Il dibattito sugli NFT e la prima mostra italiana di Crypto Arte

Una vista di Travel Diary, la prima mostra italiana di Crypto Art (e tra le prime al mondo) curata da Sonia Belfiore e realizzata in collaborazione con Snark.Art

In seguito alla impossibilità di fare esperienze artistiche dirette a causa della pandemia, l’arte digitale è diventata protagonista della nostra quotidianità.

Sembra quindi essersi finalmente guadagnata un posto d’onore nel sistema dell’arte grazie a nuove modalità di fruizione, ma anche di vendita: ne sono la prova le ormai famose aste del Nyan Cat e dell’opera di Beeple venduta da Christie’s per 69 milioni di dollari.

Questi eventi hanno dato vita a un acceso dibattito e per capirne le ramificazioni è necessario circoscrivere la definizione e il funzionamento degli NFTs in ambito artistico.

 

Nyan Cat è l’iconica GIF creata, ormai 10 anni fa, da Chris Torres e venduta in asta per 590.000 $ il 19 febbraio scorso. Foto: Nyan Cat/YouTube

Cosa sono gli NFT

Gli NFT sono file associati a prove di proprietà e autenticità. Come le criptovalute, esistono su una blockchain, ossia un registro pubblico digitale a prova di manomissione. Come le valute reali, anche le criptovalute sono “fungibili”, ossia interscambiabili.

Un pezzo di crypto art è invece non fungibile, da qui la sigla NFTnon fungible token – per distinguerlo da altre risorse crittografiche intercambiabili (come Bitcoin ed Ethereum).

La caratteristica di quest’arte è dunque la sua unicità. Gli artisti che vogliono vendere la loro opera come NFT devono registrarsi su un mercato, quindi “coniare” (minting) i token caricando le loro informazioni su una blockchain (tipicamente la blockchain di Ethereum, rivale di Bitcoin).

Questo processo è detto “tokenizzazione”. La tracciabilità di un NFT nella blockchain ne codifica la provenienza, le condizioni di trasferimento e l’autenticità. Con un NFT il proprietario acquista un token che fornisce la prova che l’opera è autentica e appartiene solo a lui. Se quindi svariate persone possono visualizzare nel proprio dispositivo una stessa opera digitale, questa però non appartiene a loro.

Gli NFT rendono dunque possibile un mercato trasparente e proteggono la paternità dell’artista. Sono stati infatti definiti “le firme d’artista” dell’arte digitale.

Ma un NFT include in sé il file stesso dell’opera? La maggior parte delle volte no, in quanto è un ulteriore processo che implica alti costi. Sono in molti infatti a non considerare gli NFTs come una forma d’arte, bensì come una mera esaltazione della blockchain, un investimento finanziario con una facciata artistica.

 

L’opera di Beeple, EVERYDAYS: THE FIRST 5000 DAYS, venduta da Christie’s per oltre 69 milioni di dollari l’11 marzo 2021

Il dibattito culturale

Una volta chiarita la funzione degli NFTs possiamo addentrarci nel dibattito critico. È bene innanzitutto distinguere tra arte digitale e crypto arte, due termini talvolta erroneamente usati come sinonimi.

Se un’opera d’arte digitale si serve di supporti come immagini JPG o video mp.4, un’opera crittografata include anche l’NFT ad essa associato.

Verrebbe naturale osservare che il fenomeno degli NFTs riguarda soltanto l’arte digitale, eppure non è così: esistono infatti già esempi di opere reali tokenizzate, dunque con una doppia vita e un doppio mercato, ne abbiamo parlato qui. Non deve stupire insomma se molti artisti si stanno avvicinando alla crypto arte, per diversi motivi.

L’arte da sempre dialoga con le innovazioni tecnologiche e se ci guardiamo indietro sono numerosi i movimenti artistici nati in seno alle grandi rivoluzioni scientifiche. Gli artisti contemporanei sono tali perché utilizzano i codici del loro tempo – nel nostro caso: big data, intelligenze artificiali e blockchain.

Assistiamo dunque a un fenomeno che si inserisce perfettamente nel corso della storia dell’arte. Gli artisti creano NFTs alla ricerca di un nuovo modo di comunicare, esprimere la contemporaneità e naturalmente guadagnare.

Le possibilità di vendita sono quindi un’altra ragione del successo degli NFTs: la vera rivoluzione riguarda infatti la possibilità per l’arte digitale di poter finalmente entrare nel mercato dell’arte al pari degli altri media, con uguali, se non maggiori, garanzie.

Una domanda da porsi è se sia corretto parlare di crypto art come movimento artistico. A rigore di logica la risposta sarebbe negativa, in quanto un movimento artistico si definisce tale sulla base o del supporto utilizzato, o del contenuto concettuale, o di un ideale comune.

Quello a cui la parola crypto fa riferimento non è nessuno di questi aspetti, bensì semplicemente la tecnologia per l’autenticazione e circolazione delle opere.

 

Una vista di Travel Diary, la prima mostra italiana di Crypto Art (e tra le prime al mondo) curata da Sonia Belfiore e realizzata in collaborazione con Snark.Art

Tuttavia intorno a questo fenomeno si sta creando un dibattito con solidi fondamenti di carattere teorico, ecologico, economico e sociale e gli artisti che vi aderiscono sembrano essere accomunati anche da un indirizzo ideologico, pertanto è sensato osservare la crytpo art – anche – come movimento artistico.

Il dibattito culturale tuttavia non si esaurisce alla pura definizione di crypto arte, bensì si espande ad altri ambiti come la questione climatica. La controversia riguarda la cosiddetta carbon footprint, l’impronta ecologica, che pare tacciare gli NFTs tanto da spaccare in due l’opinione critica.

A portare alla luce questa problematica sono stati gli artisti digitali Memo Atken e Joanie Lermercier. Quest’ultimo, dopo aver appreso che la vendita di alcuni suoi NFTs aveva provocato il consumo di 8.7 megawatt-ore di energia, in un articolo ha spiegato come gli NFTs abbiano un ruolo nella crisi climatica.

I processi con cui vengono coniate e scambiate le criptovalute dipendono dalle capacità di calcolo di migliaia di computer la cui energia deriva da fonti fossili, comportando una ingente emissione di CO2.

I dati disponibili dicono che una singola transazione produce 27,7 kg di Co2: la stessa quantità che il consumo di energia di una famiglia media statunitense produce in circa due giorni (Digiconomist).

La consapevolezza del problema fortunatamente sta già portando a proposte di soluzioni da parte degli artisti, ad esempio praticando il carbon offset (azioni per riassorbire il CO2 dall’atmosfera, come piantare alberi).

Le stesse piattaforme di marketplace si stanno muovendo in questa direzione, ad esempio Nifty Gateaway ha annunciato qualche giorno fa nel suo blog che acquisterà compensazioni di anidride carbonica equivalenti al doppio della quantità di CO2 che produce ogni mese e che sta lavorando alla creazione di Ethereum 2.0, che riduce le emissioni di carbonio.

Mentre alcuni artisti dunque abbracciano le possibilità date dalla blockchain, altri si schierano contro, arrivando addirittura a fondare un sito come Cryptoart.WTF, che offre stime del consumo energetico e delle emissioni associate a un NFT, o a firmare  un vero e proprio manifesto dichiarando prioritaria la tutela degli ecosistemi (sulla rivista Flash Art‘Per una nuova ecologia della criptoarte’)

Una vista di Travel Diary, la prima mostra italiana di Crypto Art (e tra le prime al mondo) curata da Sonia Belfiore e realizzata in collaborazione con Snark.Art

La prima mostra italiana di Crypto Art: Travel Diary

Tornando alla domanda che in molti si stanno ponendo, ossia se gli NFTs abbiano dignità di opera d’arte, la tentazione è quella di rispondere di sì, perché un’opera dovrebbe essere valutata sulla base del suo valore artistico e non sulla tecnologia che ne regola l’autenticazione e il trasferimento.

Guardiamo dunque a una mostra di crypto arte per esplorare questi aspetti. ‘Travel Diary’ è una collettiva digitale di 8 giovani artisti italiani, digitali e non, curata da Sonia Belfiore, curatrice e project developer.

Il progetto è in collaborazione con Snark.Art, una piattaforma curata che mira a colmare il divario tra i mercati dell’arte tradizionale e criptata e fornire nuove opportunità per artisti, gallerie e collezionisti utilizzando la tecnologia blockchain.

‘Travel Diary’ è tra le prime mostre di crypto arte, è allestita in Decentraland, un mondo virtuale dove è possibile non soltanto osservare, ma anche – questo il suo punto di forza –  comprare NFTs , grazie al collegamento con piattaforme marketplace.

Travel Diary esplora l’idea di viaggio alternativo sia da un punto di vista concettuale che formale. Se il concept della mostra infatti ruota intorno all’idea del viaggio come momento di esplorazione di situazioni e mondi alternativi, anche la forma in cui questa idea viene espressa si serve di un mondo parallelo e alternativo: quello virtuale.

Può suonare quasi come una dichiarazione tautologica, ma in questo risiede il senso e il valore della mostra: la possibilità di esporre e vendere opere che riflettono su nuovi mondi avviene dentro quello che oggi è il nuovo mondo par excellence, quello degli NFTs.

Nicola Baratto e Yiannis Mouravas, Giulia Furlan, Alessandro Manfrin, Matteo Pizzolante, Luca Staccioli, Francesco Tagliavia e Luisa Turuani hanno compilato, con le loro opere, un diario di bordo paradossale ma possibile: in un momento in cui è ancora difficile viaggiare, la mostra esplora quei nuovi spazi che la nostra contemporaneità ha prodotto.

Il critico d’arte JJ Charlesworth ha scritto: “L’arte spesso non viene creata fino all’indomani della catastrofe, da coloro che sono sopravvissuti o che erano lontani. È questa distanza – sia di tempo che di luogo – che produce le tensioni alla base della risposta dell’arte alle catastrofi umane, poiché, alla fine, la domanda posta a un’opera d’arte è sempre: a cosa può servire?”

Alle soglie – speriamo – di una nuova epoca, osserviamo Travel Diary come uno strumento per capire il presente e come una doppia testimonianza: di ciò che la pandemia ha stravolto, ma soprattutto quello che di positivo ha portato con sé.

 

Un lavoro di David Bradley inserito nella mostra THE ARTIST IS ONLINE. PAINTING AND SCULPTURE IN THE POSTDIGITAL AGE organizzata dalla Galerie König di Berlino

Nuovi orizzonti nel mercato dell’arte

È lecito domandarsi se gli NFTs cambieranno il sistema dell’arte? Forse è troppo presto per dirlo. Di sicuro hanno stravolto l’Olimpo del mercato dell’arte.

Dopo le strabilianti aste, stanno ora fiorendo le prime sperimentazioni anche da parte di gallerie private, come la Galerie König di Berlino che proprio ieri ha concluso la sua prima asta nella piattaforma OpenSea, dove erano in vendita NFTs della mostra THE ARTIST IS ONLINE. PAINTING AND SCULPTURE IN THE POSTDIGITAL AGE curata dallo stesso Johann König e la curatrice Anika Meier.

Un aspetto che sarà interessante indagare in futuro riguarda le modalità con cui intermediari, come gallerie e fiere, si porranno con le piattaforme marketplace.

Questo sta già attivando un’ondata di polemiche riguardanti quello che inizialmente sembrava essere l’aspetto più positivo della crypto arte, ossia il fatto di basarsi su un sistema decentralizzato e non gerarchico, al contrario del sistema dell’arte reale, in cui pochi grandi players dettano le regole.

Chi crea NFTs oggi lo fa – anche – perché crede nella creatività dal basso. Gli stessi compratori di Beeple hanno affermato di aver comprato la più costosta opera d’arte digitale al mondo “per mostrare agli indiani e alla persone di colore che anche loro possono essere mecenati dell’arte”.

L’illusione iniziale per cui artisti – e non artisti, ma anche grafici, creators e sperimentatori di ogni sorta – potevano vedersi finalmente spalancare le porte di un mercato libero e democratico, sembra già minacciata dall’avanzata dei grandi attori del sistema dell’arte.

Questi ultimi dunque modelleranno la crypto arte a loro immagine e somiglianza? L’unico modo per scoprirlo è seguire attentamente le prossime vicende.