#negoziazione: oggetti, soggetti, zona di mediazione e disponibilità al cambiamento

Maria Lai, Geografia, 1982
Maria Lai, Geografia, 1982. Opera esposta alla Biennale di Venezia del 2017. Foto: Nicola Maggi

Qualche settimana fa con l’articolo Patrimonio culturale, quel silenzioso filo che ci lega alle realtà uscito nella rubrica Collezionare&Conservare sempre qui su Collezione da Tiffany, avevo provato a raccontare la visione molteplice di un luogo o se vogliamo in senso più generale di un’opera, attraverso sei brevi storie in sei tempi diversi. Ripartiamo da lì e dal concetto di molteplicità.

Ci siamo lasciati con un’affermazione: il patrimonio culturale è tante narrazioni. Tante narrazioni recuperano spazi. Non importa l’angolatura e la prospettiva da cui si narra e si vede un’opera.

Ogni molteplice spazio affettivo, tecnico e scientifico, ideologico, morale, culturale, etico, rituale, identitario, sociale che intercorre tra le persone e l’opera, è l’opera.

Oggi parliamo di #negoziazione. Una parola che spesso fa storcere il naso perché implicitamente rimanda alla non facile contrattazione che avviene nel momento in cui non è possibile trovare una decisione unilaterale.

Mediare, conciliare, contrattare e negoziare sono azioni che richiedono impegno, capacità diplomatiche, comunicative, strategiche e persuasorie.

Mettere insieme, far ragionare posizioni diverse sapendo già in partenza che durante il percorso alcune idee o progetti verranno modificati, può essere davvero complicato.

Serve apertura al cambiamento. Rarissima disponibilità capace di creare il terreno della negoziazione, ovvero una zona di mediazione, che mi piacerebbe disegnare come un’area circoscritta dove all’interno troviamo le possibilità di cambiamento e fuori tutta l’immodificabilità accanitamente difesa e arroccata.

È vero però, ed è questo un po’ il punto, che senza disponibilità al cambiamento e all’incontro, non si sarebbero fatte le cose più belle o raggiunte le mete più lontane.

Proviamo, allora, ad osservare la parola negoziazione con un’altra angolatura: ogni volta che siamo disponibili a perdere qualcosa automaticamente aggiungiamo qualcos’altro.

Un po’ come quando nell’articolo #reciprocità. Fragment of extintion. Un patrimonio di cui prendersi cura / un patrimonio dal quale essere curati si parlava di reciprocità della cura e di come curare significhi sempre essere curati.

Da madre penso a quando ho rinunciato alla mia libertà di ragazza per abbracciare due creature. Alla trasformazione incontrovertibile del mio corpo che ha creato, nutrito e cullato e all’autenticità delle idee in cui credevo capovolte repentinamente da un singhiozzo o da un sorriso. A ciò che mi tolgo, non sempre facilmente ogni giorno, per donarlo felicemente a loro.

A quando, appunto, mi prendo cura e a quanto son curata. Azioni ostili solo all’apparenza, si. Anzi, le uniche azioni capaci di condurre al raggiungimento di un obiettivo comune, ad un bene collettivo, ad una evoluzione nonostante diverse posizioni di partenza. Processi creativi è il caso di dire. Adattivi, ancor meglio.

Se quindi un’opera d’arte è sì, la sua parte materiale ma anche lo spazio dell’esperienza e il vissuto che la lega in tanti modi diversi alle persone, conservare un’opera significa coltivare le relazioni che intercorrono tra l’opera e tutto quelle persone che in modo diverso e per motivi diversi gravitano attorno a lei.

Districare fili, raccoglierli, sciogliere nodi, intrecciare, tessere. I significati nascono e dipendono dai soggetti e non dagli oggetti.

Sono i soggetti che secondo il proprio vissuto riconoscono all’oggetto un significato, scegliendolo come un loro prolungamento di senso nella società, nella religiosità, nella civiltà o tra i propri affetti.

Sono narrazioni. Sono storie e identità.

Gli oggetti, nella loro sfera immateriale, sono soggettive declinazioni di significato. Trovarsi sulla stessa linea è solo una delle possibilità.

Gli oggetti acquistano significato, gli oggetti perdono significato, si sa. La comunicazione e la condivisione dei significati sono il perno che alimenta questo meccanismo.

Le uniche vie che se usate con maestria sono in grado creare interesse, consapevolezza e valore sono quelle della mediazione, dell’approccio diplomatico, della negoziazione.

Il conservatore si occupa necessariamente di questo. Raccoglie interessi e valori e mette insieme i soggetti che gravitano a diverso titolo attorno ad un’opera.

Ricerca e restituisce significati attraverso narrazioni, intercetta significati e racconti “altri”, raccorda tutti gli attori, spesso attraverso i rappresentanti che hanno.

Sono loro i primi responsabili delle politiche culturali e della distribuzione delle risorse da destinare ad un’opera piuttosto che ad un’altra, piuttosto che a nessuna.

Traccia una zona di mediazione ed una possibile via di buon senso che armonizzi i significati parcellizzati e destrutturati e li sa cucire e li tiene assieme.

Come un sarto oppure come abbiamo affermato nell’articolo #conservare: mente aperta e sguardo verso il futuro (della professione) come un direttore d’orchestra.

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