L’irresistibile ascesa dell’arte africana contemporanea

Ouattara Watts, Flash of the spirit, 1999, Mixed media on canvas, 418 x 300 cm, Courtesy Magazzino Arte Moderna - Roma. In mostra a "Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane".
Ouattara Watts, Flash of the spirit, 1999, Mixed media on canvas, 418 x 300 cm, Courtesy Magazzino Arte Moderna - Roma. In mostra a "Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane".

La prima asta di Modern and Contemporary African Art di Sotheby’s si è conclusa, il 16 maggio scorso, con un totale di 2.794.750 £. Una cifra appena superiore alla minima aspettativa, ma quanto basta per realizzare un nuovo record per un’asta di questa particolare categoria, scalzando dal podio Bonhams che nel maggio dello scorso anno aveva portato a casa un fatturato di 2 milioni. Un risultato specchio dei tempi e di un mercato dall’arte internazionale sempre più affascinato dall’arte africana contemporanea. Ma anche frutto di un collezionismo africano sempre più attivo sul mercato globale: 28 dei 79 lotti aggiudicati, infatti, è volato in Africa.

El Anatsui, Earth Developing More Roots, 2011. Quest'opera è stata venduta da Sotheby's per 728.750 £.

El Anatsui, Earth Developing More Roots, 2011. Quest’opera è stata venduta da Sotheby’s per 728.750 £.

Che il mercato dell’arte contemporanea sia, da sempre, interessato a proposte fresche non è storia nuova. Ma dopo le bolle speculative sui giovani e rampanti artisti cinesi e, più in generale, gli innamoramenti – talvolta un po’ precoci e prematuri – per l’arte dei cosiddetti BRIC, quella dell’arte africana contemporanea appare una storia molto diversa. Come l’asta di Sotheby’s ha dimostrato, ma come avevamo accennato anche parlando dei record della giovane Njideka Akunyili Crosby, qui a far la parte del leone è il mercato interno di un continente il cui “riscatto” passa anche dalla sua affermazione nel mondo della cultura e, quindi, dell’arte. Come spiega bene la bella mostra inaugurata il 31 marzo scorso negli spazi di FM Centro per l’Arte Contemporanea e visitabile fino al 6 giugno prossimo Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane. E da qui vogliamo partire per capire meglio questo nuovo caso di successo sul mercato globale dell’arte.

 

Da Venezia a Venezia: sguardi sull’arte africana

 

Con oltre 40 artisti e più di 120 opere, che mette in dialogo lavori di arte contemporanea con un nucleo di opere di arte antica tradizionale, il percorso espositivo della mostra milanese, curata da Marco Scotini, si articola sulle diverse forme di rappresentazione e di ricostruzione della memoria e della contemporaneità africane, attraverso lavori provenienti dalle maggiori collezioni italiane e materiali di archivio. Una mostra che dà un significativo apporto alla definizione stessa di arte africana, alla conoscenza della sua storiografia e dello sviluppo del suo collezionismo, superando la divisione antropologica tra opera d’arte e documento etnografico. Ma che soprattutto ci aiuta a capire come sia cambiato il nostro modo di guardare all’arte del continente africano dagli inizi del Novecento ad oggi.

"Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane" - Sezione 3: “Arte Negra” alla Biennale di Venezia del 1922 e i primitivi. Foto: Alessandra Di Consoli

“Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane” – Sezione 3: “Arte Negra” alla Biennale di Venezia del 1922 e i primitivi. Foto: Alessandra Di Consoli

Nicola Maggi: 1922-2017… 95 anni separano la Biennale di Venezia in cui, per la prima volta, fu presente l’arte africana, da quella in corso. Come è cambiata, in tutti questi anni, la nostra visione di occidentali sull’arte del continente africano?

Marco Scotini: «Si è trattato di un secolo decisivo, in cui il passaggio dalla fase coloniale a quella post-coloniale ha rimesso in discussione molte cose di tutta quella storia terribile che abbiamo identificato con l’immagine di un solo continente: l’Africa. Ma è soltanto con l’inizio della globalizzazione che l’artista africano (non importa se indigeno o dentro la diaspora) ha cessato di essere l’oggetto di narrative aliene, per diventare lui stesso il soggetto narrante. Con l’inizio degli anni Novanta il rapporto tra Occidente e Sud del Mondo si è fatto più complesso nel campo dell’arte contemporanea. Nascono i nuovi curatori, le biennali africane e l’artista rifiuta di essere considerato tribale, incontaminato o mago. Ma la cosa più importante, dietro tutte le nuove narrative, è che l’arte africana non può fare a meno di decostruire lo sguardo attraverso cui è stata catturata. Dunque alla nostra visione occidentale non rimane altro che misurarsi con quello che nei secoli ha prodotto».

"Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane" - Sezione 6: L’autoritratto ibridato. Foto: Alessandra Di Consoli

“Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane” – Sezione 6: L’autoritratto ibridato. Foto: Alessandra Di Consoli

N.M.: Ancora nel 1989 la mostra Magiciens de la terre presentava al pubblico un’arte africana molto tradizionale. Quando si inizia a parlare di arte africana contemporanea e quali sono i suoi principali centri propulsori?

M.S.: «Sì, la grande mostra del Pompidou ha avuto più importanza per le controspinte che ha generato, che per quanto effettivamente ha proposto, visto che si trattava di una versione aggiornata del primitivismo, nonostante la fine dell’impero coloniale. Dakar in Senegal, Bamako in Mali, Johannesburg in Sud Africa, poi Cotonou, Lubumbashi… a partire dagli anni ’90 sono diventati i nuovi centri propulsori della scena artistica africana. Allora si diceva anche che ormai il rapporto tra centri e periferie era mutato, ma oggi dobbiamo rivedere questa storia recente perché sembra che tutto si stia trasformando di nuovo…»

 

Arte africana contemporanea: un successo “sano”…

 

Londra, New York, Parigi… Milano… ma soprattutto Africa… Nigeria e Sud Africa in testa. Il successo dell’arte contemporanea africana passa da questi centri del cosiddetto sistema dell’arte ma, come mi spiega Scotini, non è semplicissimo farne un analisi compiuta «perché dietro a questo fenomeno non si scorgono le solite grosse imprese di valorizzazione. E forse, proprio per questo, tutto ciò è interessante e “rischia” di apparire come un’attenzione vera alle produzioni».

Abdoulaye Konaté, Homme du Sahel, 2015, Textile, Courtesy Primo Marella Gallery - Milano. In mostra a "Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane".

Abdoulaye Konaté, Homme du Sahel, 2015, Textile, Courtesy Primo Marella Gallery – Milano. In mostra a “Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane”.

Nonostante i 16 record d’asta realizzati da Sotheby’s l’altra sera, infatti, il mercato degli artisti africani contemporanei appare decisamente “sano” e non ancora contaminato dalle speculazioni che, non pochi anni fa, hanno fin da subito “infettato” quello dei cinesi. Come ha spiegato al Financial Times anche Giles Peppian, direttore del dipartimento di Modern and contemporary African Art che Bonhams ha aperto nel 2006 per lanciare, già dal 2008, le sua aste dedicate Africa Now che hanno contribuito in modo sostanziale al decollo di questo mercato.

Lynette Yiadom-Boakye, The August, 2015, olio su tela, cm 200x160. Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano. In mostra a "Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane".

Lynette Yiadom-Boakye, The August, 2015, olio su tela, cm 200×160. Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano. In mostra a “Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane”.

Come abbiamo visto anche nel caso di Njideka Akunyili Crosby, infatti, le gallerie che gestiscono l’arte africana contemporanea sul primo mercato maneggiano con cura i prezzi dei loro artisti, mantenendoli su livelli decisamente conservativi e così, se un artista ormai istituzionalizzato come il ghanese El Anatsui vanta un record di 1.4 milioni di dollari e numerose aggiudicazioni sopra il milioni di dollari, talenti emergenti come l’ivoriano Armad Boua – che ha avuto da poco il suo primo solo show londinese alla Jack Bell Gallery – ha un range di prezzo tra le 8.000 e le 30.000 sterline. (Leggi -> Mercato: lo strano caso di Njideka Akunyili Crosby)

 

…trainato da globalizzazione e rivoluzione web

 

Come giustamente sostiene Marco Scotini, però, non è facile decodificare i motivi di questo successo che inizia, ormai, una decina di anni fa, seppur in sordina, per poi esplodere nelle ultime tre stagioni. Certamente, alla base di tutto ciò, ci sono due dei cambiamenti epocali che hanno segnato il passaggio tra il XX e il XXI secolo e che portano il nome di globalizzazione – grazie alla quale ci siamo abituati sempre di più ad entrare in contatto con altre cultura – e la rivoluzione tecnologica di internet che ha abbattuto i confini e tutti i nostri limiti di comunicazione. Aprendo alla circolazione libera delle idee e… delle immagini.

Poi, certo, le aste Africa Now di Bonhams – che di quei cambiamenti sono figlie – e la nascita a Londra, nel 2013, della 1:54 Contemporary African Art Fair – fondata da Touria El Glauoi – che fin da subito ha riscosso un grandissimo successo di critica e commerciale, tanto che nel 2015 è approdata a New York con una nuova edizione. Oltre ad aver favorito l’apertura, principalmente a Parigi e a Londra, di gallerie d’arte dedicate proprio alla produzione contemporanea africana.

Un'opera di Billie Zangewa, presentata dalla Afronova Gallery alla 1:54 New York 2016 © Katrina Sorrentino

Un’opera di Billie Zangewa, presentata dalla Afronova Gallery alla 1:54 New York 2016 © Katrina Sorrentino

A tutto ciò si deve poi aggiungere la recente crescita di alcune economie africane che ha permesso lo sviluppo di quel mercato “interno” a cui si lega buona parte del successo di mercato dell’arte del continente. A partire da quello del Sud Africa – storicamente il Paese con il sistema dell’arte più strutturato – e dalla Nigeria, che ha una delle economie più forti e dove risiedono alcuni dei collezionisti più importanti, come il principe Yemisi Shyllon che sta per aprire un suo museo privato a Lagos. Ma mercati minori si stanno sviluppando anche in Ghana, Kenya, Tunisia e Marocco dove, guarda caso, dal 2018, arriverà la 1:54 con una sua nuova edizione. Per non parlare del ruolo importantissimo delle Biennali d’arte che si tengono in Africa – ormai ce ne sono tantissime -, a partire dalla celebre Dak’Art – Biennale de l’Art Africain Contemporain, nata a Dakar nell’ormai lontano 1992.

 

Il contributo dell’Occidente e dell’Italia

 

Se molto del successo dell’arte africana contemporanea lo si deve alla stessa Africa, anche l’Occidente ha avuto però un ruolo fondamentale sia con il suo collezionismo privato che con quello pubblico. Si pensi ad esempio alla Caacart di Ginevra, ossia la collezione di arte africana dell’italiano Jean Pigozzi; o alle collezioni di Robert Devereux (ex direttore di Frieze) e di Jochen Zeitz (ex capo della Puma) che a settembre aprirà a Città del Capo il suo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa. Tanto per citare gli esempi più celebri. Ma opere d’arte africana contemporanea fanno ormai parte delle collezioni permanenti di grandi musei occidentali come il Centre Pompidou di Parigi, la Tate di Londra o il MoMa di New York, contribuendo alla sua promozione e valorizzazione.

I lavori di Kendell Geers nello stand della ADN Galeria durante Art Paris 2017

I lavori di Kendell Geers nello stand della ADN Galeria durante Art Paris 2017

E se a Londra si tiene ormai da 4 anni la 1:54, a Parigi, nel novembre scorso, al Carreau du Temple si è tenuta la prima edizione della AKAA – Also Known As Africa, fiera d’arte e design africano contemporaneo. Sempre nella capitale francese, poi, l’Africa è stata ospite d’onore all’ultima edizione di Art Paris (30/03-02/04/2017). Mentre alla Fondation Luois Vuitton è in corso, fino al 28 agosto prossimo, la mostra Art/Afrique, le nouvel atelier e al Parc de la Villette il 28 maggio prossimo si conclude il 100% Festival of African art.

Una vista della mostra "Art/Afrique, le nouvel atelier" alla Fondation Luois Vuitton

Una vista della mostra “Art/Afrique, le nouvel atelier” alla Fondation Luois Vuitton

Anche l’Italia, nel suo piccolo, non è stata a guardare. Risale, infatti, al 2009 la prima mostra che il nostro Paese ha dedicato all’arte africana contemporanea: AfriCAM, allestita al CAM di Casoria e nata da un progetto di viaggio e scoperta del direttore del museo Antonio Manfredi. Mostra che, peraltro, ebbi il piacere di recensire per il periodico ArtKey con cui collaboravo all’epoca. Si arriva così al presente e alla mostra Il Cacciatore Bianco all’FM Centro per l’arte contemporanea, alla Biennale di Venezia 2017 e ad un collezionismo privato che ama da tempo la produzione artistica del continente africano. Oltre a gallerie come la Primo Marella di Milano, la Magazzino di Roma o la Galleria Continua di San Gimignano che in tempi non sospetti hanno iniziato a trattare arte africana contemporanea.

Nicholas Hlobo, Umakadenethwa, 2004-2007, legno, nastro e camera d'aria, cm h 190. Collezione Bianca Attolico. Courtesy Extraspazio - Roma. In mostra a "Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane".

Nicholas Hlobo, Umakadenethwa, 2004-2007, legno, nastro e camera d’aria, cm h 190. Collezione Bianca Attolico. Courtesy Extraspazio – Roma. In mostra a “Il Cacciatore Bianco. Memorie e rappresentazioni africane”.

Da El Anatsui a Lynette Yiadom-Bouakye, da Shonibare a Kentridge, fino ad arrivare ai più giovani esponenti della scena artistica africana, come Ibrahim Mahama o Nidhal Chamekh, il “mal d’Africa” ha contagiato tutto l’occidente, sedotto dal fascino discreto dell’arte africana contemporanea in tempi in cui, per dirla con Scotini, noi occidentali «siamo diventati ipertrofici decoratori». Ma cos’è l’Arte Africana? Dare una risposta univoca è impossibile perché come ci ricorda il nome della fiera londinese 1:54, l’Africa è una, ma è composta da 54 paesi, ciascuno con le sue caratteristiche… ma torneremo a parlarne molto presto.

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