anche se in questo caso c’è solitamente un accordo tra noi sul fatto che la galleria abbia già pianificato eventi o personali con questo specifico artista. E’ essenziale per noi avere una molteplicità di voci e di diversità e riusciamo a tenere questa vivacità attraverso la nostra rete di gallerie e di nuovi contatti.

Durante l’allestimento di Plan B

Durante l’allestimento di Plan B

E’ anche molto importante che il gallerista abbia un’idea chiara sull’identità della propria galleria. Non amo molto quelle realtà che hanno un po’ di questo e un po’ di quello, in modo da poter accontentare i gusti di tutti i collezionisti; amo le gallerie che hanno una idea forte su ciò che vogliono rappresentare. Non deve naturalmente rappresentare il mio gusto: magari è uno stile barocco, magari minimal, o concettuale oppure decorativo… ma se la galleria ha un’opinione forte, un buon occhio per i migliori di quel genere, allora sono conquistata!

So che alcune fiere si identificano per l’arte che mostrano: Street art, arte concettuale, etc… Io preferisco un programma più vario – perciò ci possono essere lavori figurativi accanto a lavori
concettuali – ma cerco sempre di trovare il meglio in ogni genere. Perciò non si tratta di gusti personali ma si tratta di prendere in considerazione il lavoro del gallerista nei confronti del proprio artista e avere fiducia nella loro visione».

M.Y.P.:  VOLTA è nata prima a Basilea, poi l’appuntamento si è sdoppiato e spostato anche a New York. Quali sono le differenze tra la fiera Europea e quella Americana, se ce ne sono…

A.C.: «VOLTA New York è nata specificatamente con il format di mostre personali – nel senso che le gallerie presentano un solo artista della loro scuderia, o in alcuni rari casi, due artisti con progetti singoli. Ci sono tre anni di differenza tra l’inaugurazione di VOLTA Basel nel 2005 e il nostro debutto a New York nel 2008, e sapevamo di dover emergere in un campo dove sorgono sempre nuove fiere, in modo da salvaguardare il marchio VOLTA: ci siamo focalizzati sull’arte, sui creatori di questa arte e su coloro che li sostengono. Perciò, mentre VOLTA Basel non è mai stata legata ad un format di mostre personali, questo elemento – come il dialogo tra stand di due o tre artisti – è diventato di grande appeal per le gallerie e ancor di più per il pubblico anno dopo anno.

Iler Melioli, Untitled, 2016, work of installation art, acrylic on canvas, polychrome steel, cm 376 x 150 x 40

Iler Melioli, Untitled, 2016, work of installation art, acrylic on canvas, polychrome steel,
cm 376 x 150 x 40

Oggi tra le circa 70 gallerie di VOLTA Basel, credo che circa 45-50 di queste espongono tre artisti o anche meno, con qualche eccezione di mostre personali e di 2-3- progetti. Tradizionalmente abbiamo avuto maggiormente una presenza Americana a New York e Europea a Basilea, e credo che questa tendenza continui visto che il mercato internazionale tentenna e si adatta a problematiche “quasi locali” mentre i governi chiudono le frontiere ed è in corso la Brexit. Tuttavia noi siamo fortunati ad avere un circuito globale di gallerie e sappiamo che una visione ampia è necessaria per la fiera e per tutto ciò che gli gira intorno durante quella settimana.

I mercati sono differenti, nel senso che Basilea è molto seriosa, molto concentrata sul contemporaneo e le persone sono li per comprare. New York ha una tale quantità di critici, scrittori, giornalisti da portare in fiera un pubblico molto esperto che determina una possibilità di creare relazioni oltre a vendite. Vengono direttori di musei, o persone interessate a scrivere su un lavoro o altre gallerie che magari si interessano ad artisti esposti in fiera. Inoltre i collezionisti Europei sono completamente diversi da quelli Americani, e anche questo determina una grande diversità di atmosfera».

M.Y.P.: E’ possibile identificare delle tendenze nell’arte contemporanea o l’arte è globale e si tratta quindi di identificare gli artisti più interessanti in una prospettiva globale?

A.C.: «Ho già parlato della Sezione Curatoriale di VOLTA New York che pone un ampio tema che ha delle eco nelle gallerie della Sezione Principale, si parla del tema ecologico e ambientale quest’anno. Alcuni temi e tendenze possono essere unici per uno stato o una regione, ma il più delle volte sono elementi propri dell’artista stesso e si può arrivare a parlare di cittadino globale. Penso a Brendan Lee Satish Tang che espone con la Gallery Jones (Vancouver). Tang è naturalizzato canadese anche se è nato in Irlanda da genitori di Trinidad e Cina e il suo lavoro in fiera “Magna Ormolu”è un amalgama di tradizione della ceramica classica e techno-pop art, celebra la sua eredità mista e ci mostra in una lettura più ampia la nostra attuale situazione culturale.

New York, veduta dalla Highline nei pressi di Plan B

New York, veduta dalla Highline nei pressi di Plan B

Ma penso anche a David Bade (in mostra con la Kers Gallery, Amsterdam) che è cresciuto a Curacao da antenati olandesi ed è profondamente impegnato localmente e internazionalmente in workshop didattici e arti della comunità – è stato cofondatore dell’Istituto Curacao di Buena Bista dieci anni fa. In modo simile Lucia Hierro (che espone con LatchKey Gallery, New York) che è nata a New York e ha antenati Domenicani. I suoi morbidi assemblaggi di grande formato sono un esempio del linguaggio visivo che la circonda come newyorkese latinoamericana e che fa parte della struttura economica endemica. Come ricorre l’espressione “Il politico è personale” così dovrebbe essere per “Il globale è locale” o “il globale è individuale”».

M.Y.P.: Quale considera il suo maggior successo come direttrice artistica di VOLTA? Come immagina il futuro di VOLTA?

A.C.: «Uno dei maggiori successi è semplicemente rappresentato dalle relazioni che abbiamo favorito negli anni – tra galleristi, collezionisti e artisti. VOLTA ha sempre avuto un’atmosfera accogliente e rilassata e ha dato vita negli anni a bellissime storie tra le persone, questo e ciò che rende questa fiera interessante e premiante. Credo che un altro punto di successo derivi dalla visione originale del progetto, nel presentare una fiera che pone in primo luogo l’interesse sul gallerista e sull’artista, senza tener conto dell’età o del “grado di presenza” nel mercato globale, cosa che era al di fuori delle convenzioni delle maggiori fiere all’epoca in cui abbiamo inaugurato, nel 2005. Poi pensare a VOLTA New York come progetto con mostre personali è stato un gran colpo, credo.

Oggi ci sono sezioni con mostre personali un po’ in tutte le fiere. In fondo la fiera con mostre personali è la novità del momento e questo è stato il format di New York dal 2008. Poi certamente dà molta soddisfazione quando un artista poco conosciuto a VOLTA, l’anno dopo espone a Art Basel o Frieze, e questo è accaduto in molte occasioni, alcune volte persino con lo stesso identico stand! Ho anche dato consigli ad altri curatori che dovevano iniziare nuove fiere, li ho aiutati all’inizio, e questo è un altro successo… ancora una volta un esempio di relazioni.

Credo comunque che il mio maggiore successo sia stato quello di sopravvivere così a lungo – questo sarà il mio 15° anno a Basilea e 12° a NYC. A New York siamo partner dell’Armory Show, che è di proprietà della stessa organizzazione, e in questi anni ho avuto modo di lavorare con cinque diversi direttori dell’Armory, mentre VOLTA rimane la stessa famiglia, persino nel mio splendido gruppo di lavoro, alcuni di loro hanno lavorato con me tutti questi anni. Ancora: relazioni!

Chris De Angelis - managing director VOLTA Show, Peter Hort - collezionista, Iler Melioli - artista

Chris De Angelis – managing director VOLTA Show, Peter Hort – collezionista, Iler Melioli – artista

Per quel che riguarda il futuro, stiamo sicuramente assistendo ad una contrazione del mercato delle fiere, era in previsione e ora è realtà. Ci sono troppi luoghi dove andare e ciò ha sfinito e esaurito i galleristi, gli artisti e anche i visitatori. Questi ultimi hanno troppi posti da visitare, non sanno più cosa scegliere, quindi le folle sono erratiche. La contrazione è assolutamente necessaria, ma mi auguro non sia per tutti. Perciò credo che le fiere debbano diventare più piccole, più simili a delle boutique invece che sempre più grandi, e soprattutto diventare più umane.

I costi per gli espositori dovrebbero scendere e questa è una lotta perché il costo degli spazi e del personale continua a salire. I centri congressi non sono nati per l’arte, ma per saloni automobilistici, perciò abbiamo bisogno di luoghi alternativi, più piccoli, meno aziendali e maestosi, è difficile trovarli. Per VOLTA pensiamo ad una riduzione all’interno delle attuali location per poi creare delle boutique e degli eventi mirati in luoghi satellite, in costruzioni semplici e quindi meno care. Credo sia interessante per esempio MECA a Porto Rico, con 15 gallerie: target puntuale, atmosfera raccolta. Parliamo ancora di reti e relazioni, i rapporti umani e il dialogo sono le radici a cui dobbiamo tornare e creare un ambiente favorevole al loro sviluppo».

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