Come si riconosce un talento nel campo delle arti visive (p. 2)

Museums and the Web - Flickr: Tour of Cleveland Museum of Art, 2017. Questo file è sotto la licenza CC BY-SA 2.0
Museums and the Web - Flickr: Tour of Cleveland Museum of Art, 2017. Questo file è sotto la licenza CC BY-SA 2.0

Qualche tempo fa scrissi un pezzo qui su Collezione da Tiffany, che suscitò qualche inevitabile polemica (ottima cosa, per un contenuto web!) sui giovani talenti artistici e su come riconoscerli, quando possibile, al loro sbocciare. Consapevole che quello che scriverò si tirerà dietro di certo qualche critica, non facendo per forza di cose contente abbastanza persone (ma non è mia intenzione, quindi va benissimo), proseguo la mia riflessione ora, completandola con qualche osservazione. Ma è meglio fare fin da subito una premessa. (Leggi -> Come si riconosce un talento nel campo delle arti visive? 3 cose da tenere a mente)

Nonostante i vari know how che circolano in rete e non, è bene sapere che non è mai possibile davvero prevedere il futuro, la fortuna di un’opera d’arte o in generale del lavoro di un artista. Potenzialmente, come la storia dell’arte insegna, la fortuna di un lavoro può essere altalenante, o giungere inattesa anche molti anni dopo la scomparsa dell’autore. È quasi banale dirlo.

Gli esempi a questo proposito sono molteplici, e vanno dai nomi storici più noti, da Van Gogh in giù. Ma pensiamo, al contrario, a quanto invece è avvenuto ad una larga fascia di artisti visivi considerati assai promettenti negli anni novanta e primi anni duemila e le cui opere ora giacciono, tristemente parcheggiate in qualche angolo più o meno buio del magazzino di qualche galleria o, se va bene, museo, in attesa di essere riscoperti o forse definitivamente dimenticati.

La certezza, dunque, per un collezionista, di investire sul sicuro, è qualcosa di praticamente inesistente. Chi millantasse di poterla fornire, soprattutto a lungo termine, o è un veggente o, più probabilmente, vi sta imbrogliando. Che fare dunque? Come riconoscere un talento?

 

Il talento e il vostro “senso per l’arte”

 

Volendo procedere con serietà, occorre in primo luogo aver chiaro in mente che cosa intendiamo per talento. Qui il discorso si farebbe lungo, ma faccio un tentativo. Per esempio, Richard Rorty, filosofo statunitense, parlava di democratizzazione del genio. Geniale era, per lui, anche solo riuscire a cavarsela per arrivare alla fine del mese, nella vita di una persona qualunque. C’è del genio nel modo in cui l’essere umano trova il modo di sopravvivere e di stare bene, specie ai giorni nostri.

Secondo James Hillman, invece, il talento è una cosa che tutti possiedono, ciascuno nel proprio personalissimo modo e ambito di realizzazione. A rigore, dal suo punto di vista, il talento per la cucina non è essenzialmente diverso o “maggiore” dal talento artistico o in ambito sportivo. Per Hillman ciascuno di noi ha dentro di sé il proprio daimon, che indica la strada della realizzazione personale e seguirlo è il punto più alto che una persona possa mai raggiungere nella propria vita.

Nonostante l’apparente democraticità di questa affermazione, dal dire al fare c’è una discreta distanza. Leggere il fondo della nostra anima, tirare fuori ciò che davvero sappiamo fare e agirlo nel mondo, sarebbe la cosa che più di tutte ci regalerebbe la felicità, nel senso più profondo e vero del termine. Ma è facilissimo sbagliarsi, perdersi dietro alle sirene di quello che il mondo e le persone che ci circondano si aspettano da noi. In sostanza, è ben più facile indossare una maschera, e perdere sé stessi e il proprio reale talento dietro le lusinghe di quello che gli altri si aspettano da noi, in cambio del loro amore e della loro attenzione, o anche solo di qualche like in più.

Posta questa premessa, qui però trattiamo di un genere di talento particolare, cioè quello artistico e in particolare quello che riguarda le arti visive. A questo punto dobbiamo compiere una scelta e decidere che cosa vogliamo fare. Perché ci interessa sapere come riconoscere un talento nell’arte? Perché vogliamo acquistare arte?

A mio parere sono quattro le opzioni possibili:

  1. (Gli affaristi) Vogliamo comprare arte perché vogliamo investire del denaro e speriamo di capitalizzarlo (cioè venderlo in breve tempo con un guadagno o almeno senza perdite);
  2. (I cool hunter o, come si dice, wannabe). Vogliamo comprare arte perché ci teniamo ad essere considerati cool, vogliamo essere apprezzati dai nostri amici e conoscenti o, meglio ancora, vogliamo essere considerati “del giro giusto” da quelli che per noi fanno parte “del giro giusto”;
  3. (I gaudenti). Vogliamo comprare arte per puro piacere estetico. Un’opera ci piace, la vogliamo appendere in casa nostra e guardarla quando più ci aggrada. Magari perché s’intona con il divano oppure perché ci gira così e basta, non si sa e non dobbiamo renderne conto a nessuno;
  4. (I sinceramente entusiasti). Vogliamo arte perché vogliamo avere una collezione, e vogliamo avere una collezione per passione, per fascino, per voglia di crescere intellettualmente e non. Siamo quel tipo di persona che crede nel talento e nell’arte e, siccome può permetterselo, vuole promuoverli.

Qui la parola chiave è passione. Possono anche giudicarci ingenui, o chiamarci sognatori (You may say I’m a dreamer… come diceva John Lennon), ma abbiamo capito che lì qualcosa ci intriga, ci dà energia, ci incuriosisce profondamente. Abbiamo la sensazione che quando andiamo alle mostre la qualità della nostra vita, in termini di energia ed entusiasmo, sia migliorata, quindi – posto che possiamo permettercelo economicamente – vogliamo dare un seguito a quella sensazione, vogliamo approfondirla e coltivarla.

È chiaro che, a seconda di quale delle quattro categorie sopra elencate è quella in cui ci riconosciamo, cambiano radicalmente i criteri da utilizzare per decidere se un talento ci interessa oppure no, e se è il caso di investire denaro sul suo lavoro e sul suo futuro.

 

Procediamo passo passo…

 

Nel caso apparteniate alla prima categoria di persone (gli affaristi), mi sento di deludervi. Un investimento sicuro oggi non esiste neppure in banca, figuriamoci nell’arte contemporanea, e per di più quella emergente. Chi vi desse per certo che i soldi che investite in un’opera oggi, vi ritorneranno a stretto giro aumentati nel portafoglio, vi sta prendendo in giro. Consiglio in questo caso investimenti più redditizi altrove. Forse sono meglio addirittura i derivati.

Nel caso invece vogliate collezionare, o anche solo comprare un’opera, per sentirvi cool (cool hunter wannabe), la strada è semplice e piana. Basta avere i soldi, farsi un giro sui siti delle maggiori testate di settore, scegliere le gallerie più di moda e accreditate appunto dal suddetto giro cool e recarsi lì libretto degli assegni alla mano. Tutto qui. Non avete bisogno di criteri o di sapere qualcosa, dovete solo fidarvi. Certo, magari cercate di scoprire che cosa hanno comprato i collezionisti giusti, dove e da chi, e copiateli. Ma occhio: più girate, più arte vedete e più ne capite qualcosa. E attenti a non capirci troppo, perché potreste sviluppare un gusto personale, cosa che non necessariamente sposerebbe quello più alla moda, precipitandovi pericolosamente – sia mai! – nel baratro del non-cool. Perciò, evitate di pensare. Il vostro unico lavoro sarà scegliere la galleria giusta. Ma quale sia lo sapete già, di certo (per via del giro di cui sopra eccetera eccetera). Una dritta: di solito il lavoro che vi interessa meno e non vi dice nulla, è probabilmente quello che vi consiglieranno di comprare. Provate e vedrete che ho ragione.

Se rientrate invece in una delle ultime due categorie, nel vostro caso, la difficoltà è maggiore. Ma almeno nel caso della categoria numero tre (che definirei anti-kantiana, dato che mette il bello e il piacevole sullo stesso piano), le cose non sono poi molto complicate. Tutto sommato, chi compra per piacere personale ha bisogno di una sola cosa: un buon rapporto con sé stesso e con il proprio intuito. Se è sincero con sé stesso, si orienterà verso ciò che soddisfa il suo gusto personale in maniera facile e spontanea. Forse non farà i soldi o non avrà la casa più cool del pianeta, ok. Ma forse no, e comunque alla fine sarà soddisfatto dei suoi acquisti. E se proprio le cose non gli andranno bene, la cosa peggiore che gli potrà capitare sarà di dover cambiare il divano.

Se invece appartenete all’ultima categoria, permettete di farvi i miei complimenti. Siete delle persone rare, sempre che esistiate veramente. L’ultima categoria di acquirenti è evidentemente la più virtuosa e, quindi, come spesso accade, la più difficile di tutte. Chi compra per passione – vera – cerca un talento – vero. Quindi ha bisogno di sapere come muoversi e deve farlo consapevolmente.

A questi, mi sento di consigliare quanto segue:

  1. Affinate bene la vostra sensibilità artistica. Guardando mostre, sì, ma anche leggendo libri, e non solo di arte, e andando al cinema e a teatro, e in giro. Parlate con la gente. Leggete il pensiero dei filosofi. Affinate il vostro spirito e la vostra mente, ma non dimenticate i sensi fisici, perché la bellezza è anche una questione di materia, corpo e spazio, odore e sapore. Sembra che questo consiglio non abbia nulla a che vedere con il fatto di riconoscere un talento al suo sorgere, nelle arti visive, ma non è così. Più cultura avete, più la vostra anima è abituata ad andare in giro per il mondo riconoscendo quello che davvero l’accende, e più avrete strumenti per comprendere le opere che incontrerete sul vostro cammino e riconoscere l’arte vera, quando c’è;
  2. Affinate la vostra cultura artistica guardando tanta tanta arte. Leggete delle mostre passate che non potete più vedere, viaggiate, andate nei musei e nelle gallerie. Più arte vedete, più i vostri occhi si abitueranno a riconoscere l’arte vera, quando la incontrerete. Ma se davvero siete appassionati, queste cose le fate già;
  3. Quando parlate con gli artisti, diffidate di quelli che non leggono, non amano il teatro, il cinema, i libri e la cultura in generale e che hanno idee confuse su sé stessi e il proprio lavoro. Non siete Rousseau, il mito del buon selvaggio in arte conta poco. E va bene essere spontanei e naif, ma se l’artista vuole parlare – ad esempio – di psicologia e non ha mai letto Freud (intendo i libri, non wikipedia), potrà anche essere considerato cool da Forbes e avere la copertina del Times (scherzo!), ma garantito che non durerà più di qualche stagione;
  4. Sempre parlando con gli artisti e conoscendoli, diffidate di quelli che trovano una loro cifra e non la cambiano mai, e che se trovano qualcosa che funziona continuano per sempre a fare varianti della stessa opera. Ma diffidate anche di quelli che cambiano di continuo, e sembrano non avere una propria visione o direzione;
  5. Diffidate infine da quelli che sono troppo intonati con la propria epoca storica, che sono troppo inseriti, troppo in linea con il loro tempo. Probabilmente non hanno una personalità vera, sono fenomeni del momento e scompariranno, o quasi, portati via dalle onde, al mutare delle mode e dei costumi.

Insomma, alla fine, nell’arte come in tutto il resto, per quando riguarda il talento, aveva ragione Hillman. Un artista deve avere un suo mondo, in cui ci fa entrare attraverso le sue opere. E deve essere qualcosa di solo suo, non preso in prestito dall’esterno, non atteggiato, non una maschera. Non è una frase fatta, ma una semplice considerazione. Se c’è questo dono, se c’è quel tocco personale e inconfondibile – che magari va contro le mode del momento, addirittura – se c’è una visione, una lettura personale del mondo e delle cose… beh, allora consideratevi fortunati.

© 2018, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

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